Abituiamoci: a Barcellona è andata in scena la nostra nuova normalità

Triste da dire, ma è così. Gli attentati in Spagna erano prevedibili, previsti, ed è probabile che in futuro la frequenza aumenti, in tutt’Europa. E - strano a dirsi - l’unico modo per fermarli è non fare niente

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Tolga AKMEN / AFP

19 Agosto Ago 2017 0830 19 agosto 2017 19 Agosto 2017 - 08:30

A Barcellona sono morte 14 persone. A Barcellona c’è stata una strage di innocenti. A Barcellona ha colpito il terrorismo dell’Isis. A Barcellona non è successo niente, o almeno niente di eccezionale.

Ci dobbiamo abituare. Il terrorismo continuerà a colpire nei prossimi anni in Europa, e il rischio di attentati non farà che crescere quando lo Stato Islamico verrà definitivamente cancellato dalla mappa del Medio Oriente. Già ora quelli che erano i suoi territori si stanno sgretolando a una velocità impressionante, le sue capitali sono cadute o sotto assedio, il suo esercito è stremato e decimato.
Dopo la sconfitta i foreign fighters europei, i loro familiari, i bambini indottrinati dall’Isis all’odio e alla barbara violenza torneranno nelle loro patrie di origine: Francia, Belgio, Regno Unito, Italia, Spagna e via dicendo. Gli apparati di intelligence degli Stati Ue dovranno svolgere un enorme e scrupoloso lavoro di verifica, prevenzione, de-radicalizzazione e neutralizzazione nei confronti di queste minacce potenziali.
Qualcosa potrà sempre sfuggire. Il colpo di fortuna del terrorista, l’errore umano nell’apparato di sicurezza, l’elemento imprevisto: un attentato potrà sempre verificarsi. Se poi non si tratterà di cellule o di singoli foreign fighters, che hanno ricevuto addestramento militare in Medio Oriente, ma di “lupi solitari”, persone spesso disturbate che si radicalizzano sul web e decidono di colpire improvvisamente e senza particolare pianificazione, la prevenzione continuerà ad essere quasi impossibile.

Se poi non si tratterà di cellule o di singoli foreign fighters, che hanno ricevuto addestramento militare in Medio Oriente, ma di “lupi solitari”, persone spesso disturbate che si radicalizzano sul web e decidono di colpire improvvisamente e senza particolare pianificazione, la prevenzione continuerà ad essere quasi impossibile

Di fronte a questa minaccia costante dobbiamo rimanere lucidi. Keep calm and carry on, recitava la propaganda bellica britannica durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i bombardieri nazisti riducevano intere parti di Londra a un cumulo di macerie e le vittime civili erano centinaia o migliaia ogni volta, quando Coventry veniva annientata in una notte e il timore di un’invasione da parte del Reich era sempre presente. Rimanere calmi, perché demolire il nostro morale, diffondere il terrore, dividerci e spingerci a prendere scelte sbagliate, dettate da odio cieco e paura, è esattamente il gioco del nemico.

Oggi viviamo in un’epoca di pace, e il terrorismo per fortuna non è la guerra. Non solo. Il terrorismo islamico non è nemmeno pericoloso come il terrorismo rosso e nero degli anni di Piombo. La contabilità dei morti è sempre squallida, ogni vita spezzata per i parenti e gli amici è una tragedia. Ma 14 morti investiti non sono – tristemente – un numero eccezionale. In Spagna ogni 72 ore circa muoiono 13 persone in incidenti stradali. In Italia, Germania e Francia ne muoiono 13 ogni 36 ore. Se consideriamo questi Stati complessivamente, 13 persone muoiono sulle strade ogni 12 ore, o anche meno. Non permettiamo che questo stillicidio quotidiano ci porti a comportamenti isterici, giustamente, ma chiediamo che la sicurezza stradale venga costantemente migliorata. E i risultati ci sono: negli ultimi 15 anni i morti per incidenti stradali sono dimezzati in Europa. Sono 13 vite salvate ogni 12 ore.

Ma ciò che è più importante ricordare per l’opinione pubblica è che gli attentati compiuti con auto e furgoni sono un segno di debolezza dell’Isis, non di forza.

Dobbiamo allora chiedere che venga migliorata la prevenzione del rischio terroristico, con la consapevolezza che non sarà possibile azzerarlo (specialmente nei casi di “lupi solitari”) e che molto si sta già facendo.
Dobbiamo spingere gli Stati nazionali a una maggiore integrazione europea, a una maggiore condivisione delle informazioni, a finanziare maggiormente gli apparati di sicurezza e le politiche di prevenzione, inclusione e de-radicalizzazione. Ma queste non sono novità che emergono all’indomani dell’attentato di Barcellona. Sono cose note da anni. Certo, ci sono delle specificità di ogni singolo caso.
Stavolta il focus degli esperti è giustamente sulla Spagna e il Nord Africa. Ma ciò che è più importante ricordare per l’opinione pubblica è che gli attentati compiuti con auto e furgoni sono un segno di debolezza dell’Isis, non di forza. Che il piano dei fanatici di sollevare le masse islamiche che vivono integrate in Europa contro il resto della popolazione è miseramente fallito. Che queste odiose violenze sono gli spasmi di un corpo agonizzante, destinati a durare forse ancora per anni ma certo non per sempre, e non devono portarci a cambiare il nostro stile di vita e il nostro sistema di valori.

È meglio evitare il tentativo di identificare il nemico con una etnia o una religione, perché faremmo solo il suo gioco regalandogli un bacino di simpatie che al momento non ha. Non tutti i musulmani sono terroristi, non tutti i sunniti, e nemmeno tutti i salafiti. I dettagli, le strategie future, i piani operativi è meglio lasciarli agli analisti, agli uomini degli apparati di sicurezza e agli esperti. A noi basti sapere che i terroristi sono “i cattivi” del nostro tempo, che stanno perdendo, che noi stiamo vincendo e che alla fine non cedere al terrore è quel che di meglio può fare ogni singolo individuo per contribuire alla vittoria. Per noi la cosa migliore è pensare che a Barcellona non sia successo niente. O almeno niente di eccezionale.

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