I soldi del Qatar nel calcio puzzano solo quando fa comodo

Il Barcellona si è opposto al passaggio di Neymar al Psg sapendo di non poterlo fare, ma per anni ha intessuto rapporti economici con il Qatar nonostante in molti non vedessero di buon occhio il Mondiale 2022. E in fondo la nuova guerra tra i due club non conviene a nessuno

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LLUIS GENE / AFP

5 Agosto Ago 2017 0830 05 agosto 2017 5 Agosto 2017 - 08:30
WebSim News

Pensate che una volta l’imperatore di Roma, uno al quale bastava mezza occhiata perché uno poco simpatico venisse legato a quattro cavalli e smembrato, per dimostrare l’importanza del denaro si chinò a raccogliere alcune monete dentro un orinatoio pubblico della Caput Mundi. L’imperatore era Vespasiano e quelle monete le aveva lanciate lì apposta il figlio Tito, per esprimere il proprio disgusto al padre riguardo la Centesima venalium, ovvero la tassa sui residui di urina nei bagni pubblici ma gestiti da privati. Non era una tassa di poco conto, perché riguardava un ampio business: dall’ammoniaca ricavata dall’urina si acconciavano le pelli. Vespasiano non ebbe alcuna remora a raccogliere quelle monete, per poi odorarle di fronte al figlio e impartirgli una lezione d’economia nelle migliori scuole di business: "Pecuna non olet", il denaro non puzza.

Giusto qualche anno dopo, c’è stato chi a capo di una delle più grandi aziende del calcio-business non ha avuto alcuna remora a prendere tutti quei denari che oggi buona parte dell’opinione pubblica schifa apertamente. Il Barcellona, Mes che un club, alla vigilia della partenza di Neymar per Parigi, dove è stato presentato al Parco dei Principi mentre al megastore sui Campi Elisi i tifosi erano in fila da ore per comprare la nuova maglietta numero 10 del club, ha cercato in tutti i modi di impedirne la partenza. Arrivando a rifiutare un corposo assegno da 222 milioni di euro per bocca del presidente della Liga – perché è alla lega calcistica spagnola che tocca gestore le clausole rescissorie applicate ai contratti dei calciatori – perché il Paris Saint Germain gestito dal fondo sovrano del Qatar si sarebbe reso protagonista di un’azione di doping finanziario.

Se fosse una commedia, basterebbe quest’ultima dichiarazione come prezzo del biglietto, ci si alzerebbe soddisfatti e si tornerebbe a casa. Perché che un club come il Barcellona si metta a fare la morale sul denaro e proprio in relazione al caso Neymar, oggetto di indagine da parte sia della Spagna che del Brasile per problemi con il Fisco che causarono le dimissioni dell’allora presidente Blaugrana Sandro Rosell, non è il massimo. C’è poi da aggiungere che proprio un anno fa, il 16 luglio 2016, il club annunciava il prolungamento dell’accordo per la sponsorship di maglia con la Qatar Airways, compagnia aerea di bandiera di Doha, dunque azienda di Stato tanto quanto il fondo sovrano brutto e cattivo che gestisce il Psg. Poi qualcosa si è rotto. Non è ancora chiaro se si sia trattato di un problema di preservazione d’immagine, ad esempio: secondo la teoria del soft power qatariota, i rapporti tra i catalani e il Qatar si sarebbero incrinati dopo gli attentati parigini del 2015 e il coinvolgimento diretto dello stato arabo nel finanziare più o meno direttamente il terrorismo islamico. Oppure la spiegazione potrebbe essere trovata in quella famosa remuntada in Champions nella quale il Barcellona ha spazzato via il Psg dall’Europa con incredibile gara di ritorno nella quale Neymar segnò due reti. Per la serie: ci sbattete fuori così, noi vi sottraiamo il brasiliano esercitando la clausola rescissoria (anche se è più corretto dire di risoluzione).

Di certo c’è che l’operazione-Neymar parte da lontano. Un indizio forte in questo senso può essere ricercato nella nuova seconda maglia firmata Nike del Psg. Una maglia cioè gialla, creata in onore del Brasile, vista la numerosa presenza di calciatori di quel Paese in rosa, da Thiago Silva a Marquinhos a Lucas Moura, passando per il neo arrivato Dani Alves. E considerato che i nuovi kit vengono concordati con i club mesi prima del lancio ufficiale, pensare maliziosamente su una scelta cromatica in vista del possibile arrivo di Neymar non costa nulla: costa qualcosa in più comprare tale maglietta, ma è anche sui certi ricavi che si farà leva per ripagarsi il mega investimento fatto. Così come fanno tutte le aziende calcistiche ormai: le sponsorhip sono fondamentali. Per questo il Barcellona negli anni ha abbandonato l’idea della camiseta immacolata senza sponsor, per cedere prima in maniera buona all’Unicef, quindi ai soldi qatarioti, che strano ma vero all’epoca – parliamo dell’inizio di questo decennio – incredibilmente non puzzavano affatto. Anzi, i catalani firmarono con piacere un accordo di 5 anni da 150 milioni totali con la Qatar Foundation, che sostituì Unicef sulle maglie Blaugrana. Vale la pena ricordare che la Qatar Foundation è stata voluta da Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, fino al 2013 emiro del Qatar e fondatore del Qatar Investment Authority, il fondo sovrano di Stato che attraverso il braccio sportivo QSI ha acquistato il Psg. Nel contratto firmato con il Barça, una clausola prevedeva che si potesse passare da uno sponsor all’altro dopo il primo anno – tanto erano entrambe statali – così che il club decise di esercitarla usando il logo della Qatar Airways, che assicurava ricavi annuali fissi da 36 milioni di euro a stagione, più bonus legati a vittorie. All’epoca, l’accordo rese la maglia del Barcellona la più ricca in termini di sponsorship e nessuno dalla parti del Camp Nou ebbe da dire sull’odore di quei soldi, nemmeno quando il Qatar si aggiudicò il Mondiale 2022 tra sospetti e accuse più o meno velate di tangenti e magheggi vari per ottenere la prima Coppa del mondo di calcio in terra araba.

