Produzione industriale: Europa giù, Italia su (e ora provate a dire che non c’è ripresa)

A giugno l’Italia cresce dell’1,1%, ai massimi degli ultimi tre anni, mentre l’Europa decresce dello 0,6%. Eppure, ancora si parla di declino irreversibile, nonostante i record dell’export e del turismo, l’occupazione che cresce, le stime sul Pil riviste al rialzo. Avanti così, facciamoci del male

Non vedo

Foto tratta da Pixabay.com

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15 Agosto Ago 2017 0808 15 agosto 2017 15 Agosto 2017 - 08:08
WebSim News

Prima eravamo col segno più, ma eravamo il fanalino di coda del Vecchio Continente. Poi non lo eravamo più, ma eravamo comunque a rimorchio dell’Europa che in media correva di più. Ora chissà cosa si dirà, per nascondere la ripresa italiana, con la produzione industriale che a giugno è cresciuta dell’1,1% in Italia - quinti su ventotto, dietro a Lussemburgo, Estonia, Olanda e Croazia - mentre in Europa era in calo dello 0,6%.

Poco importa, dai. Qualunque scusa può essere buona. Quel che sconcerta, semmai, è che da qualche mese a questa parte le buone notizie -l'estate del nostro contento la chiama Claudio Cerasa sul Foglio - non le vogliamo nemmeno sentire. Il turismo batte ogni record da due estati? È merito dell’Isis che ha deciso di non fare attentati in Italia, non certo di città che hanno saputo rilanciarsi o di musei finalmente in grado di attrarre visitatori, o di un settore dell’accoglienza che è riuscito a diventare un po’ più moderno ed efficiente. L’export vola? Merito dell’Euro, che però fino a ieri era un incudine attaccata ai testicoli. Le previsioni sulla crescita del Pil sono costantemente riviste al rialzo? Sarà merito di Mario Draghi, o di Donald Trump, o dei rettiliani. La disoccupazione - generale e giovanile - è ai minimi da cinque anni a questa parte? Saranno tutti lavori precari e dequalificati, e poco importa se prima non c’erano nemmeno quelli. E comunque domani andrà peggio. Siamo in Italia, del resto: deve andare peggio per forza, qualcosa succederà.

L’economia reale spesso se ne frega delle alchimie e delle presunte pietre filosofali di politici, economisti, così come degli anatemi dei profeti di sventura.

No cari, invece. Non è per forza così. Qualche giorno fa abbiamo raccontato quanto sia andata male negli ultimi dieci anni e non passa giorno che non puntiamo il dito contro il fardello delle cose sbagliate e contro quelle non fatte. Fortunatamente, è stato fatto anche qualcosa di buono. Ancor più fortunatamente, l’economia reale spesso se ne frega delle alchimie e delle presunte pietre filosofali di politici, economisti, così come degli anatemi dei profeti di sventura.

E allora ecco che la farmaceutica cresce del 18,5% e l’automotive del 13,6%, spingendo ai massimi storici, perlomeno degli ultimi due anni, l’indice della produzione industriale, che si avvia a raggiungere, finalmente, i livelli del 2010, abbandonati durante la durissima recessione del 2012 e mai più recuperati.

Abbastanza per guardare al futuro con fiducia, e per sperare che la resilienza del nostro sistema produttivo possa comunque essere più forte di qualsiasi turbolenza politica e di qualsivoglia paralisi parlamentare. Abbastanza per imprecare contro una politica che se sostenesse il cuore propulsivo di questo Paese - vessato e tassato come non ci fosse un domani, per alimentare le necrosi della pubblica amministrazione - potrebbe davvero far spiccare il volo all’Italia. E, già che ci siamo, contro una pubblica opinione che invece di soffiare nelle vele della ripresa - incalzando il Governo a fare quanto più possibile per sostenerla - si ostina a vedere tutto nero, limitandosi a piatire redditi di cittadinanza, sussidi, assunzioni nel pubblico impiego, tasse all’innovazione. Tafazzi, in confronto, era un dilettante.

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