Dalla lussuria del 69 all’avarizia dello 0: i sette peccati capitali dei numeri delle maglie

Le federazioni calcistiche non sono riusciti a mettere un argine contro l’ipertrofia numerica dei giocatori. L’anima del calcio è malata, assediata dai sette vizi capitali, che si manifestano attraverso i numeri di maglia

Meggiorini

Riccardo Meggiorini indossa il numero 69 dai tempi del Cittadella in serie B, in omaggio al numero di corsa del motociclista Nick Hayden

GIUSEPPE CACACE / AFP

18 Agosto Ago 2017 1100 18 agosto 2017 18 Agosto 2017 - 11:00

In principio era il verbo. E insieme al verbo era il numero. Chiaro e condiviso. Maglie dall’1 all’11. Il portiere con l’1. Poi, nell’ordine, i difensori, quindi i centrocampisti, infine gli attaccanti. C’erano eccezioni e una diffusa tolleranza sui numeri 4,5 e 6, difensori o centrocampisti a seconda delle tradizioni o delle latitudini. Ma tutto sommato ci si capiva. Il mondo (del calcio) era un giardino.

La retorica dell’età dell’oro, specie nel calcio, è un sintomo di paranoia. Ma anche i paranoici, talvolta, hanno ragione. Sarà un caso che il nadir del calcio italiano corrisponde al 69 di Meggiorini, al 99 di Cassano e al 45 di Balotelli? Possiamo fingere davvero che non stia accadendo niente? Da anni gli dei del calcio ci tempestano di segnali che ci rifiutiamo di cogliere. L’anima del calcio è malata, assediata dai sette vizi capitali, che si manifestano attraverso i numeri di maglia.

Accidia

Male antico, origine delle sciagure odierne. Un’inerzia burocratica che affonda le radici nella Coppa del mondo dove per lungo tempo i numeri sono stati distribuiti secondo principi alfabetici, relativi o assoluti, come per l’Olanda finalista ai mondiali del ’74, dove il numero 8 del portiere Jongbloed è il primo caso noto a rompere la sacralità del numero 1. Sebbene il principio alfabetico venga poi abbandonato, ai mondiali argentini del ’78 molti olandesi manterranno i numeri ereditati dal ’74, attirandosi addosso un’altra (sacrosanta) sconfitta. Simile il caso dell’Argentina nel 1978, 1982 e 1986, che produce la maglia numero 1 degli offensivi Ardiles e Almiron, rispettivamente ai mondiali spagnoli e messicani. Tuttavia l’alfabetismo quasi assoluto prevede saggiamente due eccezioni: il 10 di Maradona e l’11 di Kempes nel 1982, il 6 di Passarella, il 10 di Diego e l’11 di Valdano nel 1986. E infatti l’Argentina vince due dei tre mondiali. Più cervellotico e parimenti burocratico il principio alfabetico “per reparto” adottato dall’Italia a partire dai mondiali 1978, forse in seguito allo sfortunato dualismo Mazzola-Rivera del 1974. Principio che prevedeva l’attribuzione d’ufficio delle maglie numero 1, 12 e 22 ai portieri e poi una rigida numerazione alfabetica all’interno dei sottogruppi : prima i difensori , poi i centrocampisti, infine gli attaccanti. Sottogruppi che diventano addirittura cinque nei mondiali ’82, con l’aggiunta del reparto ali: Causio, Conti, Massaro. Tra le rarissime eccezioni troviamo il 6 di capitan Baresi, il 10 di Roberto Baggio (che quattro anni dopo si accontenterà di un anonimo 18) a Usa ’94 e il 3 di capitan Maldini a Euro ’96. Comprensibilmente turbata dalla visione della maglia numero 9 attribuita a Mauro Tassotti nel ’94, Moreno Torricelli nel ’96 e di Albertini nel ’98, la FIGC ha optato prudentemente per una sostanziale liberalizzazione a partire da Euro 2000. Ma ormai il virus era in circolo.

