Terremoto del Centro Italia, la ricostruzione non c’è (e nessuno si scandalizza)

A un anno dal sisma che ha devastato le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo i lavori sono molto indietro, e ci si accontenta di poco. Nessuna forza politica ha fatto di questa ricostruzione un simbolo di efficienza, e i risultati si vedono

Scuola Amatrice Esterno
18 Agosto Ago 2017 0830 18 agosto 2017 18 Agosto 2017 - 08:30

“Amatrice non dimentica”: si intitola così la raccolta di foto, disegni, poesie, racconti avviata dal Comune in occasione del primo anno dal terremoto, che sarà celebrato il 24 agosto in forma molto sobria: niente parate ne’ show, ma preghiere e raduni in ricordo dei morti. Amatrice non dimentica, e nemmeno Arquata, Accumoli, Pescara del Tronto, ma l’Italia un pochino sì: non c’è terremoto che abbia visto i riflettori spegnersi così velocemente, con qualche raro flash nel buio per le visite di Stato (il premier Paolo Gentiloni, il principe Carlo d’Inghilterra, il premier canadese Justin Trudeau).

È un terremoto misterioso, quello che colpì il Centro Italia un anno fa. Nessuno ha capito bene come mai le cose vadano così lente, perché solo il 10 per cento delle macerie sia stato rimosso, perché delle 40 aree individuate per le casette ne siano state consegnate solo un terzo, come mai siano stati assegnati solo 400 dei 3770 moduli abitativi richiesti, per quale motivo le pur prudenti stime fatte nello scorso autunno – prefabbricati pronti “in sette mesi al massimo”- siano state così clamorosamente mancate

Nessuno ha capito bene come mai le cose vadano così lente, perché solo il 10 per cento delle macerie sia stato rimosso, perché delle 40 aree individuate per le casette ne siano state consegnate solo un terzo

La burocrazia, certo. I nuovi controlli voluti dopo i ripetuti scandali legati alle ricostruzioni, di sicuro. Le fatiche delle gare Consip, la necessità di ripetere i controlli dopo il ripetersi di scosse importanti. E però non basta tutto questo a spiegare: persino Internazionale, un giornale poco tenero verso l’antico governo di Silvio Berlusconi, in un bel reportage di Alessandro Chiappanuvoli ha sottolineato che nel 2009, dopo il terremoto dell’Aquila, i primi progetti Case (strutture in muratura su piastre antisismiche) furono consegnati a cento giorni dall’inizio dei cantieri e i tremila prefabbricati vennero su in tre o quattro mesi. Sull’Espresso Fabrizio Gatti ha fatto invece il paragone col terremoto del ’97 nelle Marche e in Umbria, calcolando che rispetto ad allora i tempi di intervento sono aumentati del 366 per cento.

Forse proprio questi paragoni forniscono una traccia del motivo segreto per cui il sisma nel Lazio, Umbria e Marche risulta “più sfortunato”: a differenza di altre catastrofi del passato, nessuno ha ritenuto di usarlo come icona di efficienza politica e amministrativa, nessuno lo ha sfruttato come vessillo del “Ghe pensi mi” ne’ come grande operazione di propaganda secondo il copione che si è ripetuto tante volte in Italia. Su Amatrice, Arquata, Accumoli, Pescara, ne’ il governo Renzi – che gestì la primissima emergenza - ne’ quello del suo successore hanno piantato bandierine. Renzi era già impegnato nell’avventura referendaria e aveva fretta di spostare l’agenda politica altrove. Gentiloni ha trovato le cose fatte e si è affidato a una macchina allestita da altri.

Magari il regalo che potrebbero fare l’opinione pubblica e i media ai Comuni del sisma nel primo anniversario del terremoto è questo: adottare quel disastro come prima emergenza nazionale

Ecco, magari il regalo che potrebbero fare l’opinione pubblica e i media ai Comuni del sisma nel primo anniversario del terremoto è questo: adottare quel disastro come prima emergenza nazionale, metterlo in cima alla lista dei numerosi allarmi che ci indignano e ci appassionano, sopra agli sbarchi, al terrorismo, persino sopra alla disoccupazione e al Pil, che sono problemi complessi e per molti versi irrisolvibili mentre qui c’è una questione semplice e molto concreta, che può essere affrontata e persino risolta in fretta: dare case a tutti prima che arrivi un altro inverno, tirare su i tremila prefabbricati che mancano nei prossimi tre mesi.

Lo slogan “aiutiamoli a casa loro” che tanto ha fatto discutere usiamolo, una volta tanto, a proposito e senza retropensieri ideologici o polemici: puntare i riflettori sui terremotati del 2016, e tenerli accesi finchè non avranno un tetto sopra la testa, potrebbe essere un compito nobile e bipartisan della politica e del giornalismo, un servizio alla democrazia oltreché alle singole persone.

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