Terrore a Barcellona, squallore sulla Rete: cronistoria del dibattito più inutile del mondo

Ogni volta la stessa giostra: insulti alla sinistra buonista, appelli al cosiddetto “islam moderato”, citazioni della Fallaci, teorie del complotto: cronistoria di un dibattito che più squallido e autoreferenziale non si può. Con tre eccezioni che (stavolta) fanno rumore (anzi, una sola)

Matteo Salvini

GABRIEL BOUYS / AFP

GABRIEL BOUYS / AFP

19 Agosto Ago 2017 0830 19 agosto 2017 19 Agosto 2017 - 08:30

C’è quello che prega via hashtag e quello che sciorina il suo miglior turpiloquio. Quelli che fanno le condoglianze al sindaco della città ferita e quelli che lo attaccano. Ci sono gli sciacalli e i cacciatori di sciacalli. Quelli che regrediscono ogni volta all’11 settembre 2001 citando la Fallaci, Guantanamo, lo scontro di civiltà e la supposta pavidità del supposto “islam moderato” e quelli che si attivano solamente se tra i morti c’è almeno un italiano. E poi, immancabili, i complottisti, più o meno espliciti.

Cambiano i luoghi, le modalità dell’attacco, il numero delle vittime, ma quel che non cambia mai, e si ripete come un eterno giorno della marmotta, è il flusso del dibattito politico-mediatico che rimbalza tra giornali, televisioni e social network a ogni attentato sul suolo europeo. Un rumore bianco metanarrativo che ormai prescinde dalla realtà dei fatti - inintelligibili, peraltro, a poche ore da un attacco di cui non si conoscono movente, esecutori, mandanti - e che ha il solo scopo di ribadire a colpi di slogan le posizioni in campo di politici e giornalisti, in un girotondo sempre uguale a se stesso, da sedici anni almeno.

Ad aprire le danze, questa volta, è Alessandro Sallusti. Sono le 18,07, a un’ora circa dalla folle corsa del furgone sulla Rambla. L’hashtag #prayforbarcelona esiste dalle 17,16 ed è già trending topic su Twitter. È l’ora delle spremute di cuore, in teoria. Dei ricordi, degli inni alla libertà, degli emoticon col cuore o con la lacrimuccia, degli editoriali di Beppe Severgnini sulla “città più europea d’Europa” - lo scriverà la mattina dopo in prima pagina sul Corriere della Sera, ma supponiamo lo stesse già pensando allora - a pochi passi da quella Lloret de Mar che fino a ieri era la cloaca di tutta la peggio gioventù europea.E forse è proprio per spezzare questo clima di fratellanza universale che il direttore de “Il Giornale” decide di entrare a gamba tesa: “Chiunque sia stato è una fottutissima belva - scrive, cercando di superare a destra l’insuperabile “bastardi islamici” di Belpietro dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 -. E che la Boldrini e i suoi amici mi denuncino pure per offesa via web”, aggiunge, che una mazzata alla presidentessa della Camera dei Deputati non si nega mai.

Boldrini tornerà protagonista, nelle ore successive, nel tweet di Paolo Giordano, collega di Sallusti al Giornale che alle 21,14 vergherà un infelicissimo “Boldrini attesa sulla rambla”. Ma mentre Giordano sta ancora gestando il suo capolavoro, i sostenitori dell’Isis cominciano la loro solita ordalia di esultanze e minacce assortite all’Occidente che i media nostrani già rubricano a rivendicazione. Che arriverà, ufficialmente, alle 21 circa, attraverso l’agenzia Amaq. Nessun problema: due ore prima, Matteo Salvini e Giorgia Meloni avevano già capito tutto ed erano già partiti in quarta contro il loro bersaglio di una vita, la cosiddetta sinistra buonista e imbelle: “Preghiere e gessetti colorati non bastano più! Schiacciare questi vermi, senza pietà”, aveva scritto su Facebook il leader leghista verso le 19, come da copione il primo leader politico a farci grazia della sua imprescindibile opinione. Seguito a ruota dalla Meloni, secondo cuii nostri nemici non sono solo questi fanatici ma anche chi predica l'integralismo islamico alla luce del sole”. Ovviamente, e ci mancherebbe altro, “con la benevola compiacenza di chi ci governa”, come se Gentiloni fosse responsabile di quel che è accaduto a Barcellona.

Nel frattempo, il sindaco di Milano Beppe Sala aveva invitato le sue istituzionali condoglianze alla sua collega Ada Colau e lo stesso aveva fatto Virginia Raggi, con la chicca del tweet in perfetto spagnolo. Frammenti di discorso istituzionale subito spazzato via da un’altra specialità della casa: la ricerca del complice. Che secondo Giovanni Malanchini, responsabile enti locali della Lega Nord, è chi “si preoccupa di marcare la differenza tra il terrorismo e il misterioso islam moderato”. Mentre per Vittorio Sgarbi è “chi di fronte a tanta violenza continua a pronunciare vacui appelli alla pace e alla tolleranza”. “Basta resa, basta retorica”, fa loro eco l’ex ministro della difesa Maurizio Gasparri - un altro che quando c’è un attentato non si tira mai indietro - che come ogni volta, a mo’ di disco rotto -chiede “subito una Guantanamo europea dove rinchiudere (gli) islamici pericolosi e ben noti alle nostre polizie”. Subito.

La prima teoria del complotto arriva, immancabile, alle 22,55 ed è opera di Salvo Mandarà, mitico ex esperto video del Movimento Cinque Stelle - quello che si era impelagato in una tragicomica storia di ricatti sessuali online. Siccome a lui non la si fa, Mandarà nota in una foto che una delle vittime del furgone killer sulla Rambla ha la gamba sinistra che sembra essersi sgonfiata: “La crisi si sente a Barcellona, alcuni casi dimostrano la carenza di crisis actor”, arrivando ad alludere che i morti sarebbero in realtà persone che non esistono, impersonati da attori improvvisati “ben pagati” e da “agenti di Mossad e Cia”. O, per l’appunto, da manichini, causa carenza dei medesimi.