Andrei Shevchenko al Milan nel 2008

FABRICE COFFRINI / AFP

L’errore più grande delle federazioni, italiana per prima, è stato quello di rinunciare al divino principio della numerazione progressiva, argine contro l’ipertrofia numerica. Non bastavano i numeri fino al 20, poi fino al 30? La superbia dei calciatori li ha spinti a credersi più forti della tradizione, scegliendosi il proprio anno di nascita come numero

Superbia

L’errore più grande delle federazioni, italiana per prima, è stato quello di rinunciare al divino principio della numerazione progressiva, argine contro l’ipertrofia numerica. Non bastavano i numeri fino al 20, poi fino al 30? La superbia dei calciatori li ha spinti a credersi più forti della tradizione, scegliendosi il proprio anno di nascita come numero. Non era sufficientemente nefasto il triplice presagio, materializzatosi nell’estate del 2008 a Milanello, del trio Shevchenko 76, Ronaldinho 80 e Flamini 84 (a circa 13 milioni netti d’ingaggio annuale)? Nessun club come il Milan degli ultimi anni mette in luce il teorema della decadenza attraverso i numeri. Basti pensare ai “grandi ritorni” rossoneri, ovvero l’abitudine che spinge ex leggende della storia rossonera a tornare alla casa madre in età avanzata per un’ultima, catastrofica bottarella. Sempre annunciata dalla scelta della maglia. Così appunto Shevchenko, passato dal glorioso 7 allo squallido 76. Così Donadoni, primo acquisto e simbolo dell’era Berlusconi, che dopo l’esperienza ai New York Metrostars, si ritrovò nel ’97 con un misero 32. Anche Leonardo optò per il 33 per il suo ritorno zoppo (appena una partita) nel 2002. Infine Marco Simone, tornato al Milan nel 2001 dopo l’esperienza francese, scelse con sprezzo del ridicolo il 69, suo anno di nascita.

Si potrebbero anche sopportare con pazienza il 97 di Bonazzoli dell’Inter e il 98 di Mastour del Milan, sapendo che tra tre-quattro anni, e forse per un decennio, potremo riabbracciare i vecchi numeri dall’1 all’11. Ma il calcio sopravviverà fino ad allora? Di sicuro non vale neppure la pena di aprire la questione dei nomi, diminutivi e soprannomi, che ultimamente hanno cominciato a proliferare anche in Italia. Un elenco casuale è sufficientemente ripugnante: Ibou (Ba), Nine (Kaviedes), Nippo (Nappi, ai tempi della Ternana, dopo grandi insistenze del giocatore), Mago (Maicosuel). Fermiamoci qui. E ricordiamo velocemente, prima di dimenticarlo per sempre, il 44 di Gatti al Perugia (sì, “44 Gatti”).

Bixente Lizarazu, con la maglia 69 del Bayern Monaco, nel 1969

FRANCK FIFE / AFP

69, il numero cunnilingus, elementare soglia di decenza che in altri campionati è impossibile violare per legge, fu introdotto in Europa dal basco Bixente Lizarazu, che si giustificò parlando del proprio anno di nascita (1969) e della sua statura (1.69) ma su cui ricade la responsabilità della diffusione del germe

Lussuria

69, il numero cunnilingus, elementare soglia di decenza che in altri campionati è impossibile violare per legge, fu introdotto in Europa dal basco Bixente Lizarazu, che si giustificò parlando del proprio anno di nascita (1969) e della sua statura (1.69) ma su cui ricade la responsabilità della diffusione del germe. Germe che attecchisce soprattutto, ça va sans dire, in Italia, dove il numero cunnilingus ha conosciuto la più fedele schiera di adepti. Primus inter pares Riccardo Meggiorini, che lo indossa dai tempi del Cittadella in serie B, in omaggio (dice lui) al numero di corsa del motociclista Nick Hayden. Prima ancora David Balleri e Marco Simone appunto, che almeno nel ’69 ci sono nati (lussuriosi e superbi). Dopo invece sono arrivati i lussuriosi indecifrabili, come Sturaro del Genoa e il giovanissimo Raffaele Selva del Napoli. Ma la società dov’era quando si distribuivano i numeri? E le famiglie?

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