Quanto ci mancano Sacco e Vanzetti

A 90 anni dalla notte in cui i due anarchici italiani, innocenti, vennero giustiziati nel carcere di Charlestown, più che le canzoncine a loro dedicate dovremmo rileggere le parole di Bartolomeo Vanzetti, ci troveremmo tutto l'amore, la passione, il coraggio e la solidarietà umana che abbiamo perso

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23 Agosto Ago 2017 0830 23 agosto 2017 23 Agosto 2017 - 08:30

90 anni fa, nella notte del 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown, in Massachusetts, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono folgorati dalla sedia elettrica a sette minuti di distanza l'uno dall'altro. «Lunga vita all'anarchia», gridò in italiano il primo mentre lo trascinavano nella stanza nella quale sarebbe morto. «I wish to forgive some people for what they are now doing to me», disse invece il secondo, in buon inglese.

La loro colpa, oltre a quella di essere degli immigrati italiani anarchici, era stata di trovarsi nel momento sbagliato e nel posto sbagliato un giorno di inizio primavera di 7 anni prima. Accusati di una rapina e di tre omicidi di cui non erano colpevoli, i due, da quella notte di 90 anni fa, sono diventati un simbolo che si è poi reincarnato numerose volte, in canzoni, poesie, film, spettacoli teatrali.

Eppure, nonostante la loro storia sia stata presa ad esempio da migliaia di attivisti in tutto il mondo, qui da noi, a parte qualche modesta celebrazione nelle loro città di origine — Villafalletto in provincia di Cuneo e Torremaggiore in provincia di Foggia — sembra che il loro ricordo si sia sbiadito da un po', tanto che anche il bellissimo film di Giuliano Montaldo con Gian Maria Volonté (1971) non va più molto di moda se non tra gli appassionati di cinema.

Eppure, coi tempi che corrono, l'ingrata passione di due immigrati italiani perseguiti per la loro fede politica e per la loro nazionalità potrebbe far comodo, soprattutto a una certa sinistra, che in Italia ha perso le chiavi di casa da un po'. Ma lo sappiamo, in Italia siamo fatti così. E infatti di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti alla fine ci ricordiamo quasi soltanto il secondo, i suoi baffoni e la sua ultima dichiarazione ai giudici, anzi, in realtà giusto qualche stralcio.

Mancavano circa tre mesi a quella notte di agosto in cui i due vennero giustiziati. Era un giorno di aprile, simile in tutto e per tutto al giorno in cui erano stati arrestati sette anni prima. Al termine della lettura della sentenza e poco prima della dichiarazione di colpevolezza e della condanna ufficiale a morte, ai due venne chiesto, come voleva il rito, se avessero qualche cosa da dire.

Nicola Sacco, che rispetto al suo compagno era più timido, riservato, ma soprattutto parlava un pessimo inglese, non aggiunse nulla, mentre Vanzetti, che per quanto avesse studiato fin solo ai tredici anni era avido di letture e parlava un buon inglese, tenne un vero e proprio monologo che terminò con una frase resa poi celebre dalla Storia e che chi ha visto il film associa naturalmente a quel campione di Gian Maria Volonté:

«Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un'altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di più per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora».

Parole che fanno impressione a noi bisnipotini di quella generazione di emigranti, soprattutto per la loro lucidità. Eppure ci sono altre parole di Bartolomeo Vanzetti che in questi anni ci servirebbe tornare a ricordare. Sono parole scritte, che fanno parte di un testo che Vanzetti scrisse in carcere per parlare della sua vita e che sono facilmente recuperabili in rete, senza pagare una lira, non protette da alcun copyright, pronte per essere rilette e meditate.

«Le piaghe che più straziano l'umanità sono l'ignoranza e la degenerazione dei sentimenti naturali», scrive Vanzetti. E continua: «Mi schierai dalla parte dei deboli, dei poveri, degli oppressi, dei semplici e dei perseguitati, compresi che in nome di Dio, della Legge, della Patria, della Libertà, delle più pure astrazioni della mente, dei più alti ideali umani, si perpetrano e si continueranno a perpetrare i più feroci delitti».

E ancora: «Compresi che i monti, i mari, i fiumi chiamati confini naturali, si sono formati antecedentemente all'uomo, per un complesso di processi fisici e chimici, e non per dividere i popoli. […] Ebbi fede nella fratellanza, nell'amore universale. Ritenni che chi benefica o danneggia un uomo, benefica o danneggia la specie. Cercai la mia libertà nella libertà di tutti, la mia felicità nella felicità di tutti. Compresi che l'eguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l'unica base morale su cui può reggere l'umano consorzio. […] Compresi che l'uomo non è mai abbastanza modesto verso se stesso, e che una briciola di saviezza esiste nella tolleranza. Volli un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, una educazione per ogni cuore, la luce per ogni intelletto. […] Ritenni il diritto della libertà di coscienza inalienabile, come quello della vita».

Sono parole preziose, perché sono lucide e impregnate di amore, di spirito di giustizia e di solidarietà umana, ovvero tre cose che oggi, nella stagione che chiamiamo dell'odio, della corruzione e dell'individualismo sfrenato, ci farebbero molto comodo. Ma sono anche parole urgenti, perché, come era consapevole lo stesso Vanzetti, «Se noi e la generazione che portano in grembo le nostre donne non arriveremo a questo risultato, non avremo ottenuto nulla di reale, e l'umanità continuerà ad essere ognora più misera ed infelice». Esattamente come si sentono molti di noi, bisnipotini molto più fortunati di loro, ma in fondo più miseri e infelici, ognora che avanza.

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