Smettetela di indignarvi per i film e datevi una mossa nella vita vera

L'ultimo caso è quello di "Confederate", progetto di una serie distopica dei creatori di Game of Thrones, che è stato accusato di fomentare il razzismo e minacciato di boicottaggio. Attenzione però, avere paura di un libro o di un film è avere paura di un'ombra, non del nemico che le sta dietro

The Man In The High Castle 6

Un fotogramma della serie "The man in the high castle"

21 Agosto Ago 2017 1415 21 agosto 2017 21 Agosto 2017 - 14:15

C'è uno scrittore italiano, uno dei più bravi e interessanti degli ultimi anni, che con la sua scrittura persevera in un compito particolarmente complicato: raccontare il male, descrivere l'abiezione umana dal suo interno, utilizzando il suo punto di vista, facendolo collidere con la sensibilità del lettore, cercando di creare un cortocircuito di repulsione-attrazione che fa dei suoi libri dei macigni. Dei bellissimi macigni.

Il suo nome è Andrea Tarabbia e, con il suo ultimo libro intitolato Il giardino delle mosche, si è scontrato con un atteggiamento che sta contagiando molti: dovendo cercare un editore per la sua storia — un agghiacciante ma straordinario viaggio nella mente di Andrej Chikatilo, il più efferato degli assassini della storia della criminalità russa — Tarabbia si è sentito rifiutare il proprio manoscritto da più di un editore. Il motivo? Si trattava di un libro troppo cattivo, che avrebbe urtato la sensibilità dei lettori e che, a causa della troppa vicinanza al male, superava il limite.

Limite è una parola preziosissima nella vita di tutti noi. Un concetto fondamentale per la nostra società, che proprio sui limiti ha costruito il propri ideale più prezioso, quello della libertà individuale. Un concetto che se applicato all'estetica — alla letteratura, in questo caso, ma anche a tutte le altre arti narrative, dal cinema fino al teatro — fa il giro completo e diventa un nemico.

Il caso di Andrea Tarabbia non è l'unico. C'è, o sembra esserci, una tendenza generalizzata a guardare con sospetto, se non addirittura ad avversare, criticare e boicottare i prodotti culturali che si avventurano nella zona di confine tra il bene e il male.

L'ultimo caso viene dagli Stati Uniti e riguarda un progetto nato dalle fervidi menti di due sceneggiatori, David Benioff e D.B. Weiss, che in molti ricorderanno per essere i nomi che appaiono all'inizio di ogni puntata di Game of Thrones. Il progetto si chiama Confederate ed è, per quanto si è potuto leggere in giro, una di quelle storie che la narrativa definisce, usando due parole difficili: è un'ucronia distopica.

Detta più terra-terra, Confederate è la storia di come sarebbero potuti essere gli Stati Uniti d'America se il generale Lee — sì, lo stesso della statua di cui parlavamo qualche giorno fa — avesse ricevuto un certo dispaccio e, grazie a quello che c'era scritto, avesse fatto vincere la guerra ai sudisti, con tutto ciò che ne deriva, ovviamente, e quindi, in primis, con la schiavitù ancora in vigore. La classica storia fatta coi se e coi ma.

È un meccanismo narrativo frequente dalla narrativa moderna. La trovate in libri come La svastica sul sole di Philip K. Dick (da cui peraltro è stata tratta anche una serie tv, The man in the high castle) che immagina che la guerra l'abbiano vinta le forze dell'Asse, o Storia dell'assedio di Lisbona, in cui José Saramago si inventa la storia di un correttore di bozze aggiunge un semplice “non” a un libro di storia; o come Il complotto contro l'America di Philip Roth, che si immagina un'America in cui l'antisemita Charles Lindbergh vince le elezioni prima della guerra e si allea con Hitler.

La distinzione tra morale ed estetica è uno dei pilastri della modernità occidentale, uno di quelli tra l'altro, che ci è costato più fatica guadagnare. Ma non solo, è anche uno di quei pilastri che giuriamo di voler difendere a qualsiasi costo ogni volta che un pazzo scriteriato, con la scusa della religione, attenta alla sicurezza di tutti noi.

Eppure, sintomo che mala tempora currunt, diversamente dai suoi illustri precedenti, le critiche contro Confederate sono arrivate contemporaneamente all'annuncio dell'inizio della lavorazione, puntualissime e molto aggressive. E se in un'America il cui problema numero uno è ancora il razzismo — come dimostrano da ultimi i fatti di Charlottesville — l'attacco era in effetti prevedibile, ciò non vuol dire che lo dobbiamo accettare. Al contrario, è proprio in un periodo del genere che cose come queste ci dovrebbero obbligare a un ragionamento molto urgente e molto profondo.

La distinzione tra morale ed estetica è uno dei pilastri della modernità occidentale, uno di quelli tra l'altro, che ci è costato più fatica guadagnare. Ma non solo, è anche uno di quei pilastri che giuriamo di voler difendere a qualsiasi costo ogni volta che un pazzo scriteriato, con la scusa della religione, attenta alla sicurezza di tutti noi.

Il non voler più comprendere più questa separazione è un atteggiamento allarmante, che segnala l'esatta dimensione del nostro imbarbarimento e della lenta ritirata di quel pensiero occidentale figlio dell'illuminismo e del metodo scientifico che in teoria non ha paura delle idee, bensì delle azioni, e che non confonde mai le due cose.

Questo atteggiamento bigotto e miope è figlio del nostro più grande nemico. Un nemico che non ha l'aspetto di un terrorista islamico, ma che parla la nostra stessa lingua; che non viene dai palmizi di un paese esotico, ma da dentro il nostro cervello ed è proprio per questo che è il più pericoloso. È uno dei sintomi di una pigrizia, se non di una involuzione culturale che ormai sempre più diffusa tra di noi. Una involuzione che ci sta portando a banalizzare qualsiasi cosa, che ci fa disprezza la complessità, che ci fa temere le ombre di un Male che dovremmo avere la forza di combattere tutti i giorni nella realtà e non nella finzione.

Avere paura di un libro, di un film, di un'opera teatrale o anche di un saggio è avere paura di un'ombra, non di un nemico. Certo, dietro l'ombra di solito c'è anche il nemico, ma se anche soltanto la sua tranquillizzante rappresentazione proiettata in un cinema o scritta su un libro ci fa indignare e cacciare la testa sotto la sabbia, cosa succederà quando scopriremo con sorpresa che quel nemico non era fuori e che più che la porta, il punto da sorvegliare con più lucidità e fermezza eravamo noi?

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