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No, l’America non è un Paese razzista (nonostante i suprematisti e Trump)

L’attentato di Charlottesville ha riaperto la ferita degli scontri razziali sul suolo americano. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini statunitensi considera il melting pot un valore

Suprematisti bianchi

ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP

ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP

14 Agosto Ago 2017 0830 14 agosto 2017 14 Agosto 2017 - 08:30

Leggere di episodi di violenza è sempre doloroso e se possibile, lo è ancor di più quando alla base dell’odio vi è una motivazione legata a un concetto così inconsistente come quello di razza. La cronaca ci dice che lo scorso weekend a Charlottesville, in Virginia, sono scoppiati dei violenti scontri tra un gruppo di nazionalisti bianchi e un corteo antirazzista. Il tragico bilancio è di una donna travolta e uccisa da un’auto e numerosi feriti. Hillary Clinton dal suo account Twitter ha scritto: “Il mio cuore oggi è a Charlottesville e con tutti coloro fatti sentire non sicuri nel loro paese. Ma l’incitamento all’odio che ci ha portati qui è reale e condannabile come i suprematisti bianchi nelle nostre strade. Ogni minuto che permettiamo a ciò di persistere attraverso l’incoraggiamento tacito e l’inazione è una disgrazie ed è corrosivo dei nostri valori. È tempo ora per i leader di essere forti con le loro parole e intenzionali con le loro azioni. Noi non torneremo indietro. Se questo non è essere americani, dimostriamolo”. L’ex Segretario di Stato Usa non solo quindi ha preso posizione contro coloro che ancora oggi ritengono la razza bianca superiore ma ha esortato ad agire per evitare che l’odio prenda il sopravvento. Al contrario, molti hanno criticato Trump soprattutto per non aver condannato esplicitamente i neonazisti bianchi.

Dobbiamo dunque arrenderci all’idea di un’opinione pubblica americana esacerbata dall’odio? Sembrerebbe di no. Il Pew Research Center lo scorso 4 agosto ha pubblicato l’esito di un sondaggio condotto tra il 27 giugno e il 9 luglio di quest’anno, da cui emerge che per il 68% degli intervistati l’apertura nei confronti di persone che arrivano da altre parti del mondo è essenziale per definirsi una nazione. Questa convinzione raggiunge il 74 % tra le persone di colore, il 72% tra quelle di origine ispanica e il 66% tra i bianchi. Stando ai dati, i più aperti e tolleranti sono inoltre mediamente più istruiti e giovani (l’81% di chi ha tra 18 e 29 anni e il 70% di chi ha tra 30 e 49 anni). È interessante notare cosa pensano gli elettori dei repubblicani e dei democratici sul tema. Tra chi vota per il partito democratico Usa o ha tendenze politiche affini la percentuale sale all’84%, mentre tra i votanti repubblicani c’è un sostanziale testa a testa, con il 47 % che ritiene l’apertura rilevante per definirsi americani e il 48% che la vede come una minaccia. A fornire questa risposta in generale, a prescindere dalla diversa appartenenza politica, è stata una fetta degli intervistati molto più piccola, pari al 29%.

All’inizio dell’anno infatti è stato condotto un altro sondaggio per testare come viene valutata la diversità etnica in Usa. Ebbene per il 64% questo melting pot rende il Paese un luogo addirittura migliore dove vivere. Solo il 5 % ha risposto in maniera diametralmente opposta

Nello stesso documento pubblicato, il Pew Research Center ci offre anche un altro elemento su cui riflettere. All’inizio dell’anno infatti è stato condotto un altro sondaggio per testare come viene valutata la diversità etnica in Usa. Ebbene per il 64% questo melting pot rende il Paese un luogo addirittura migliore dove vivere. Solo il 5 % ha risposto in maniera diametralmente opposta. Gli americani dunque sono aperti e considerano il mosaico di background presenti entro i propri confini una ricchezza. Il tema è oggetto di numerosi studi e riflessioni, infatti solo lo scorso 2 agosto Lynn Vavreck, docente di scienza politica all’Ucla, rifletteva dalle colonne del New York Times su cosa voglia dire oggi definirsi americani, soprattutto dopo l’ultima campagna per le presidenziali che talvolta ha chiamato in causa proprio caratteristiche di tipo etnico o addirittura di appartenenza religiosa. Il Democracy Fund, una fondazione bipartisan di ricerca, ha chiesto a 8000 persone quali sono i requisiti per definirsi americani. Gran parte ha risposto il rispetto delle leggi, delle Istituzioni e l’apertura verso chi ha background diversi. Ma tra i due principali partiti le differenze hanno riguardato soprattutto tre aspetti: l’aver vissuto gran parte della vita in America, l’essere nati lì e addirittura l’essere cristiani. In particolare, mentre il 49% dei democratici ritiene importante aver vissuto in Usa e il 47% essere proprio nati in America, la percentuale tra gli elettori repubblicani sale al 63% e in particolare, tra chi ha votato Trump alle primarie repubblicane, rispettivamente al 69% e al 72%.

Secondo la Vavreck pensarla allo stesso modo su questi aspetti ha determinato quindi omogeneità all’interno del gruppo di sostenitori di Trump ma la tendenza a livello nazionale è differente. In altre parole, gli americani in generale non tenderebbero a definire la propria identità nazionale sulla base dell’esclusione di alcuni gruppi o di alcune caratteristiche etniche o religiose. Noi vogliamo credere e sperare che gli americani la pensino come l’ex presidente Barack Obama che dopo le violenze in Virginia su Twitter ha citato Nelson Mandela e ha ricordato che nessuno è nato per odiare un’altra persona per il colore della pelle, per il suo background o per la sua religione e soprattutto, che agli uomini è possibile insegnare ad amare e rispettarsi gli uni con gli altri.

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