Parole e niente più: in Italia è abusiva una nuova casa ogni cinque

Nel 2008 meno di una nuova casa su dieci era abusiva, nel 2015 quasi una su cinque. Al Sud è quasi una su due. Lo dice l’Istat e il dato dice tutto sul nuovo sport nazionale: lisciare il pelo agli elettori che hanno costruito senza permessi

Abusivismo

È abusivo quasi il 20% dei nuovi edifici costruiti nel 2015

Adriano Amalfi/ Flickr Creative Commons

16 Agosto Ago 2017 0830 16 agosto 2017 16 Agosto 2017 - 08:30
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Prendiamo due spiagge nel sud-est della Sicilia, distanti un paio di chilometri l’una dall’altra. Una ha un lungomare, una pineta sul litorale, un parcheggio organizzato, un borgo relativamente ordinato e due villaggi turistici a qualche centinaio di metri nell’entroterra, invisibili dal mare. È diventata un punto di riferimento per il turismo in uno degli angoli d’Italia che più è riuscito a far salire gli arrivi in questi anni. L’altra non ha lungomare, perché è disseminata di case abusive, poste a distanza di una trentina di metri l’una dall’altra per diversi chilometri. Stanno tutte a una ventina di metri dalla riva, dove prima c’era un arenile usufruito da tutti, in un luogo dove gli stabilimenti sono un’eccezione alla regola della spiaggia libera. Qualcuno in quei venti metri che separano la casa dal mare ha costruito anche un capanno, una sorta di dependance, e perfino un vialetto di sassi dalla porta di casa alla battigia. «Hanno mangiato la spiaggia e hanno impedito ogni sviluppo turistico, per sempre», dice un abitante del luogo.

Forse bisognerebbe partire da questa distruzione del bene comune e del potenziale turistico di ampie zone d’Italia, quando si parla di abusivismo. Un vantaggio per pochi, uno svantaggio per tutti. Eppure è un discorso che in Italia evidentemente non fa presa. Se si guardano i dati diffusi dall’Istat ogni anno nel suo rapporto Bes (Benessere Equo e Sostenibile), si deve concludere che nonostante i fiumi di belle parole le cose stanno peggiorando. Spiega l’istituto nazionale di statistica che nel 2008 era abusivo il 9,3% delle nuove costruzioni a uso residenziale, mentre nel 2014 la cifra era salita al 17,6%. Nel 2015, ultimi dati disponibili, si è sfiorato il 20 per cento. È una consolazione magra sapere che i numeri assoluti sono in calo, perché, aggiunge l’Istat, nel 2015 il flusso delle costruzioni a uso residenziale autorizzate dai comuni si è ridotto del 70,5% rispetto al 2007, mentre quello delle costruzioni realizzate illegalmente soltanto del 35,6%. Stesso discorso per la differenza tra il 2014 e il 2015: -16,3% di costruzioni autorizzate, solo -6% di quelle abusive. Secondo il Cresme tra costruzioni ex novo e ampliamenti significativi, l’abusivismo produce circa 20mila case ogni anno. Il fenomeno è drammatico al Sud, perché in Molise, Campania, Calabria e Sicilia si stima che nel triennio 2012-2014 il numero degli edifici costruiti illegalmente sia stato tra il 45% e il 60% di quelli autorizzati. Stiamo parlando di un periodo distante un decennio dall’ultimo condono del 2003, segno che nessuno crede nell’eventualità di una demolizione e la maggioranza delle persone è sicura che prima o poi una sanatoria arriverà.

Fonte: Istat, rapporto Bes 2016, elaborazione su dati Cresme

Spiega l’istituto nazionale di statistica che nel 2008 era abusivo il 9,3% delle case costruite, mentre nel 2014 la cifra era salita al 17,6%. Nel 2015, ultimi dati disponibili, si è sfiorato il 20 per cento. È una consolazione magra sapere che i numeri assoluti sono in calo

L’Istat mette il dito nella piaga quando spiega che, alla luce di questi dati, «non sembra delinearsi alcun miglioramento dell’indicatore di urbanizzazione delle aree sottoposte a vincolo paesaggistico, che già al Censimento del 2011 rilevava nelle aree costiere, montane e vulcaniche protette dalla Legge Galasso del 1985, un sensibile incremento delle costruzioni». In altre parole, si continua a costruire sulle spiagge, alla faccia di ogni legge, ignorata come la più classica delle grida manzoniane. Il rapporto Ambiente Italia di Legambiente è chiaro: in Italia il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile. Di questa parte, la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, interessa 1.653 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa. «Tra le regioni, la Sicilia ha il primato assoluto di chilometri di costa caratterizzati da urbanizzazione meno densa ma diffusa (350 km), seguita da Calabria e Puglia; la Sardegna è invece la regione più virtuosa per quantità di paesaggi naturali e agricoli ancora integri e comunque è la regione meno urbanizzata d’Italia», si legge. Dal 1988 ad oggi, continua il rapporto, «malgrado fosse in vigore la legge Galasso che avrebbe dovuto tutelare le aree entro i 300 metri dalle coste, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 chilometri all’anno, cioè 25 metri al giorno. Tra le regioni più devastate la Sicilia con 65 chilometri, il Lazio con 41 e la Campania con 29. Nelle aree costiere, secondo i dai Istat, nel decennio 2001 – 2011 sono sorti 18mila nuovi edifici. Ben 700 edifici per chilometro quadrato sia in Sicilia che in Puglia, 600 in Calabria ma anche 232 per chilometro quadrato in Veneto, 308 in Friuli Venezia Giulia e 300 in Toscana, Basilicata e Sardegna».

