Pessimista, ammalata e incazzata: ritratto dell’Italia dopo dieci anni di crisi

Gli indici dell’Istat di oggi e del 2007 a confronto raccontano un Paese invecchiato, coi conti sempre meno a posto e con una fiducia nel futuro al lumicino. E l’indice di litigiosità che quasi triplica racconta bene quale sia l’umore generale del Paese. Niente di buono, all’orizzonte

Italia rugby sconfitta

GRAHAM STUART / AFP

GRAHAM STUART / AFP

10 Agosto Ago 2017 0806 10 agosto 2017 10 Agosto 2017 - 08:06
WebSim News

Mercoledì 9 agosto 2007. Quando la banca francese Bnp Paribas annunciò di aver congelato tre fondi d’investimento poiché la mancanza di scambi sui titoli subprime americani - di cui quei tre fondi erano imbottiti - rendeva impossibile valutarli, in pochi ci fecero granché caso. Eppure è stato proprio quello il detonatore della più grande crisi economica dell’economia moderna, quella della finanza globale.

Pariamo di una crisi che solo un anno dopo ha portato al fallimento di una delle più grandi banche d’affari del mondo come Lehman Brothers, che ha bloccato i flussi dei prestiti tra banche per qualche mese, causa assenza di fiducia, che ha raggelato gli scambi commerciali globali, che a distanza di quattro anni ha portato a un passo dal default praticamente tutta l’Europa mediterranea. E che, ancora oggi, dieci anni dopo, è una zavorra di macerie che ci portiamo dietro e che ci ha cambiati più di quanto immaginiamo.

Per provare a capire come ci ha cambiato - o come siamo cambiati -, abbiamo provato a scattare due istantanee, entrambe tratte dal rapporto “Italia in Cifre” redatto ogni anno dall’Istat. La prima a suo modo, è l’ultima fotografia che abbiamo di quando eravamo giovani, belli e senza preoccupazioni, quella dell’Italia nel 2007 (edizione 2008, quindi) La seconda, è quella relativa all’ultima edizione del rapporto (2016), che coglie il Paese a distanza di poco meno di un decennio. Un Paese che non si riconosce più allo specchio: più povero e disoccupato, certo. Ma anche più litigioso e in cattiva salute fisica, più tassato e meno propenso a investire nel futuro.

La popolazione cresce: tanti stranieri? Sì, ma tantissimi anziani
Parte dalla demografia, l’Istat, facciamolo anche noi. Ma con una prospettiva inusuale, quella della stima della popolazione italiana al 2050. Che nel 2007 era pari a 55,9 milioni di persone, in calo. Mentre oggi è pari a 63,5 milioni, in crescita. Otto milioni in più di anime e un trend in inversione non sono uno scherzo, soprattutto in un Paese in cui la natalità continua a calare - nel 2015 si è raggiunto il livello minimo delle nascite. C’entra, ovviamente, il continuo e crescente afflusso di migranti - nel 2007 gli stranieri erano il 5% della popolazione, oggi sono l’8,3% - ma anche l’aumento della vita media delle persone: in dieci anni l’indice di vecchiaia italiano - il rapporto tra over 65 e under 14 è passato da 141,7 a 161,4. Le proiezioni dicono che si arriverà a 207,1 nel 2030 e a 257,9 nel 2065. In parole povere: nel giro di cinquant’anni ci saranno quasi tre anziani ogni bambino/adolescente. Eccolo, il primo problema.

Pensioni e dintorni: una bomba sociale innescata
Il fratellino cattivo dell’indice di vecchiaia si chiama indice di dipendenza strutturale e racconta quanti individui non autosufficienti ci sono in un Paese ogni 100 individui autonomi. Anche in questo caso, gli ultimi dieci anni sono passati male: l’indice di dipendenza è cresciuto da 51 a 55 e le proiezioni parlano di un’ulteriore escalation che arriva all’82,8 del 2065.
L’impatto sulle pensioni di questa crescita si legge nei conti: in un decennio, la spesa pensionistica è cresciuta dal 15,16% al 17,60% del Pil. E l’importo medio annuo dei redditi da pensione da quasi 14mila a quasi 18mila euro, alla faccia della riforma Fornero.
Se oggi il presidente dell’Inps Tito Boeri e la Ragioneria di Stato paventano guai di fronte al mancato innalzamento dell’età pensionabile nel 2020, pensiamo a che problemi ci ritroveremo ad affrontare tra qualche anno se non riusciremo a invertire la curva demografica.

Ammalati e mal curati: la crisi si è portata via la salute
Saranno gli acciacchi dell’età, sarà il portato di dieci anni di congiuntura economica negativa, sta di fatto che l’Italia del 2017 ha pure qualche problema sanitario. In un decennio, la percentuale di persone in buona salute è scesa dal 73,3% al 69,9% e i consumatori di farmaci sono aumentati dell’8,9%. Già che ci siamo - alla faccia dello stringere la cinghia - sono aumentate pure le persone obese e in sovrappeso, passate dal 42,2% al 45,1%. Non stupisce che a dispetto del fiscal compact la spesa sanitaria, sia pubblica, sia privata, stia continuando a crescere, di 17 miliardi circa in dieci anni.

