Il Ferragosto passatelo in città, in uno strip club

Cronaca ferragostana di una giornata in uno strip club milanese, tra ragazze belle e legnose e avventori-umarell. Ecco perché il treno dei desideri non solo va al contrario, ma sosta nei luoghi più impensati

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Demi Moore nel film Strip Tease

15 Agosto Ago 2017 1000 15 agosto 2017 15 Agosto 2017 - 10:00

D’estate, non c’è solo chi parte in preda alle smanie per la villeggiatura, ma anche chi resta ad affrontare pomeriggi troppo azzurri e lunghi aspettando treni dei desideri che non arrivano mai. Gli eventi estivi cittadini, moltiplicati a vista d’occhio, hanno attenuato gran parte della struggente noia che un tempo ci avviluppava, le connessioni internet e i condizionatori ci hanno reso tutti più domestici proteggendoci dall’afa, lasciandoci liberi di continuare a fare cose e vedere gente (su Facebook), e le zingarate che si generavano dall’assommarsi delle solitudini stile Il sorpasso si sono tramutate in un soliloquio suoi nostri diari segreti di questa Second life collettiva che è diventata la nostra distopica quotidianità.

Siccome da settembre mi trasferirò parzialmente a Milano per lavoro, invece di partire come avevo previsto, mi sono visto costretto a usare agosto per completare piccoli pezzi di trasloco, arredare il nuovo appoggio milanese e riorganizzare ciò che resta di quello romano. Le domeniche d’agosto mi sono così state restituite intatte esattamente come quelle che trascorrevo da ragazzino, sonnolente e roventi, solitarie, senza scopo (o con uno scopo – il trasloco – che avrebbe fiaccato il mio spirito anche con la prima brezza primaverile, figuriamoci in questa canicola estiva).

È così che, trasportato l’ultimo scatolone al quinto piano senza ascensore dove ho fortunosamente trovato un bilocale semiarredato, decido di fare un giro nel nuovo quartiere, Porta Venezia, per prendere confidenza con un territorio molto diverso da quello che si sviluppa attorno al mio adorato piano terra a Tiburtina. Passeggiando per Corso Buenos Aires, battendo a tappeto le traverse alla ricerca di un po’ d’ombra, all’interno della piccola galleria accanto al teatro Elfo, un’insegna luminosa mi attira all’ingresso del perfetto rifugio domenicale: il Pupa Club. Guardo su Google. Il Pupa è un locale di spogliarelli in cui, la domenica pomeriggio, previa consumazione obbligatoria da 10 euro, l’ingresso è gratuito.

Vedere comporsi l’atmosfera a luci rosse, assistere all’erotizzazione di un locale per soli uomini, è uno spettacolo affascinante di cui mi sento immensamente grato. Ha a che fare con quel senso di appartata spiritualità cristallino per chiunque si sia sentito, almeno una volta nella vita, un voyeur, uno spettatore, un testimone di vite che non sono la sua

Secondo le informazioni online dovrebbe avere appena aperto, ma quando scendo le scale l’uomo alla cassa - il tipo d’uomo che potrebbe avere un fucile a canne mozze sotto il seggiolino su cui arteriosclereggia tutto il giorno -, con la stessa strascicata indolenza di chi rumina abitualmente tabacco da masticare, mi avverte che “le ragazze” si stanno ancora preparando, e mi invita a tornare alle quattro.
Esco a fare due passi, esploro qualche altra assolta traversa, bevo una birra in un supermarket 24h bangladese rinfrescato dal pigro mmmmmmmm di un condizionatore di seconda mano e mi ripresento un’ora dopo in un locale ancora quasi completamente vuoto, la grande pista coi pali deserta, il dj assonnato che prende svogliatamente possesso della console.
Tra addii al celibato e scorribande machiste all’estero, qualche strip club nella vita l’ho visitato. Ma mai di pomeriggio nel centro di una grande città in cui vivevo.
Vedere comporsi l’atmosfera a luci rosse, assistere all’erotizzazione di un locale per soli uomini, è uno spettacolo affascinante di cui mi sento immensamente grato. Ha a che fare con quel senso di appartata spiritualità cristallino per chiunque si sia sentito, almeno una volta nella vita, un voyeur, uno spettatore, un testimone di vite che non sono la sua. E inspiegabile agli altri.

