Il crollo di Macron in un’Europa ancora in cerca di democrazia

Prosegue il dibattito per la maggior democratizzazione delle istituzioni europee. Sono state messe sul tavolo varie procedure e ipotesi, ma ancora manca l’accordo. Intanto i leader soffrono: Macron ha visto un calo di popolarità inaudito, forse spiegato dal suo scarso europeismo

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PHILIPPE LOPEZ / POOL / AFP

10 Agosto Ago 2017 0952 10 agosto 2017 10 Agosto 2017 - 09:52

La democratizzazione delle istituzioni europee rimane uno degli argomenti più discussi dagli editorialisti e dagli intellettuali sulle pagine dei principali media e think tank europei.

Dalle pagine di Der Spiegel, Henrik Müller punta il dito contro il metodo intergovernativo nella definizione delle politiche comunitarie. Secondo Müller serve un cambiamento radicale nella struttura della governance. Più nel dettaglio, il Parlamento europeo dovrebbe godere del diritto di iniziativa legislativa (al momento è la Commissione europea a detenere in esclusiva questa capacità). Si tratterebbe di una svolta che potrebbe finalmente mettere in moto una politica più democratica a livello europeo. Una seconda proposta riguarda invece la legge elettorale del Parlamento europeo. Müller suggerisce di adottare il principio “una testa un voto” per eleggere la totalità degli eurodeputati e di annullare, di conseguenza, i parametri che garantiscono a ogni Paese membro di essere “rappresentato” da un numero minimo di deputati. Nella logica della riforma proposta, sarebbe compito degli stessi partiti politici – Müller immagina una sorta di partito transnazionale – trovare un mix di nazionalità che permetta di massimizzare le preferenze degli elettori.

Su The Conversation, Richard Youngs analizza invece la proposta di Emmanuel Macron di organizzare una serie di “conferenze democratiche” sull’Unione europea, nel Vecchio Continente. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rivitalizzare il nesso tra la classe dirigente europea e nazionale, da un lato, e i cittadini, dall’altro. In secondo luogo, lo scambio permetterebbe di creare una “dinamica dal basso” per la definizione di politiche comunitarie.

Eppure, Youngs chiede sarcasticamente se la proposta del Presidente francese non sia l’ennesima mossa pubblicitaria: “Per come sono formulate allo stato attuale, non è chiaro se le proposte di Macron offrano un processo di partecipazione radicalmente diverso e aperto, o se, piuttosto, replichino soltanto il formato delle consultazioni che l’Ue ha già sperimentato in passato”. Di conseguenza, Youngs invita le istituzioni comunitarie a sviluppare strumenti “permanenti” per rafforzare l’influenza dei cittadini sui processi decisionali.

A proposito di Macron, parte della stampa europea si è interrogata sulle ragioni del recente calo di popolarità del neo-eletto Presidente francese. Sono due le tesi che spiegherebbero i valori negativi nei sondaggi.

La prima si può trovare tra le pagine del quotidiano liberal-conservatore tedesco, Frankfurter Allgemeine Zeitung. Qui, Michaela Weigel sostiene che, nelle ultime settimane, Macron abbia rivelato il suo tratto “autoritario”. La corrispondente da Parigi scrive che sia la decisione di nazionalizzare STX, sia l’intervento diretto con le autorità libiche, dimostrano una certa “mancanza di europeismo”. Secondo Weigel, Macron dovrebbe invece concentrarsi sulla realizzazione delle riforme economiche promesso durante la campagna elettorale.

La seconda tesi è invece quella di Pauline Bock e si può leggere sulle pagine del New Statesman. Bock offre una prospettiva opposta a quella di Weigel. Le difficoltà di Macron sarebbero legate, in primo luogo, proprio al programma di riforme che il Presidente vuole implementare. In particolare, la riforma del mercato del lavoro e la legge di bilancio andrebbero contro gli interessi degli elettori della classe media e popolare. Questi ultimi, a maggio, hanno votato per il leader di La Republique en Marche! (Lrem) solo per scongiurare il rischio Marine Le Pen.

Tra fake news, fake-history e la politica dei sentimenti

Su The Guardian, Natalie Noudayrède afferma che, nonostante le fake news rappresentino un rischio quotidiano per lo sviluppo del dibattito pubblico nelle società occidentali, viene trascurato sistematicamente un fenomeno parallelo e ben più preoccupante che Nougayrède definisce “fake-history” (“falsificazione storica”, tdr.).

Prendendo spunto dalle leadership di Paesi come Cina, Ungheria, Russia, Turchia e Stati Uniti, l’editorialista francese sostiene che i politici utilizzino narrazioni storiche ad hoc per cementare il loro potere. Per esempio, “il controllo della memoria collettiva è al cuore della politica del regime di Vladimir Putin”, scrive Nougayrède. In maniera simile, i sostenitori del Brexit hanno sfruttato elementi come la “nostalgia per l’Impero britannico” durante la campagna referendaria del 2016. Secondo l’ex-direttrice di Le Monde, “l’accesso incondizionato e libero al passato è una condizione basilare per il successo delle democrazie nel medio-lungo periodo”.

Ma le fake news diventano rischiose soprattutto quando sono i politici stessi a sfruttarle. A quel punto, ciò che nasce è il fenomeno della così-detta “politica della post-verità”. Contestualmente, sono i leader stessi a sfruttare la rabbia popolare per ottenere consenso. Su OpenDemocracy, Noam Titelman tratta il soggetto da una prospettiva progressista. Secondo l’autrice, la strumentalizzazione della rabbia popolare va condannata. Allo stesso tempo però, Titelman invita i movimenti e i partiti della sinistra a non evitare il malcontento e, anzi, ad affrontare quest’ultimo attraverso una “buona politica” (“politics of goodness”). Quella contemporanea sarebbe, in altri termini, una “politica dei sentimenti”, in cui vanno combinate strategie diverse per ricondurre la dialettica a una certa razionalità.

Traduzione dall’originale inglese a cura di Alexander Damiano Ricci

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