In Italia il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile. Di questa parte, la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, interessa 1.653 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa. Tra le regioni la Sicilia ha il primato assoluto

rapporto Ambiente Italia di Legambiente

Come ricorda ancora Legambiente, sono le ragioni economiche che hanno contribuito al boom del mattone illegale. Una casa abusiva può costare anche la metà di una costruzione in regola, perché tutta la filiera ha un prezzo ridotto: i materiali acquistati in nero, la manodopera pagata in nero, zero spese alla voce sicurezza del cantiere. Una distorsione del mercato che danneggia chiunque decida di seguire le regole. Una villa costruita in nero, ha ricordato nei giorni scorsi Stefano Boeri, può costare solo tra gli 80mila e i 100mila euro. Per una casa costruita sulla spiaggia e affittata in nero, la distorsione è doppia.

E gli italiani di tutto questo cosa pensano? Secondo l’Istat sperimentano sempre più disagio, nella loro vita quotidiana, per il degrado del paesaggio e per il peggioramento della qualità percepita degli spazi pubblici. Ma sempre di meno si dichiarano preoccupati per “la rovina del paesaggio causata dall’eccessiva costruzione di edifici”. E visto che un miglioramento delle condizioni oggettive non c’è stato, questo calo di attenzione è dovuto più probabilmente una perdita di consapevolezza, come affermano gli stessi statistici.

Fonte: Istat, rapporto Bes 2016

Gli italiani sperimentano sempre più disagio per il degrado del paesaggio e per il peggioramento della qualità percepita degli spazi pubblici. Ma sempre di meno si dichiarano preoccupati per “la rovina del paesaggio causata dall’eccessiva costruzione di edifici”

Il disinteresse degli effetti dell’abusivismo non riguarda solo il potenziale turistico delle spiagge, ma il fatto che le costruzioni illegali alimentano le cave fuorilegge e le imprese dei clan nei settori della movimentazione terra e del calcestruzzo. «Il ciclo illegale del cemento non è solo il costruito dove non si può, ma è anche appalti truccati, opere dai costi esorbitanti per alimentare giri di mazzette, corruzione e speculazioni immobiliari con le carte truccate», ricorda Legambiente nell’introduzione di uno speciale sul tema. Così come si perde la memoria, in giornate in cui si torna a parlare di “abusivismo di necessità” (sull’interpretazione politica delle affermazioni del candidato del M5s in Sicilia, Giancarlo Cancelleri, e di Luigi Di Maio si rimanda a un articolo di Flavia Perina su Linkiesta), del nesso tra abusivismo e rischio sismico e idrogeologico. Tra i punti più interessanti di un’intervista a Graziano Delrio su Repubblica, il ministro delle Infrastrutture insiste su questo tasto: «Chi vive in una casa abusiva deve sapere che ha molte più probabilità di morire per colpa della scarsa qualità del cemento, degli scempi che hanno alterato il suolo, di un piano rialzato costruito senza rispettare le norme. L’Italia è un Paese sismico, lo sappiamo bene. Abbiamo pianto troppe vittime sepolte dalle macerie di una abitazione tirata su nell’illegalità. È ora di dire basta».

Un modo per dire basta concretamente non è solo quello di non lasciare soli i sindaci coraggiosi, come quello dimissionario di Licata (Agrigento), Angelo Cambiano, appena costretto alle dimissioni, o di impugnare le leggi regionali permissive, come quella della Campania. La priorità per la politica nazionale deve essere quella di rendere effettivamente possibili le demolizioni, sapendo che abbattere una casa costa molto (il prezzo dipende dai metri cubi e dai materiali). In Italia, dal 2001 al 2011, ha spiegato al Manifesto Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, solo il 10,6% delle 46.760 ordinanze emesse è stato effettivamente eseguito. Una percentuale che precipita al 4% nella provincia di Napoli e rasenta lo zero a Reggio Calabria e Salerno. «Il meccanismo si blocca per i ricorsi, per le difficoltà della macchina amministrativa e, spesso, perché i comuni non hanno i soldi da anticipare per le ruspe», commentava Zanchini.

La strada della giunta a 5 Stelle di Bagheria (Palermo), ossia espropriare le case abusive e poi affittarle ai proprietari abusivi o come case popolari, non tocca il tema delle demolizioni. Il contestato Ddl Falanga ha invece seguito la via della priorità nelle demolizioni: prima gli immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico; gli immobili che costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità; gli immobili sottratti alla mafia. In ognuna di queste categorie la priorità sarà attribuita agli immobili in corso di costruzione o non ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e a quelli non stabilmente abitati. Gli ultimi saranno gli edifici abitati “la cui titolarità è riconducibile a soggetti appartenenti a nuclei familiari che non dispongano di altra soluzione abitativa". È un modo, secondo le opposizioni (ma anche secondo esponenti della maggioranza) per tutelare di fatto l’“abusivismo di necessità” e quindi permettere a chi vive in una casa abusiva di non rischiare praticamente nulla. Nell’ultima versione del Ddl, almeno, la decisione delle priorità è stata tolta ai sindaci e data alle procure, non soggette a pressioni elettorali. E i soldi stanziati sono stati 45 milioni di euro fino al 2020. Molto poco. Meglio sarebbe, probabilmente, sancire il principio che le demolizioni vanno fatte comunque e prevedere degli incentivi per chi accetta di farsi abbattere la casa, magari a proprie spese.

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