Alle 16.10, mentre il locale è ancora senza avventori, fanno capolino le ragazze, visibilmente annoiate, che si stravaccano sui divanetti, si aggiustano i reggicalze, indossano lentamente i tacchi 12, scambiano qualche parola col barista.
Non ci sono coordinate temporali, nessuna indicazione di che ora potrebbe essere, questo nonluogo (che ricorda le atmosfere dei bingo, dei casinò e delle chiese, tutti spazi in cui il vizio e l’alienazione sono benvenuti avventori) mi riporta indietro all’eccitante noia delle domeniche d’estate da ragazzino, quando arrivavo in anticipo ai giardinetti, senza cellulare, in attesa degli amici che sarebbero arrivati alla spicciolata chissà quando insieme alla ragazzina che mi piaceva e non mi considerava.

Prendo da bere un whisky e soda e mi siedo in un divanetto d’angolo dalla cui riparata lateralità vedo arrivare uno a uno gli anziani avventori abituali. Qualcuno si saluta, qualcuno si ignora, prendono da bere acque frizzanti e aranciate amare, si siedono composti nella fila di divanetti sotto il palco, quelli con la visuale migliore, si sfilano il borsello a tracolla e se lo sistemano accanto o tra i piedi calzati dai sandali, inforcano gli occhiali da lettura fissando i pali luccicanti sotto le luci stroboscopiche che iniziano a vorticare variopinte proiettando colori sgargianti su chi resta nell’ombra pregustando, senza dare a vedere una certa impazienza, l’arrivo di quelle che potrebbero essere le loro nipoti, ma che si spera non lo siano. Con un certo stupore, scopro che vanno molto le polo di maglina a righe a Porta Venezia.

Un drappello di umarell meneghini, rimasti in piedi, ammutoliscono al primo topless, scuotono le teste, tengono le mani dietro la schiena, come davanti a un cantiere messo su a regola d’arte, ma al quale potrebbero comunque suggerire qualche miglioria, se interpellati

Come il locale fosse una pentola messa a bollire, con l’acqua che accumula calore restando apparentemente inerte fino ai 99 gradi per poi mutare dialetticamente di stato, il silenzio si rompe all’improvviso, i nostri cento gradi sono le prime strofe ad altissimo volume di Buona domenica di Antonello Venditti intervallate dalla voce del dj: «Benvenuti al Pupa Club edizione… pomeriggio!» La pista è ancora deserta, ma tutti noi, che non siamo rimasti “in casa ad aspettare” ci tiriamo un po’ su coi gomiti e diamo un sorso alle nostre bevande schioccando rumorosamente le labbra.

Ormai ci sono una ventina di clienti sparpagliati nel locale, il nocciolo duro sotto al palco, gli altri sparsi tra i divanetti intorno. Alcuni, ritardatari, prima di raggiungere la loro postazione passano a scambiarsi un bacino con la slava di turno, che li saluta affettuosa e distaccata, come una qualsiasi nipote a un qualsiasi zio irrispettosamente arzillo a una festa di paese. Chissà che effetto farà, fra qualche decennio, ritrovarsi le domeniche pomeriggio in bocciofile, balere e strip club in cui al posto del liscio e della musica leggera ci saranno la techno e gli 883.

