Senza i soldi dell’Europa il Mezzogiorno sarebbe morto (e se calano sono guai seri)

Investimenti nazionali in calo, quelli comunitari in costante aumento: ormai lo sviluppo del Sud Italia dipende quasi totalmente dal flusso di denaro proveniente da Bruxelles. Ecco perché il paventato taglio dei fondi strutturali potrebbe diventare un problema serio

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5 Agosto Ago 2017 0830 05 agosto 2017 5 Agosto 2017 - 08:30
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I numeri sono quelli dell’ultima relazione annuale del Sistema dei Conti Pubblici Territori, l’osservatorio dell’Agenzia per la Coesione Territoriale che analizza, a livello regionale, i flussi finanziari di entrata e di spesa delle amministrazioni pubbliche, ovvero chi e cosa viene finanziato in Italia e nel Mezzogiorno.

Nel leggere con attenzione il documento, un dato in particolare salta all’occhio: i fondi europei stanno assumendo col passare degli anni un ruolo sempre più determinante nel sostenere le politiche di sviluppo del Mezzogiorno a fronte di investimenti pubblici nazionali in costante diminuzione. Al punto da rischiare di mettere in crisi una delle regole auree della politica di coesione, quel “principio di addizionalità” secondo cui i fondi strutturali non possono sostituirsi alle spese pubbliche dello stato membro.

i fondi europei stanno assumendo col passare degli anni un ruolo sempre più determinante nel sostenere le politiche di sviluppo del Mezzogiorno a fronte di investimenti pubblici nazionali in costante diminuzione

Non solo: infatti, le risorse comunitarie e nazionali per la coesione - Fondi strutturali europei, Pac, e Fondo per lo sviluppo e la coesione - rappresentano mediamente più della metà della spesa in conto capitale nel Sud d’Italia, con un livello pari al 65,2% nel triennio 2013-2015 e una punta del 72% nel 2015. Ma il punto è che questa componente, maggioritaria rispetto alle risorse ordinarie, è ormai alimentata in larghissima misura proprio dai fondi europei.

Il grafico di seguito illustra in maniera evidente questa tendenza, nonostante risulti in parte “dopata”, soprattutto per l’anno 2015, dell’incremento di spesa dovuto alla chiusura del periodo di programmazione comunitaria 2007-2013.Tuttavia, come si vede l’impegno finanziario nazionale (Fondo per lo sviluppo e la coesione)si è via via ridotto da oltre il 50% nel 2007 sino all’11% del 2015.

LA SPESA DELLE RISORSE AGGIUNTIVE NEL MEZZOGIORNO (anni 2000‐2015; miliardi di euro costanti 2010)

Fonte: Relazione annuale CTP 2017

La crescente “dipendenza” del Mezzogiorno dai fondi strutturali, d’altra parte, non sembra diminuire nemmeno nel 2016. Scrive la Svimez, nelle anticipazioni al rapporto annuale pubblicate pochi giorni fa, che lo scorso anno “la spesa totale in conto capitale della Pa, ha raggiunto il livello più basso della sua serie storica, attestandosi nel Mezzogiorno ad appena lo 0,8% del Pil”. Su quest’ultima percentuale pesa, in modo non trascurabile, proprio il fisiologico calo degli investimenti della politica di coesione tipico di ogni avvio di programmazione europea. In altre parole, l’ulteriore contrazione osservata nel Mezzogiorno è causata proprio dalla diminuzione della spesa legata ai fondi strutturali.

Sarebbe però fazioso scrivere che a Roma abbiano completamente chiuso gli occhi sulla questione. Oltre alle diverse misure per il Sud intraprese negli ultimi anni - Masterplan, sgravi contributivi, contratti di sviluppo -, il decreto “Mezzogiorno”, appena diventato legge, aggredisce il problema stabilendo, tra le altre cose, una soglia minima per gli investimenti ordinari da destinare al Sud pari al peso statistico della sua popolazione sul totale di quella nazionale (la cosiddetta clausola del 34%).Difficile dire se questa misura, sia sufficiente, anche perché analoghi tentativi nel passato non hanno sortito gli effetti sperati.

il copioso afflusso di denaro europeo verso il Mezzogiorno è tutt’altro che un male, perché il suo utilizzo è ormai vincolato a numerose condizioni previste dai nuovi regolamenti

Nel frattempo, è bene meditare su quale impatto avrebbe per il Mezzogiorno la sforbiciata alle risorse della coesione dopo il 2020 delineata dal recentissimo documento della Commissione Europea sul futuro delle finanze Ue. Sussisterebbero le condizioni e la volontà politica per uno sforzo finanziario “compensativo” da parte del governo nazionale? L’esperienza dice che non è affatto scontato. Nel dubbio, appare sensato che al negoziato sul futuro bilancio comunitario il governo dia fondo a tutto il suo arsenale diplomatico per difendere i fondi strutturali dai probabili tagli.

Anche perché il copioso afflusso di denaro europeo verso il Mezzogiorno è tutt’altro che un male, perché il suo utilizzo è ormai vincolato a numerose condizioni previste dai nuovi regolamenti che dovrebbero garantire un’accresciuta efficacia degli investimenti, riducendo gli spazi per gli sprechi e gli sperperi tanto strombazzati dalla stampa quando si parla di finanziamenti comunitari.

Per altro, i nuovi obblighi molto stringenti imposti alle autorità di gestione dei fondi, in buona parte regioni, hanno già generato impatti positivi che travalicano le modalità di amministrazione dei fondi, avendo portato ad un generale rafforzamento della capacità amministrativa, degli strumenti normativi e delle politiche locali. Paradossale, allora, che l’Italia esprima il livello di scetticismo più elevato in Europa sull’utilità dei fondi strutturali, nonostante ne sia il secondo paese beneficiario con un’assegnazione di oltre 42 miliardi per il periodo 2014-2020.

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