L’emergenza profughi? È finta (numeri alla mano), ma l’Italia non riesce a gestirla lo stesso

I dati sui numeri degli sbarchi e dei richiedenti asilo parlano chiaro. La strombazzata emergenza è un mito. Ma l’Italia, nonostante il buon lavoro di Minniti, riesce a combinare guai nella gestione e l’allocazione dei migranti

Migranti in partenza dalle coste libiche
14 Agosto Ago 2017 1036 14 agosto 2017 14 Agosto 2017 - 10:36

Finirà che toccherà dire bravo a Marco Minniti, ora che pare le navi delle Ong restano a terra in Italia, che la guardia costiera del Paese africano pare abbia deciso di bloccare gli sbarchi, che gli scafisti abbiano deciso di prendersi una pausa agostana dopo il record di partenze di luglio. Che l’emergenza, la grande invasione, la sostituzione etnica - chiamatelo come volete voi, questo psicodramma estivo - sia alle sue curve finali.

Dal canto nostro, a bocce quasi ferme, non sarebbe male fermarci a ragionare due secondi. E provare a mettere in fila un po’ di luoghi comuni sui quali abbiamo fondato la sindrome da accerchiamento che ci ha accompagnato lungo questa estate torrida e che ha fatto svoltare il Paese a destra di almeno quarantacinque gradi, tra sindaci di centrosinistra che propongono di aumentare le tasse a chi fa accoglienza e ristoratori che si rifiutano di assumere camerieri di colore o commesse fidanzate con ragazzi nigeriani.

Non è vero che il 2017 è stato un anno record per gli sbarchi in Europa. Finora, dopo sette mesi e mezzo, ci sono stati 100.757 sbarchi, contro il 362mila di tutto lo scorso anno

Non è vero, ad esempio, che il 2017 è stato un anno record per gli sbarchi in Europa. Finora, dopo sette mesi e mezzo, ci sono stati 100.757 sbarchi, contro il 362mila di tutto lo scorso anno. Ad agosto 2016 gli sbarchi erano stati 25mila e rotti, oggi siamo fermi a 2500. L’emergenza profughi in Europa, è stata roba degli scorsi anni - il 2015, soprattutto, quando di profughi ne arrivarono un milione e rotti - non del 2017.

È vero, semmai, che ormai l’unica rotta aperta è quella meridionale, che ha l’Italia come approdo. Ma anche su questa direttrice non c’è alcuna emergenza. O meglio, l’anno emergenziale è stato il 2016, con l’arrivo di 180mila migranti e la morte in mare di oltre cinquemila tra loro. Il 2017 è in linea con quei numeri, con un deciso calo degli sbarchi a luglio e agosto. Il tutto, peraltro, con più soldi dall’Unione Europea e con un anno di esperienza in più nell’identificazione, con sempre più comuni che aderiscono ai bandi Sprar, con l’accorciamento dei tempi per l’esame delle richieste d’asilo, figlio del decreto Minniti - Orlando.

Ancora: non è vero che siamo gli unici eroi che si occupano di profughi in un continenti di egoisti e ignavi. Semmai se lo meriterebbe la Germania, l’Oscar dell’accoglienza, visto che le richieste di asilo ai tedeschi nel 2016, sono state 745155, sei volte quelle pervenute all’Italia. E se vogliamo fare i pignoli, e proporzionare le richieste alla popolazione residente nei diversi Paesi europei, scopriamo che i 2027 richiedenti asilo ogni milione d’abitanti dell’Italia stanno a metà classifica. E che Austria, Grecia, Malta, Lussemburgo, Cipro, Islanda, Svizzera, Ungheria, Svezia, Bulgaria e Lichtenstein esaminano, in proporzione, più richieste di noi.

Cerchiamo di essere consapevoli del fatto che quella che chiamiamo emergenza è la nostra incapacità di gestire una situazione che altrove sarebbe più o meno normale

Semmai, il problema è a valle: negli sprechi di denaro, ad esempio. Nella cattiva gestione dell’allocazione dei richiedenti asilo nei centri urbani, ancora troppo spesso figlia degli accordi tra prefetture, proprietari di immobili e cooperative sociali. Nella nostra incapacità di rimpatriare quel 60% di migranti cui bocciamo la richiesta di asilo - cosa che Bruxelles ci rimprovera un giorno sì e l’altro pure - che da quel momento in poi diventano clandestini a tutti gli effetti.

Ben venga Minniti, insomma. Che se non altro ha la dignità di prendersi in carico una situazione, di assumersi la responsabilità di una serie di scelte che finalmente - giuste o sbagliate che siano - assomigliano una strategia, di rimettere la politica a dare le carte, in una partita che troppo spesso, in questi anni, è stata delegata ad altri, fossero essi le Ong o i prefetti. Ma perlomeno cerchiamo di essere consapevoli del fatto che quella che chiamiamo emergenza è la nostra incapacità di gestire una situazione che altrove sarebbe più o meno normale. Con le banche è andata allo stesso modo, se ci pensate. Niente di nuovo sotto il sole. Nemmeno a Ferragosto.

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