Fa la sua apparizione la prima ragazza, un drappello di umarell meneghini, rimasti in piedi, ammutoliscono al primo topless, scuotono le teste, tengono le mani dietro la schiena, come davanti a un cantiere messo su a regola d’arte, ma al quale potrebbero comunque suggerire qualche miglioria, se interpellati.
Elena, un po’ tracagnotta e scocciata, nonostante abbia messo su una discreta pancetta, ricorda Marisa Tomei nei panni della spogliarellista di The Wrestler: affaticata e ormai sul viale del tramonto e, allo stesso tempo, proprio grazie alla sua rassicurante mancanza di giovinezza e aggressività, così profondamente sensuale.
Quando ha finito, dopo aver chiesto un grande applauso per Elena, il DJ tiene alto il ritmo: «Bene andiamo avanti con la bellissima Maria».
Mentre Maria, che effettivamente è bellissima e nel fiore degli anni, fa sfoggio della sua legnosa inesperienza, Elena sui divanetti accarezza la pancia e dà bacetti sulla guancia a quello che, a quanto mi dirà poi un suo compagno di merende mentre i due si avviano verso un privè «è uno a cui gli piace farsi strizzare fortissimo i capezzoli, e Elena è la più spietata di tutte»).

Maria, dal palco, ha già puntato la sua preda in pantaloncini corti, polo Benetton e orecchino: si conquista definitivamente il privè (60 euro) quando gli lancia le mutandine prima di raggiungerlo

​Chi l’avrebbe mai detto? Mi sento in colpa mentre sono circondato da tette e culi. Ma proprio in colpa. Per una distorta morale cattolica, non sono le tette e i culi in sé, a farmi sentire in difetto, ma il fatto che una donna che si mantiene mostrando le sue tette e il suo culo, Jessica, non sia il mio tipo

Col passare del tempo e delle ragazze, il Pupa si è popolato, ci hanno raggiunti un paio di tamarri con magliette del Jack Daniel’s, alcuni stempiati immigrati danarosi, un tizio coi baffi nascosto da occhiali scuri e cappellino con la visiera che nella mia testa sarebbe un perfetto serial killer.
La versione light pomeridiana degli strip club regala ai frequentatori un’atmosfera rilassata. Per quanto detto ad alta voce («a Ferragosto ero a bere in uno strip club») sembri qualcosa di evidentemente disdicevole, in realtà, rispetto alla sconfinata impudicizia delle enciclopediche gallerie pornografiche cui siamo abituati su web, questa versione analogica delle riviste zozze di una volta ha una sua sorprendente eleganza.

Certo, i tacchi alti sbrilluccicanti, i top acrilici di colori sgargianti, le hit del momento, tipo quella canzone di JAx e Fedez che fa Come il crimineee, come le ragazze con i grilletto facile… non sono proprio il massimo dell’eleganza.
Ma è proprio la non pretenziosità delle ragazze e della selezione all’ingresso che rende tutto così straordinariamente domestico.
Al bancone, mentre ordino un altro drink faccio due chiacchiere col Gino, che mi fa notare come ogni ragazza, apparentemente dozzinale e sovrapponibile alle altre, in realtà abbia la sua particolarità, qualcosa che la rende unica «come noi», conclude, con un eccesso di malizia che mi lascia perplesso.

C’è Inna, che balla solo su canzoni tristi e ha una vocazione “intimista”; Jessicona, che mentre li strapazza riempie di “micio bello” e “bamboccione” i suoi catatonici fan; Rosa, che con un tovagliolo rosso (avanzo di capodanno?) prima di esibirsi pulisce accuratamente entrambi i pali dal sudore delle altre; Monika, che a metà dello spettacolo scende dal palco e inizia a sedersi a turno su tutti i presenti, che infatti quando si alza si sentono legittimati a palparle sonoramente il sedere; una ragazza un po’ slavatina che sembra la Jenny di Forrest Gump; un’altra Jessica che quando mi sente lamentarmi col mio nuovo conoscente al bancone del fatto che non si possa fumare seduti ai divanetti si affretta a puntualizzare: «Nel privè si può fumare, andiamo di là, così insieme alla sigaretta ti fumi anche la tua Jessica».

