Ma quale anonimato, Sarahah sa tutto di te, e ti lascia senza difese

La diffusione dell'applicazione saudita ha fatto molto discutere, al centro delle critche l'anonimato in rete, che secondo molti sarebbe la causa del cyberbullismo e dell'odio, ma non è così e intanto che litighiamo Sarahah sa tutto di noi

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16 Agosto Ago 2017 1210 16 agosto 2017 16 Agosto 2017 - 12:10

La diffusione virale di Sarahah, l'applicazione saudita che permette di ricevere messaggi anonimi da chiunque che sta riempendo di verde le bacheche di mezzo mondo, con tutte le discussioni e le polemiche che ha generato, ha ribadito una cosa importante: che siamo ancora lontani, molto lontani, dall'aver compreso sul serio alcuni dei temi più caldi che lo sviluppo di una vita virtuale — reale ed effettiva quanto quella analogica — ci ha messo di fronte: dal tema del cyberbullismo, a quello dell'anonimato, dalla protezione dei nostri dati sensibili fino allo strabordare preoccupante dei nostri ego che, usciti dalla tazza, fanno sempre più a botte tra di loro.

Intendiamoci, sono tutti problemi di prim'ordine, ai quali però, come purtroppo sempre più spesso accade, ci approcciamo frettolosamente, superficialmente, senza provare a pensare più in là del nostro mouse, con l'ovvio risultato di sottovalutare i problemi veri e prendercela con i finti problemi come se fossero spade di Damocle che minacciano il futuro del pianeta.

La nostra astigmatica indignazione, anche questa volta, ci ha fatto schierare dalla parte sbagliata della barricate, scatenando l'attacco in massa contro l'anonimato, accusato senza motivo di essere la causa di tutti i mali della Rete. Come sempre sbagliamo, e di tantissimo, perché anche se ce ne siamo dimenticati, il contrario dell'anonimato sono l'autenticazione e l'identificazione e sono prerogative antilibertarie, sono la base della sorveglianza di massa, dei fascismi, dei totalitarismi. Insomma, tra anonimato e identificazione non abbiamo titubanze a vedere nel primo un pericolo e nel secondo una tutela, ma invece è esattamente il contrario.

Dopo aver analizzato per 3 anni oltre mezzo milione di commenti online uno studio datato 2016 e pubblicato su PLOS lo ha dimostrato: “in the context of online firestorms, non-anonymous individuals are more aggressive compared to anonymous individuals”. Che vuol dire? Semplice: gli individui che ci mettono la faccia sono più aggressivi di quelli che la nascondono, ovvero l'anonimato non ha alcuna attinenza con la violenza in rete, come poi tanti casi — in primis quello di Laura Boldrini — ci hanno già insegnato.

E in effetti, pur promettendo l'anonimato, Sarahah sembra aver veicolato tutto sommato più messaggi positivi che negativi, in soldoni, sembrerebbe più facile e comune ricevere dichiarazioni d'amore e complimenti piuttosto che insulti e aggressioni e il motivo è anche di ordine psicologico: chi insulta ha molto più piacere di quello che pensiamo nel metterci la faccia, nel lanciare il sasso in faccia e sventolare la mano rivendicando la propria cattiveria. Anche alla prova dei fatti, quindi, l'anonimato non è diventato l'anello di Gige che ci permette di diventare delle bestie se nessuno ci può vedere.

Ma non è finita qua, perché mentre chi usa Sarahah si masturba l'ego pubblicando i messaggi che gli arrivano e mentre chi non la usa li percula, attivando l'ormai classico ciclo della perculata e generando il clima da stadio che poi non è altro che il vero problema dell'internet contemporaneo, nessuno si fa le domande che contano sul serio o va a leggere i termini e le condizioni di questa applicazione.

Male. Molto male. Perché scoprirebbe che l'anonimato di cui parla Sarahah esiste soltanto in superficie e il fatto che l'identità di chi vi ha scritto che vi ama alla follia ma non ha il coraggio di dirvelo resti oscuro a voi non significa che resti oscuro anche a Sarahah, che invece, come dio, tutto vede e tutto registra, dal vostro IP — che non è altro che un codice di identificazione — alla vostra mail e chissà quanti altri dati personali; ma non solo, perché Sarahah è anche libera di sputtanarvi se commettete qualche reato e può cambiare termini e condizioni in qualsiasi momento senza dirvelo. Questa è la battaglia che dobbiamo portare avanti a tutti i costi: la difesa dei nostri dati personali. E visto che l'anonimato in questa battaglia è un'arma e non un pericolo, faremmo bene a smettere i panni delle anime belle e minchione e a pensarci due volte prima di distruggere la nostra ultima barriera di difesa contro la sorveglianza di massa.

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