Migranti, lo spettacolo indegno dei “buoni” che si girano dall’altra parte

Mentre Minniti e Delrio polemizzano sulle Ong, vale la pena di ricordare che l’odissea dei profughi non si ferma al Canale di Sicilia. E ricordare a noi stessi cosa significhi respingerli in Libia. Tutto il resto è ipocrisia

Profughi Niger

ISSOUF SANOGO / AFP

ISSOUF SANOGO / AFP

8 Agosto Ago 2017 0943 08 agosto 2017 8 Agosto 2017 - 09:43

Proviamo per un momento ad astrarci dalla polemica politica quotidiana tra i ministri Minniti e Delrio, che come spiega bene il Foglio poco c’entra con la questione sbarchi-scafisti-ong e molto invece con il prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Andiamo oltre, perché le notizie di questi giorni raccontano altro, sulla vicenda migranti, che forse può aiutarci a mettere davvero a fuoco quel che sta avvenendo lungo la rotta maledetta che dalla Nigeria conduce all’Europa continentale, passando per Niger, Libia e Italia.

Partiamo dalla Nigeria, da cui la gente scappa sia per questioni economiche - col calo del prezzo del petrolio il boom della tigre africana è andato a farsi benedire - sia a causa della guerra civile col gruppo terroristico islamico Boko Haram che ha fatto più di 50mila morti in meno di vent’anni, soprattutto tra persone di fede cristiana. Sono loro, i nigeriani in fuga, coloro che percorrono in maggioranza quella che noi chiamiamo “rotta libica” o ”rotta mediterranea” di migranti e dei richiedenti asilo. Nel 2016, scrive Alessandro Cislin sul Fatto Quotidiano, ne sono arrivati 38mila, quasi il 20% del flusso migratorio in ingresso nel nostro Paese. La metà di loro sono donne e bambini in fuga.

Non sappiamo quanti ne partano, di quei 38mila che sono arrivati, quanti rinuncino, quanti ne muoiano, quanti si fermino a metà strada. Sappiamo però che per arrivare da noi devono attraversare il Sahara, passando dal Niger e dall’Algeria, prima di arrivare in Libia. Una rotta che Google Maps misura in 3.667 chilometri. 737 ore di cammino, mitigate - si fa per dire - dai cammelli e da qualche camion Mercedes stipato all’inverosimile.

Lo scriviamo perché la storia va raccontata tutta. Perché se siete tra quelli che esultano per il blocco navale o perché gli sbarchi sono drasticamente diminuiti nell’ultimo mese di luglio (-52,5% rispetto al 2016, a dispetto dello psicodramma collettivo), vi tocca anche sapere che tutto questo non è figlio della fine delle violenze in Africa Occidentale o della fine delle carestie in Africa Orientale, ma di una strozzatura del flusso che è avvenuta lì nel mezzo, nei mercati degli schiavi o in campi di concentramento dove mancano solo forni e Zyklon B

L’inferno in terra si chiama Sebha, nell’entroterra libico, 650 chilometri da Misurata, dove molti dei profughi in marcia vengono venduti come schiavi dalla popolazione locale. Diverse testimonianze raccontano di come non ci sia inferno peggiore di questo inferno libico: per chi arriva lì, l’obiettivo è scappare. Verso l’Europa o verso casa poco importa.

Se non diventi schiavo e non riesci a partire, rimangono i centri di detenzione libici, 34 tra Sabha e Tripoli, con una capienza totale di 8mila persone circa. Unhcr e Medici senza Frontiere, che li hanno recentemente visitati - ne scrivono oggi la Stampa e Repubblica - parlano di «disponibilità d’acqua in quantità minima per bere o lavarsi, correnti interruzioni di corrente elettrica, cure mediche permesse in un ambiente altamente militarizzato e non sempre in piena libertà», oltre che di donne e bambini costretti a vivere in compound sovraffollati, circondati da escrementi, derubati di ogni loro avere, ripetutamente violentati.

Lo scriviamo perché la storia va raccontata tutta. Perché se siete tra quelli che esultano per il blocco navale o perché gli sbarchi sono drasticamente diminuiti nell’ultimo mese di luglio (-52,5% rispetto al 2016, a dispetto dello psicodramma collettivo), vi tocca anche sapere che tutto questo non è figlio della fine delle violenze in Africa Occidentale o della fine delle carestie in Africa Orientale, ma di una strozzatura del flusso che è avvenuta lì nel mezzo, nei mercati degli schiavi o in campi di concentramento dove mancano solo forni e Zyklon B.

Ecco: possiamo pensarla come vogliamo sulla nostra capacità di accoglienza - che con un po’ di buonsenso e buona volontà potrebbe essere molto superiore di così. Possiamo pensare pure che respingere un po’, da qui alle elezioni, possa essere un male minore, per evitare la vittoria alle elezioni della Lega Nord o del Movimento Cinque Stelle che destabilizzerebbe - sic! - l’Unione Europea.

Possiamo far finta di credere pure che basti chiudere il canale di Sicilia alle traversate dei gommoni - coi fucili spianati o con accordi col governo libico che gestisce i campi di concentramento - per dirimere la questione e annunciare in conferenza stampa che abbiamo risolto il problema profughi. Possiamo fare finta che tutto questo serva a nascondere la nostra inadeguatezza nel distribuire i richedenti asilo sui territori, nell’identificarli, nel decidere chi meriti lo status di rifugiato e chi no, nel rimpatriare chi non ha diritto d’asilo. Possiamo pure autoconvincerci - con qualche ragione, peraltro - che non possiamo farci carico da soli di una tragedia subcontinentale, mentre il resto dell’Europa rimane indifferente. Possiamo farlo, ma non facciamo gli ipocriti, per cortesia. Stiamo semplicemente girandoci dall’altra parte, discutendo del nulla insieme a Minniti e a Delrio. La Storia ci ricorderà per quello.

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