È vero, paragonare i migranti africani agli italiani di Marcinelle è offensivo. Per gli africani

Jerry Calà invita Mattarella e Boldrini a sciacquarsi la bocca quando paragonano i morti del Mediterraneo a quelli di Marcinelle. Ha ragione: le due tragedie sono incommensurabili, quella che avviene nel Canale di Sicilia è molto peggio

Marcinelle

STR / BELGA / AFP

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9 Agosto Ago 2017 1024 09 agosto 2017 9 Agosto 2017 - 10:24

«Sciacquatevi la bocca!». Così Jerry Calà - noto comico anni ’80, indimenticato protagonista di Professione Vacanze e Sapore di Sale - ha apostrofato Sergio Mattarella e Laura Boldrini, rispettivamente prima e terza carica dello Stato, per l’improvvido, a suo dire, parallelismo tra la tragedia dei 262 minatori italiani morti nella miniera belga di Marcinelle sessantun’anni fa e i migranti che oggi trovano la morte nel Canale di Sicilia, mentre cercano di raggiungere le nostre coste in gommone. Lo stesso, con altre parole, ha fatto Matteo Salvini, invitando Mattarella a vergognarsi.

Hanno ragione, Calà e Salvini. In primo luogo, perché è stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani. Siamo nel 2017, suvvia.

E poi, scusate, ma le differenze tra i nostri migranti e i migranti africani in arrivo sulle nostre coste sono talmente macroscopiche che il paragone non regge nemmeno da un punto di vista storico e fattuale.

Uno: i minatori italiani di Marcinelle non scappavano da un bel nulla. In Italia non c’erano guerre civili, né carestie, né crisi economiche. Nel 1956, al contrario, eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzioni industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italio-Belga, dieci anni prima, nel 1946. Noi davamo al Belgio 50mila minatori, loro ci davano combustibile per muovere la nostra industria e alimentare le nostre centrali elettriche. Noi dall’Africa ci prendiamo le materie prime e poi chiudiamo le porte ai loro migranti. Trova le differenze.

Due, quindi: i migranti italiani non rischiavano la vita per raggiungere il Belgio, né pagavano gli scafisti con i risparmi di una vita, né tantomeno dovevano farlo donne e bambini. Erano maschi adulti, con un senso del sacrificio e del lavoro che noi ci sogniamo, figli di una generazione a cui dobbiamo buona parte del nostro benessere. Ma perlomeno su 50mila che raggiunsero il Belgio non ne morì nessuno, nel tragitto. Nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare.

Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa - attraversando l’Italia - dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte

Tre: quello di Marcinelle fu un incidente, il più grave dei dodici incidenti minerari verificatisi tra il 1950 e il 1956. Incidenti che produssero scioperi - sì, i minatori italiani potevano scioperare -, cambiamenti di contratti per tutelare i lavoratori - sì, i minatori italiani avevano un contratto -, e pure crisi diplomatiche tra i due Paesi, al punto che l’Italia, il 24 ottobre del 1953 - tre anni prima di Marcinelle - sospese le partenze verso il Belgio preoccupata per le condizioni di lavoro dei minatori italiani.

Quattro, per l’appunto: diritti e contratti. Per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari.

Ecco, magari diciamola così. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa - attraversando l’Italia - dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte. Forse era questo quel che intendeva Jerry Calà quando ci invitava a sciacquarci la bocca. Forse sì.

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