Gli anni in cui le donne americane bandirono le calze di seta

Fu un boicottaggio fatto contro il Giappone e in solidarietà con la Cina, appena invasa. Prese piede a livello nazionale, ma vide le operaie del settore opporsi. Fu una lotta tra due schieramenti: pro-seta e pro-boicottaggio, che misero in mostra, oltre alle loro ragioni, anche le gambe

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di StudioMONDO, da Flickr, (modif.)

di StudioMONDO, da Flickr, (modif.)

9 Agosto Ago 2017 0800 09 agosto 2017 9 Agosto 2017 - 08:00

Non c’era ancora la guerra, ma c’era già il boicottaggio. Fu un movimento vasto, che per la prima volta, unì la moda e la politica, il patriottismo e la sensualità. Fu la guerra alla seta, o alle calze di seta, delle donne americane degli anni ’30.

Il nemico, in questo caso, era il Giappone. Non aveva ancora bombardato Pearl Harbor, ma in America piaceva poco, anche a causa dell’invasione della Cina – che sancì l’inizio della Seconda Guerra Sino-Giapponese. Gli americani stavano con Pechino, anche grazie ai libri di Pearl S. Buck, veri bestseller dell’epoca, e decisero di boicottare tutti i prodotti nipponici. Tra questi, la seta.

Fino a quel tempo ogni donna americana acquistava, in un anno, almeno 15 calze di seta. Era un indumento ritenuto necessario. Dopo il 1937, nell’ondata anti-giapponese, tutto cambiò. Comprare seta divenne un atto sconsiderato, quasi un reato, di sicuro un’offesa al senso comune. E vennero cercate, dal cotone al nudo integrale, varianti e alternative alla seta. Erano in tante a protestare, ma non tutte. Contro di loro c’erano i sindacati e, soprattutto, le operaie che lavoravano nelle aziende (americane) produttrici di seta. Vedevano il loro lavoro messo in pericolo.

“Questo boicottaggio le danneggia in due modi: Prima le priva del lavoro, poi dell’eleganza”, dicevano nelle loro manifestazioni. Perché non era solo una questione di diritti ma anche un problema di eleganza. Come faceva la donna americana, che pure ambiva a essere considerata raffinata, a fare a meno della seta? Era un controsenso, un’assurdità. La battaglia si combatteva insomma, anche a colpi di stile.

Erano gli anni in cui le gambe andavano acquistando un importante ruolo nell’immagine sensuale della donna. Questo favorì la copertura mediatica della lotta: i giornali assecondavano le due parti, sia quelle pro-seta, sia quelle pro-boicottaggio. Mostravano (volentieri) fotografie di gambe con seta, o di gambe senza seta, di giovani pin-up, di gonne sempre più succinte. Furono, insomma, anni pieni di gambe.

Poi il Giappone colpì Pearl Harbor, il governo Usa mise il bando sulle merci giapponesi e non ci fu spazio per nessun genere di boicottaggio. Era la guerra: mise fine al confronto, cambiò le priorità di tutti e, a margine, condannò l’industria della seta, che non si riprese più. Ma era appena arrivato il nylon, e le gambe delle americane stavano già andando in un’altra direzione.

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