Chi l’avrebbe mai detto? Mi sento in colpa mentre sono circondato da tette e culi. Ma proprio in colpa. Per una distorta morale cattolica, non sono le tette e i culi in sé, a farmi sentire in difetto, ma il fatto che una donna che si mantiene mostrando le sue tette e il suo culo, Jessica, non sia il mio tipo. Rifiuto il suo invito, cercando di fingere di farlo a malincuore, per non offendere la sua procace avvenenza, e lo faccio a scapito della mia idea di mascolinità, un’idea inappropriata, preistorica, un mito di cui non sono mai stato all’altezza, quella dell’uomo che fa quello che deve fare quando lo deve fare, privo di ubbie, di tentennamenti, di sofisticazioni. Un uomo capace di valorizzare qualsiasi donna, di lusingarla, visto che non è capace di amarla, con la sua virilità a comando.

Gianni, incontrato nel locale. ​Più che spacciatore, gli piace considerarsi un avventuriero, o un conquistatore, e nel corso di una breve e delirante conversazione traccerà un improbabile parallelo tra il luogo della partenza di Franco per la presa spagnola e le crudelissime azioni di Leopoldo II in Africa, di cui si sogna erede

Intanto, mentre parte Gabbani (Tra le granite e le granate) la macchina del fumo ha reso tutto bianco, come ai bei tempi quando di nascosto da mia madre andavo, prima al Vanilla e poi al Divina, in discoteca al pomeriggio a Genova, quando la nebbia artificiale era la costante cortina fumogena della guerra che ogni adolescente combatte per sopravvivere ai Nutella party e alle “feste della schiuma” e lo faranno diventare adulto.

Nessuno mette dollari nelle mutandine delle spogliarelliste, e questo un po’ mi rattrista, ma quando mi siedo al bancone per un terzo giro, il tizio con cui scambio due chiacchiere in attesa del drink mi riporta nella dimensione cinematografica di cui ho bisogno. Non sarà come stare al Badabing, il locale di spogliarelli dei Soprano, teatro di loschi affari e regolamenti di conti dei miei sogni americani, ma anche la professione di Gianni, proprietario di un vasto appezzamento di terra per la coltivazione di marjuana a Tenerife, non è male. Passa in quel clima tropicale la maggior parte dell’anno, vive in un camper, perché gli piace considerare provvisoria la sua terra d’adozione, anche se vi risiede da quando, come dice lui, diversi anni fa si autoesiliò per l’impossibilità di rendere di nuovo l’Italia “gloriosamente fascista”.
Più che spacciatore, gli piace considerarsi un avventuriero, o un conquistatore, e nel corso di questa breve e delirante conversazione traccerà un improbabile parallelo tra il luogo della partenza di Franco per la presa spagnola e le crudelissime azioni di Leopoldo II in Africa, di cui si sogna erede. Quando mi saluta, per seguire nel privè la ragazza di cui non afferro il nome appena scesa dal palco fra gli applausi della claque della prima fila di divanetti, sembra l’uomo più pazzo e felice del mondo che potessi incontrare.

“I miei viaggi in Cina sono davvero poca cosa se li confronto a quei passi a tentoni nel buio, dal letto alla cucina, in cerca di un bicchier d’acqua”. Così, Ennio Flaiano in Diario notturno. Che aggiungeva: “Dai viaggi autour de sa chambre, raramente si ritorna”.

Mentre resto in piedi da solo al bancone, incerto se andarmene o prendere un’altra cosa da bere, ispirato dalle scelte musicali del DJ, penso che quello che scriveva Flaiano sulle gioie domestiche valga anche per il Pupa club. Non serve andare da Roma a Bangkok (passando da Londra), e neanche sognare di fare la spola tra Pamplona e Riccione. Basta starsene da soli a Milano a Ferragosto per scoprire che il modo migliore per combattere i pomeriggi troppo azzurri e lunghi è realizzare che si sono dei treni dei desideri che alla fine si sarà contenti di perdere.

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