Paleoarte: se chi dipinge i dinosauri in realtà parla di noi

A metà tra rappresentazione scientifica e libera interpretazione artistica, il mondo primordiale della paleoarte racconta molte più cose di quante non ci si immagina: a cominciare dagli influssi politici e culturali

Iguanodon Heinrich Harder

"Iguanodon", Heinrich Harder (Wikimedia)

5 Agosto Ago 2017 0830 05 agosto 2017 5 Agosto 2017 - 08:30

Nessuno ha mai potuto vederli, ma tutti sanno come sono fatti. I dinosauri, pur essendo estinti da circa 65 milioni di anni, sono ben presenti nell’immaginario di chiunque. E il merito, prima ancora che delle rappresentazioni cinematografiche, è di una particolare branca artistica: la paleoarte.

Considerato l’argomento, più vicino alle misurazioni in ere geologiche che alla cronaca di ogni giorno, si tratta di una parola coniata di recente. Risale al 1980, inventata da Mark Hallett, artista e – anche lui – illustratore di disegni con dinosauri. Un’autorità nel settore: ha lavorato anche per Jurassic Park, il film di Steven Spielberg che ha formato l’idea che ha tutto il mondo di come fossero fatti i velociraptor e i tirannosauri (ma soprattutto i velociraptor). La paleoarte cosiste, in breve, nelle rappresentazioni di reperti o fossili paleontologici. O nella raffigurazione, solo in parte immaginaria, di dinosauri o altri animali estinti in una scena quotidiana.

È, nel suo piccolo, un fenomeno importante. Fin da quando hanno cominciato a dipingere, i paleoartisti (anche se non sapevano ancora che si sarebbero chiamati così) di epoca in epoca hanno forgiato l’immaginario attuale della preistoria: e soprattutto, come viene fatto notare in questo libro della critica d’arte Zoë Lescaze (recensito sia da Wired che dall’Economist), hanno subìto nelle loro opere gli influssi artistici e culturale delle loro epoche. Si guardano i dinosauri, si vede il presente.

Il primo esempio di paleoarte risale al 1830: è Duria Antiquior, dipinto dal geologo Henry de la Beche, ispirato dai ritrovamenti in Dorset da parte di Mary Anning. Erano i primi esemplari di bestie e lucertolone risalenti a epoche anteriori (e di tantissimo) alla creazione del mondo biblica. In sé, qualcosa di straordinario. Ispirato dalla ricostruzione del corpo dell’animale, de la Beche ha immaginato una scena risalente all’epoca preistorica. Questa:

Henry de la Beche, "Duria Antiquior" (Wikimedia Commons)

A differenza dei monstra medievali (e non solo), raffigurati basandosi su resoconti di viaggi fantasiosi, o altrettanto fantasiose descrizioni bibliche, la rappresentazione delle creature preistoriche dipendeva e dipende tuttora dal dato scientifico. Parte del lavoro del paleoartista è il continuo contatto con gli studiosi – paleontologi e geologi in primis – compiuto per ricavare informazioni sempre più dettagliate sugli animali, sulle loro abitudini, sul clima e sulle condizioni della vegetazione del periodo. Dopodiché, si agisce di fantasia: composizioni, colori, pose, dipendono tutte dall’artista.

E di conseguenza, come evolve la conoscenza degli studiosi, così evolve anche la rappresentazione artistica. Un esempio chiaro è quello del Tyrannosaurus Rex: a lungo dipinto con una coda trascinata a terra e poi, dopo alcuni importanti ritrovamenti che hanno chiarito le dinamiche della sua postura, con la coda rialzata. Al tempo stesso l’immaginario della preistoria risentiva di altre influenze: politiche, prima di tutto, e culturali.

Il solo fatto che l’opera di De la Beche mostrasse una scena di caccia e di spargimento di sangue, secondo Lescaze, ha fissato i parametri delle opere successive. In particolare, ha enfatizzato l’idea, già abbracciata dai teologi dell’epoca, di un mondo primordiale feroce e violento, dove in mezzo a scenari vulcanici, incombeva una natura assassina e sanguinaria. Non è un caso che “L’Ittiosauro e il Plesiosauro”, opera di Edouard Riou (artista molto amato da Jules Verne, che lo volle per illustrare i suoi romanzi) del 1863, raffigurasse i due animali in lotta tra di loro, in mezzo al mare, in uno scontro che, secondo l’autrice, ricorda da vicino le battaglie navali di epoca napoleonica.

Altri casi sono ancora più emblematici. La paleoarte russa, per esempio, è un modo, quasi simbolico, per celebrare i progressi dell’uomo. Victor Vansestov, nel 1880, esalta il percorso di liberazione dei servi, collegato a quello dell’uomo primitivo che riesce a sfuggire alla morsa della natura. In epoca sovietica la preistoria torna a essere un luogo primitivo, ferino e brutale in cui l’uomo è ancora privo di civiltà e gli animali conoscono solo la violenza. Mentre negli anni ’80, poco prima della caduta del muro, Mia Petrovich Miturich-Khlebnikov e Viktor Aronovich Duvidov dipingevano paesaggi paradisiaci, psichedelici e pacifici. Un luogo primordiale di felicità e completezza con la natura. Quasi tradendo, in quegli anni, la nostalgia per un sogno a lungo promesso ma mai realizzato. Perché – come è ormai chiaro – quei goffi dinosauri dagli strani colori, parlano di noi. E solo di noi.

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