Il Barcellona negli anni ha abbandonato l’idea della camiseta immacolata senza sponsor, per cedere prima in maniera buona all’Unicef, quindi ai soldi qatarioti, che strano ma vero all’epoca – parliamo dell’inizio di questo decennio – incredibilmente non puzzavano affatto. Anzi, i catalani firmarono con piacere un accordo di 5 anni da 150 milioni totali con la Qatar Foundation, che sostituì Unicef sulle maglie Blaugrana. Vale la pena ricordare che la Qatar Foundation è stata voluta da Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, fino al 2013 emiro del Qatar e fondatore del Qatar Investment Authority, il fondo sovrano di Stato che attraverso il braccio sportivo QSI ha acquistato il Psg.

Anzi. L’ingresso dei soldi di Doha nel mercato pallonaro europeo venne salutata con entusiasmo, perché si sa che l’arrivo di nuovi investitori porta soldi freschi e in generale più competitività. Non è un caso che il mercato delle sponsorship, nonostante si uscisse da una crisi globale durissima come quella del 2008, ebbe una bella accelerata. Da una parte, arrivarono altre compagnie aeree arabe a portare capitali sulle maglie e nei conti dei club del Vecchio Continente. Nel 2015, per fare un esempio, la Emirates aveva stipulato accordi per 90 milioni totali con Real Madrid, Arsenal e Milan, mentre Etihad aveva chiuso un contratto da 51 milioni con il Manchester City da 51 milioni che comprendeva maglia più stadio. Dall’altra, l’aumentare del valore generale dei kit dei club spinse altre big a ottenere ancora di più: non è un caso che il Manchester United sia riuscito a ottenere 90 milioni l’anno da Adidas più 60 da Chevrolet, seguito poi a ruota da altre big come il Bayern.

Ma l’impegno del Barcellona con il Qatar non si è fermato alla maglia. Il club catalano negli anni ha aiutato il Paese nell’ambito del progetto della Aspire Academy, la grande scuola calcio voluta dagli emiri per sviluppare una leva calcistica in grado di formare le nuove leve del domani, attingendo dai serbatoi di giovani di tutto il mondo. I soldi sono gli stessi che provengono dai rubinetti d’oro del fondi sovrani e l’attività fa capo allo stesso Sheikh Hamad Bin Khalifa Al-Thani, come sempre. Ma non ci sono solo gli emiri: di mezzo c’è anche la Nike, che è sponsor tecnico sia di Barcellona che di Psg; c’è di mezzo un’azienda di marketing sportivo come la Global Sport Marketing di Sandro Rosell, ex presidente del Barça dimessosi dopo le indagini della Fiscalidad sul passagio Neymar dal Santos al Camp Nou; c’è di mezzo anche Josep Colomer, uno che quando lavorava per la Masia scoprì un ragazzino gracile argentino chiamato Lionel Messi. Ma non finisce qui. Dalla Aspire è uscito il senegalese Diagne, finito al Barcellona B. Alla Aspire studia da allenatore un certo Xavi, che forse ricorderete negli anni d’oro del centrocampo del Barcellona accanto all’inseparabile Iniesta. Xavi nel 2015 ha accettato i soldi del Qatar. Soldi statali, beninteso: è diventato giocatore del Al-Sadd, club di Doha di proprietà di Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al Thani, sesto figlio dell’ex emiro di cui sopra. Xavi ha anche accettato di diventare ambasciatore e testimonial del Mondiale del 2022, così come farà Neymar. E alla Aspire ogni tanto vanno in visita altri giocatori che oggi sono del Barcellona. L’ultima gita in Qatar è dello scorso inizio luglio, quando Sergi Busuqets, Gerard Piquè e Jordi Alba si sono fatti fotografare sorridenti dietro il logo della Aspire Academy. Busquets, carico di entusiasmo, ha spiegato che nel Paese si avanza a grandi passi verso la più grande coppa del mondo di sempre e visto che c’era ha pure autografato una maglia celebrativa di di Mohammed bin Hamad bin Khalifa Al Thani.

Dopo anni di legami, ora il Barcellona ha stabilito che quei soldi lì emanano cattivo odore. E pur sapendo di non poter rifiutare la clausola, ci ha provato pubblicamente con un comunicato, nel quale preannunciava che avrebbe inviato tutti i dati alla Uefa in ottica Fair Play Finanziario. Il Psg, nella conferenza stampa di presentazione, ha chiarito che la clausola è stata pagata non dal giocatore, segno che ora le casse del club dovranno dimostrare di poter reggere l’investimento. Sul reggere la guerra con il Barça, al momento pare ci siano pochi dubbi. Il club Blaugrana non può decidere di far applicare eventuali sanzioni, ma può fare pressioni sulla Uefa e non è detto che questo accada. Per un motivo molto semplice. Già, i soldi. Dal prossimo anno la Champions League non solo cambierà formato, ma vedrà una parte del management delle competizioni europee gestita da una società creata ad hoc da Nyon, la UEFA Club Competitions SA: un consesso il cui direttorio sarà composto per metà da persone nominate dalla Uefa e metà dall’Eca, cioè il gruppo che riunisce il top dei club europei, tra cui Psg e Barça. E avere due separati in casa non giova a nessuno.

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