Ci mette un po’ a fare proseliti, Mandarà. Un po’ perché la rete è carica di dibattiti altrettanto originali e pregni di contenuto, come quello tra Gianni Riotta e il solito ineffabile Gasparri, che disquisiscono sull’opportunità di usare l’aggettivo “islamista” o “islamico” - “islamista non vuol dire nulla, è il linguaggio della paura, della bugia, della sottomissione”, chiosa quest’ultimo, o il suo social media editor in vena di straordinari estivi, all’una e ventidue di notte. Un po’ perché la mattina dopo si scopre che tra quei crisis actor ci sarebbe pure un italiano, anzi due, anzi tre.

Si chiama Bruno Gulotta, il primo connazionale a essere inserito tra le vittime dell’attacco. Un trentacinquenne sales manager di Tom’s Hardware, la più importante rivista di tecnologia online in Italia, che ha incontrato la morte mentre stava passeggiando insieme alla compagna e ai due figli piccoli. Vaglielo a dire, a loro, che il compagno, il papà, era un crisis actor. Che ci crediate o meno, c’è chi lo fa. Si chiama Rosario Marcianò ed è un altro fenomeno della rete, una specie di teorico delle scie chimiche e dello sterminio di massa che big pharma sta perpetrando attraverso i vaccini. Poco prima di sedersi a tavola, alle 11,58 in un post su Google Plus (sì, esiste ancora), Marcianò scrive - testuale! - che “una delle vittime (si fa per dire) di Barcellona, fa parte dello staff di un portale di disinformazione (..) prestato spesso per la pubblicazione di articoli e sfottò sulle scie chimiche”. Vittime. Si fa per dire.

La prima teoria del complotto arriva, immancabile, alle 22,55 ed è opera di Salvo Mandarà, mitico ex esperto video del Movimento Cinque Stelle - quello che si era impelagato in una tragicomica storia di ricatti sessuali online. Siccome a lui non la si fa, Mandarà nota in una foto che una delle vittime del furgone killer sulla Rambla ha la gamba sinistra che sembra essersi sgonfiata. Arrivando ad alludere che i morti sarebbero in realtà persone che non esistono, impersonati da attori improvvisati “ben pagati” e da “agenti di Mossad e Cia”. O, per l’appunto, da manichini, causa carenza dei medesimi

Stranamente, la sua versione dei fatti non scalda i cuori. Ma la memoria del povero Gulotta, e con la sua, quella della seconda vittima italiana, il venticinquenne Luca Russo, non ha miglior sorte: “Un altro nostro concittadino massacrato dai terroristi islamici, amici della Boldrini, sostenuti dalla sinistra Italiana”, scrive lo scrittore italo-russo Nicolai Lilin, che si concede il lusso dell’ennesima manganellata fuori contesto alla presidentessa della Camera. Accompagnato - come non potrebbe essere altrimenti - dai soliti Salvini e Meloni, che approfittano dell’occasione per promettere “un mondo migliore” ai figli della prima vittima “da papà prima che da politico” (Salvini) ed esprimere “cordoglio e profonda vicinanza alle famiglie dei nostri connazionali uccisi da maiali terroristi che odiano noi, i nostri figli, la nostra libertà” (Meloni).

Nel frattempo, si sprecano gli evergreen: “Dov'è la forte (e pubblica) presa di posizione dell'Islam moderato che condanna i tragici fatti di #Barcellona?”, si chiede tra gli altri il giornalista del Messaggero Giuseppe Baratta, alludendo al mitico “scontro di civiltà” di cui si fa portavoce Enrico Mentana: “Odiano i nostri modelli di vita, e sono pronti a morire per ucciderci. Sono il nostro opposto, nemici dell'umanità. - scrive il direttore del TgLa7 su Facebook, battendo ogni record di banalità: “Sarà una guerra lunga - chiosa poi con tutta la gravità di cui è capace -: non l'abbiamo dichiarata noi ma la dobbiamo combattere senza incertezze”. Non cita la Fallaci, Mentana, altro grande classico post-attentato, ma non preoccupatevi: ci pensa il solito Salvini: “Ci sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”, cita. Un tweet all’ora come obbligo morale. Povera Oriana.

E poi ovviamente c’è il solito Diego Fusaro, l’unico che perlomeno ha la decenza di linkare direttamente a un suo articolo di un anno fa: “Mai una volta – avete notato? – che l’ira delirante dei terroristi si abbatta nei luoghi del potere e della finanza. Mai. Mai un signore della finanza colpito, mai uno statista, mai un “pezzo grosso” dell’Occidente. Strano, davvero, che i pazzi alfieri del terrorismo, che in teoria – si dice – avrebbero dichiarato guerra all’Occidente non prendano di mira chi l’Occidente davvero lo governa”, si chiede sornione. Nemmeno a lui la si fa.

Chi non scrive né pronuncia una parola, in questo assordante berciare, sono Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo (al cui silenzio si accodano anche Di Maio e Di Battista, ragazzi meravigliosi e solitamente ciarlieri). Forse, almeno loro, hanno capito che a volte è meglio stare zitti. Che li si nota di più, come diceva Nanni Moretti. O, se non altro, che non ci si copre di ridicolo.

Aggiornamento alle 9,30 del 19 luglio: non ce l'hanno fatta. Ci sono cascati pure Renzi e Berlusconi. Vediamo quanto resisterà Grillo

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