La lezione del caos romano: ridateci una classe dirigente (e tenetevi pure la purezza)

Il quarto assessore al bilancio in un anno non è che l’ultimo episodio dell’agonia della giunta Raggi. Ma forse può servire a farci capire una volta per tutte che l’onestà non serve a nulla, senza competenze tecniche e politiche. In fondo, la lezione di questi anni è tutta qua

Virginia Raggi

Alberto PIZZOLI / AFP

Alberto PIZZOLI / AFP

24 Agosto Ago 2017 0830 24 agosto 2017 24 Agosto 2017 - 08:30

E quattro: dopo Marcello Minenna, Raffaele de Dominicis e Andrea Manzillo, da domani il nuovo assessore al bilancio del comune di Roma sarà Gianni Lemmetti, fino a ieri suo omologo presso il Comune di Livorno, anch’esso guidato da un sindaco Cinque Stelle, Filippo Nogarin. Difficile trovare parole rispetto a una situazione che, pur con tutte le attenuanti del caso, fluttua alla deriva tra l’imbarazzante e il patetico, in un avvitamento verso il peggio che non si capisce come possa finire.

Di sicuro, è una lezione, tanto dolorosa quanto istruttiva. Perché - è vero - i Cinque Stelle non hanno alcuna colpa in relazione a quel che è stato loro consegnato in eredità. Ed è altrettanto vero che se il corpo elettorale arriva a pensare che rispetto a chi c’era prima sia meglio chiunque, è un problema soprattutto per chi c’era prima. Però è anche vero che se si è costretti a cambiare quattro assessori in un anno, fregandoli a una giunta di un’altra città e del medesimo colore politico, causa assenza di personale tecnico-politico pronto all’uso - il Movimento ha già otto anni, la gioventù non è più un alibi - qualche domanda bisognerà pur farsela. E dovrebbe farsela soprattutto chi in quel movimento ci crede.

Proviamo a dirla così: che non basta essere immacolati, o anche solo nuovi, o impalmati dal popolo - quello della rete o quello delle primarie - per fare meglio di chi c’era prima. No, cari: non basta questo, e nemmeno tutto l’impegno del mondo, per improvvisarsi classe dirigente.

Proviamo a dirla così: che non basta essere immacolati, o anche solo nuovi, o impalmati dal popolo - quello della rete o quello delle primarie - per fare meglio di chi c’era prima. No, cari: non basta questo, e nemmeno tutto l’impegno del mondo, per improvvisarsi classe dirigente.

E non basta nemmeno auto-convincersi che una classe dirigente non serva, che non ci sia bisogno di un élite intellettuale, che non serva esserlo per sostituirsi a quelli di prima, nemmeno a sindaci come Gianni Alemanno o Ignazio Marino. Possono non piacervi partiti, corpi intermedi, burocrazie della rappresentanza organizzata degli interessi. Potete pensare quanto volete che tutto questo tracimi fisiologicamente in mafie capitali e schifezze affini. Ma non potete far finta che non serva una visione del mondo che vada oltre l’auto-referenzialità di un generico ricambio ai vertici. Serve eccome. Così come serve una preparazione non comune - tecnica e politica - tanto più se si è chiamati a risolvere emergenze. Così come serve la capacità di vivere dialettica e dissenso come un mezzo per far evolvere l’azione politica, e non come una minaccia da disinnescare cacciando quanto prima il dissenziente di turno.

E se manca tutto questo, serve l’umiltà di riconoscerlo e di lavorare per colmare le lacune. Anche - anzi, soprattutto - se come accaduto a Virginia Raggi a Roma, il consenso elettorale arriva comunque. Altrimenti si finisce regolarmente a pietire consenso dal peggior corporativismo possibile, dai taxisti ai vigili, sino ai dipendenti dell’Atac. A farsi dettare le nomine da maneggioni da sottopotere romano o dalla Casaleggio Associati. A rinchiudersi nel bunker, incapaci di fidarsi persino della propria ombra. A far rimpiangere, prima o poi, chi c'era prima.

In fondo, la lezione della diciassettesima legislatura della Repubblica Italiana e di quel che le è successo attorno a livello locale sta tutta qua. Che il vento cambia per conto suo. Ma per far correre la barca serve un timoniere capace, nuovo e puro o meno che sia, e un equipaggio di qualità, fedele o meno che sia. Il giorno che lo capiremo sarà un gran giorno. Nel frattempo, godiamoci il disastro.

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