La tassa anti-immigrati della sindaca Pd è una follia. E un sindaco non è un capopopolo

L’ondata dei sindaci che decidono in proprio, e considerano le leggi dello Stato un impedimento. Da Gentilini a De Magistris a Zanardi il sindaco si considera sempre più un Robin Hood o un Masaniello, e sempre meno un funzionario dello Stato

Migranti

TIZIANA FABI / AFP

TIZIANA FABI / AFP

7 Agosto Ago 2017 0751 07 agosto 2017 7 Agosto 2017 - 07:51

Viene quasi da compatire la sindaca Alice Zanardi, ultima arrivata della categoria “sindaci ribelli”, che pensava di guadagnarsi dieci minuti di consenso tra i cittadini di Codigoro provocando sulla tassa anti-immigrati e invece è finita pubblicamente bacchettata dal segretario del suo partito, Matteo Renzi. Viene quasi da compatirla perché la signora Zanardi non ha fatto che adeguarsi allo zeitgeist amministrativo corrente, lo spirito del tempo che ha convinto molti primi cittadini di essere qualcosa a metà tra Lorenzo il Magnifico, Don Rodrigo e Robin Hood: titolari di signorie e feudi che in nome del popolo (il loro popolo) si fanno la legge da se’.

Il caso dell’immigrazione e dei 5.400 (su ottomila) comuni che hanno rifiutato l’accoglienza ai profughi è solo il più visibile, perché ormai i sindaci si ribellano un po’ a tutto, dalle grandi opere alla chiusura dei piccoli tribunali, dall’istituzione delle Uti (Unioni Territoriali Intercomunali) alle tangenziali, dalle leggi che tutelano gli orsi nei parchi alle limitazioni agli autovelox acchiappamulte e ovviamente alle unioni civili, la legge dello Stato più invisa fino all’anno scorso, prima che la questione rifugiati conquistasse la vetta della hit parade.

Ormai i sindaci si ribellano un po’ a tutto, dalle grandi opere alla chiusura dei piccoli tribunali, dall’istituzione delle Uti (Unioni Territoriali Intercomunali) alle tangenziali, dalle leggi che tutelano gli orsi nei parchi alle limitazioni agli autovelox acchiappamulte e ovviamente alle unioni civili

Il primo è stato il mitico Giancarlo Gentilini, Treviso. "Qui dopo Dio comando io.", diceva. “Io sono di quella maschia gioventù dei tempi del '38 e '39 in cui uno solo governava”. Appena insediato annunciò disposizioni ai vigili affinchè facessero “pulizia etnica dei culattoni”, poi si produsse in una serie di iniziative ai limiti della legalità contro i call center, i musulmani, i cani in centro, gli sfaccendati in panchina (le fece segare). Funzionò: fece due mandati da sindaco e uno da vice, 15 anni ininterrotti. Ma soprattutto fece scuola. Inventò il modello del Sindaco Sceriffo poi evoluto in quello del Sindaco Masaniello, che non si accontenta di farsi le leggine sue nel Comune suo ma prende la fascia tricolore e va a fare barricate contro la Regione, il Prefetto, lo Stato gridando “il popolo sono io”.

L’aneddotica è infinita. E ha anche una sua cornice ideologica di riferimento grazie al sindaco-ribelle più famoso di tutti, Luigi De Magistris, che ha teorizzato il diritto di opporsi alla “legalità formale” pur vestendo la fascia tricolore, perché – scrive nel suo ultimo libro autobiografico – le leggi non sono tutte uguali, “ce ne sono alcune giuste e altre da contrastare” anche “ripiegando sulla disubbidienza civile”, come quando negò la Mostra d’Oltremare a Matteo Salvini in nome delle “tradizioni cittadine” giudicate prevalenti rispetto all’articolo 21 della Costituzione.

Il sindaco è un pubblico ufficiale o un capopopolo? Può esercitare entrambi i ruoli senza nemmeno levarsi la fascia tricolore? Si può stare con lo Stato e incitare alla disobbedienza dello Stato?

Ma i nuovi Granduchi sono così. Molti di loro, se interpellati sui loro eccessi di autonomia, si lanciano nell’elogio dell’Italia dei Comuni, che in effetti fu una grandissima stagione di vivacità sociale, artistica e culturale, oppure nelle mirabili memorie dell’età delle Signorie. Uno li starebbe pure a sentire, se risultassero pubbliche commesse per Michelangelo, Giotto, Leonardo da Vinci o Donatello nelle loro incarnazioni contemporanee. Però il massimo che vediamo attraversando i Comuni dei nostri eroi sono le rotonde disegnate dai geometri, con i lampioni a led stile Beirut, e insomma: volendo fare Lorenzo il Magnifico o il Doge Enrico Dandolo ci si dovrebbe sforzare di più.

La vituperata signora Zanardi, dunque, non ha fatto che riproporre per l’ennesima volta una questione sulla quale si dovrà mettere la testa, e cioè l’idea che ci siamo fatti dei sindaci e quella che i sindaci hanno di loro stessi: il sindaco è un pubblico ufficiale o un capopopolo? Può esercitare entrambi i ruoli senza nemmeno levarsi la fascia tricolore? Si può stare con lo Stato e incitare alla disobbedienza dello Stato? Una volta esaurite le ordinarie mediazioni sulle disposizioni della legge, dei Prefetti, del Viminale, un sindaco deve adeguarsi o può andare a fare i blocchi stradali? E soprattutto: un sindaco che di quelle mediazioni non è capace, che non riesce a portare a casa il risultato desiderato per le vie "normali", si merita il suo posto?

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