In dieci anni siamo scesi sotto la media europea come Pil procapite. Fatta 100 la ricchezza media personale nell’Unione, nel 2007 l’Italia era a quota 103,7. Oggi siamo a 96. Mai una gioia, davvero

Austerità, quale austerità? E il debito pubblico vola (e pure le tasse)
A proposito di spesa pubblica, se pensate che questo sia stato il decennio dell’austerità, è probabile vi abbiano raccontato il film sbagliato. Bilancio dello stato alla mano, le uscite correnti di mamma Stato - al netto degli investimenti: poi ci arriviamo - sono passate in dieci anni da 684 a 760 miliardi di euro. Una crescita della spesa finanziata soprattutto in due modi: dal debito pubblico, ça va sans dire - che è cresciuto dal 104% al 132% del Pil, portando a essere l’Italia il secondo Paese più indebitato al mondo dopo il Giappone. E - sorpresa! - le tasse, con un gettito che è aumentato da 460 a 492 miliardi di euro nel giro di dieci anni. Non male, considerando sono stati anni dieci anni crisi.

Mai una gioia: più disoccupati, più poveri
Se le tasse vanno su, l’occupazione e la ricchezza si sono inabissate, in questi dieci anni. Le percentuali le conoscete: il tasso di disoccupazione è cresciuto dal 6,2% all’11,3%, e quello relativo alla disoccupazione giovanile dal 21,8% al 35,4%, ampliando ulteriormente la forbice tra le generazioni, già larga di suo. È una contrazione, questa, che ha colpito prevalentemente il settore industriale che nel 2007 occupava quasi un terzo della forza lavoro complessiva e che oggi ne occupa a malapena un quarto. Piccola luce nel buio: il tasso di attività femminile, in dieci anni, è passato dal 50,7% al 54,1%.
Al problema occupazione, fisiologicamente, si somma un problema reddito, anche perché la qualità del lavoro è quel che è: in dieci anni siamo scesi sotto la media europea come Pil procapite. Fatta 100 la ricchezza media personale nell’Unione, nel 2007 l’Italia era a quota 103,7. Oggi siamo a 96. Mai una gioia, davvero.

Il grande colpevole: il crollo degli investimenti (e dei consumi di beni durevoli)
A tenerci in piedi, in questi anni di guai, sono state le esportazioni, il cui fatturato, nel giro di dieci anni è aumentato di quasi 50 miliardi di euro, con un saldo della bilancia commerciale passato da -1,3 a +3,2. Anche i consumi - sorprendentemente - hanno tenuto, con una crescita di 10 miliardi circa. Cifre da un Paese in salute, queste. Cui fa da contraltare, però, un deciso di calo di investimenti dell’amministrazione pubblica e delle imprese (50 miliardi in meno in dieci anni) e di acquisti di beni durevoli da parte delle famiglie. Indici abbastanza chiari, questi, della scarsa fiducia nel futuro che ha progressivamente attanagliato il Paese nell’ultimo decennio. E, come un gatto che si morde la coda, di un domani non esattamente roseo. Meno si investe, meno si sarà competitivi. Paese avvisato, mezzo salvato.

Di tutti gli indicatori tracciati dall’Istat, quello che in dieci anni ha fatto segnare l’aumento più consistente è quello del cosiddetto indice di litigiosità, che misura il rapporto tra le cause civili intentate e il totale della popolazione. Un indice che, nel giro di un decennio, è quasi triplicato, passando da 24,3 a 61,3

Le buone notizie (a metà): tecnologia e cultura
In un oceano di freccine verso il basso qualche segnale di speranza c’è. Se nel 2007 l’accesso a internet riguardava solo 38,8 famiglie ogni cento, oggi siamo passati a 66,2. Ok, non sono cifre da Silicon Valley ma è già qualcosa. Com’è allo stesso modo qualcosa il fatto che in dieci anni sia aumentata la percentuale di famiglie che vanno al cinema (anche se magari ci vanno una volta di meno) e che visitano mostre e musei.
Ahinoi, dal chiaroscuro non ci usciamo comunque: nel giro di un decennio gli immatricolati all’università sono passati dal 31,6% al 29,4% dei giovani in uscita dalle scuole superiori. Notizia non certo positiva per il Paese con meno laureati d’Europa (il secondo, dai: la Romania fa peggio).

Toh, siamo incazzati…
Una curiosità: di tutti gli indicatori tracciati dall’Istat, quello che in dieci anni ha fatto segnare l’aumento più consistente è quello del cosiddetto indice di litigiosità, che misura il rapporto tra le cause civili intentate e il totale della popolazione. Un indice che, nel giro di un decennio, è quasi triplicato, passando da 24,3 a 61,3.
Lo ammettiamo: non sappiamo come mai sia avvenuto - le cause penali, se ve lo state chiedendo, sono rimaste stabili -, ma è un buon termometro del livello di incazzatura, della minima certezza del diritto, della difficoltà nel fare le cose, della scarsa propensione a investire in questo disgraziato Paese. Del resto, come diceva Ligabue dieci anni prima ancora, era il 1996, se sei un po’ nervoso un motivo ci sarà. E di motivi per essere nervosi, in questi dieci anni, ce ne sono stati parecchi.

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