Terrore sulla Rambla, ora la minaccia viene dal nord Africa (e il fronte si chiama Europa)

Il ritorno dei foreign fighters dalla Siria, il caos libico, e ora la nuova minaccia che arriva dal Sahel. E un unico obiettivo: seminare terrore nel ventre molle dell’Occidente

Attentato Barcellona

PAU BARRENA / AFP

PAU BARRENA / AFP

18 Agosto Ago 2017 0830 18 agosto 2017 18 Agosto 2017 - 08:30

Niente lupi solitari, stavolta. A insanguinare la Rambla di Barcellona e, nella notte, il lungomare di Cabrils - due ore di auto a sud, sulla costa - è stata una cellula terroristica di quelle ben organizzate: per il momento, tre attentatori almeno nell’attentato col furgone nel pomeriggio - di cui due ancora in fuga - e cinque in quello della notte, tutti uccisi dalla polizia.

Un caso? Può essere. La prima regola in questa guerra molecolare lanciata dai terroristi islamici all’Europa è che non ci sono regole, né schemi, né pattern. Ma è comunque un dettaglio inquietante - osiamo: il più inquietante -, perché prefigura lo scenario per noi più pericoloso: quello che sposta il fronte dal Medio Oriente verso il nord Africa e verso il Vecchio Continente.

Le prime, frammentate, informazioni raccontano di una cellula con matrice nord Africana. Maghrebina nell’anagrafe, ma proveniente dal Sahel - (a noi) misconosciuta fascia sub Sahariana in guerra perenne, incubatrice di numerose formazioni jihadiste - come pianificazione strategica. È lì, secondo le fonti di intelligence marocchine, che si stanno riorganizzando le milizie dei foreign fighters in fuga dai rovesci dello Stato Islamico in Siria, con Raqqa ormai in prevalenza nelle mani dei curdi e il centro del Paese ormai presidiato dalle forze di Assad.

Di certo, c’è la singolare coincidenza che questo nuovo fronte si giustappone esattamente o quasi con la rotta africana dei migranti che salpano dalla Libia per arrivare in Italia. Due questioni - quella migratoria e quella terroristica - che rischiano di intrecciarsi. E di aggiungere dinamite a un cocktail già oggi esplosivo

Parliamo di migliaia di veterani di guerra - circa 27mila, al netto dei morti, secondo le più recenti stime, di cui più di quattromila provenienti dall’Europa - che hanno bisogno di una nuova piattaforma dove riorganizzarsi e di nuovi obiettivi a cui puntare. Oltre al Sahel, un ulteriore piattaforma può essere rappresentata dalle zone desertiche della Libia, dove si stanno riorganizzando le milizie in fuga da Sirte, dopo la sconfitta contro le truppe del generale Haftar. Nordafricano, peraltro, è pure Mohamed Ben Salem al-Ayouni, in arte Jalaluddin al-Tunisi, indicato come il nuovo capo dello Stato Islamico, comunque ormai saldamente nella mani dei foreign fighters.

Se queste sono le premesse, il rischio di attentati in Europa si moltiplica. Senza più un Califfato da costruire, con nuovi miliziani da reclutare e un’inerzia negativa da invertire, non c’è altra strada che seminare terrore nella capitali europee e nei loro luoghi simbolici. E di farlo con milizie addestrate da anni di combattimento sul campo siriano e iracheno.

Dalla nostra c’è la collaborazione fattiva e reale dell’anti-terrorismo marocchino, che ha smantellato centinaia di cellule jihadiste nell’ultimo anno. Di contro, c’è il caos libico ben lontano da una definitiva - e oggi quantomai auspicabile - stabilizzazione. Di certo, c’è la singolare coincidenza che questo nuovo fronte si giustappone esattamente o quasi con la rotta africana dei migranti che salpano dalla Libia per arrivare in Italia. Due questioni - quella migratoria e quella terroristica - che rischiano di intrecciarsi. E di aggiungere dinamite a un cocktail già oggi esplosivo.

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