L’unica arma contro la jihad dei ragazzini? Si chiama scuola, ma non ci pensa nessuno

La strage di Barcellona ci consegna il primo terrorista minorenne d’Europa. Per prevenire gli attentati di domani, la scuola dovrebbe essere il cuore di una strategia anti-radicalizzazione. Eppure, nessuno sembra accorgersene. Nemmeno la ministra Fedeli

Moussa Oukabir

Una foto di Moussa Oukabir, il terrorista minorenne di Barcellona

21 Agosto Ago 2017 1015 21 agosto 2017 21 Agosto 2017 - 10:15

Erano talmente giovani, i terroristi di Barcellona, che gli è stato rifiutato il furgone che volevano noleggiare per compiere la loro strage sulla Rambla per ragioni anagrafiche. Il più giovane di loro Moussa Oukabir aveva 17 anni e ha il non invidiabile record di essere il primo minorenne ad aver compiuto una strage sul suolo europeo. Era radicalizzato da almeno due anni, da quando, quindicenne, scriveva su Facebook che da re del mondo avrebbe ucciso tutti gli infedeli.

Non è un caso isolato, quello di Moussa, ma l’apice di un trend in crescita. Delle 291 persone arrestate in Europa per fatti di terrorismo nel 2016, quasi un terzo aveva meno di 25 anni. Pezzi di quelle seconde generazioni che nel 2005 e nel 2011 avevano messo a ferro e fuoco le periferie francesi e quella londinese. E che oggi hanno trovato nell’Islam radicale l’ideologia di riferimento per la loro rabbia generazionale. Islamizzazione del radicalismo, la chiama Olivier Roy, cui la realtà continua a dare ragione.

La battaglia del presente, quella dell’attentato di oggi, si gioca probabilmente con un jersey piazzato o meno al limitare di un’area pedonale. Quella del futuro, dell’attentato di dopodomani, si gioca invece sui banchi di scuola. Quelli dell’istituto tecnico che frequentava - pure con discreto profitto, a quanto pare - Moussa Oukabir, nel quale tuttavia nessuno sembrava essersi accorto della sua radicalizzazione.

È un peccato mortale che nemmeno un evento tragico ci apra gli occhi di fronte a questo. Lo diciamo dopo aver letto l’intervista che il ministro della pubblica istruzione Valeria Fedeli ha rilasciato al Sole24Ore, per raccontare tutte le novità dell’anno scolastico che sta per partire. Un’intervista in cui si parla di tutto, tranne che di che strategie educative adottare con quegli oltre 800mila bambini e ragazzini stranieri che frequentano le scuole italiane

Eccoci al punto: non c’è arma come la scuola per togliere legna sotto al fuoco dell’integralismo salafita. Per ciò che insegna, dalla Storia al metodo scientifico. ma non solo. E non è un caso che nella legge sullo ius soli rinviato a settembre si sia deciso di attribuire la cittadinanza - attraverso il cosiddetto ius culturae - a chi completa un ciclo di studi in Italia. Di fatto, l’attestazione di un ruolo fondamentale che si riconosce al sistema educativo nel formare i cittadini di domani.

Usiamo il condizionale, perché così ancora oggi non è così. Ed è un peccato mortale che nemmeno un evento tragico ci apra gli occhi di fronte a questo. Lo diciamo dopo aver letto l’intervista che la ministra della pubblica istruzione Valeria Fedeli ha rilasciato al Sole24Ore, per raccontare tutte le novità dell’anno scolastico che sta per partire. Un’intervista in cui si parla di tutto, dall’alternanza scuola-lavoro, all’Erasmus per gli studenti delle scuole superiori, dalle prove Invalsi in inglese al liceo in quattro anni, sino al rinnovo dei contratti per il personale docente.

Di tutto, tranne che di che strategie educative adottare con quegli oltre 800mila bambini e ragazzini stranieri che frequentano le scuole italiane. E che nel giro di diciassette anni sono passati a essere da due su cento a uno su dieci. Il 55% dei quali è nato in Italia, ma non ha nazionalità italiana. Un terzo dei quali è di religione musulmana (solo i marocchini sono più di centomila). La stessa riforma della Buona Scuola, tra le tante cose buone e meno buone che aveva al suo interno, di strategie e denari sull’integrazione scolastica degli studenti con origini straniere metteva poco o nulla.

Per la cronaca: parliamo di bambini e ragazzi con un ritardo scolastico ancora complessivamente rilevante, seppur in calo dal 40% al 37% nel giro degli ultimi cinque anni, soprattutto laddove le culture d’origine sono lontane dalla nostra. Dar loro una scuola all’avanguardia per formarli nel modo corretto, evitando di farne degli apolidi preda dell’Imam di turno - mettendoci fior di soldi e fior di competenze - è un investimento che facciamo sulla nostra sicurezza e sul futuro del nostro Paese. Lasciar andare le cose come vanno, al contrario, vuol dire creare le condizioni affinché anche in Italia accada quel che è accaduto in Francia e Spagna.

Se speso così, un euro in cultura vale due euro in sicurezza, forse pure di più. Non è troppo tardi per iniziare a pensarci.

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