Lasciate in pace gli scrittori, i classici servono ai noi lettori

Poteva avere senso, forse, qualche decennio fa, quando i classici erano il canone e il canone in quanto tale era prescrittivo e, per avere il patentino di intellettuale, lo si doveva possedere totalmente, conoscere a mena dito, era il punto di partenza per ogni scrittore che si definisse tale

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24 Agosto Ago 2017 1115 24 agosto 2017 24 Agosto 2017 - 11:15

Agosto non è agosto senza la sua polemica letteraria e anche se quella che ci è capitata quest'anno è di quelle che ci paiono ancora più inutili del normale a guardarla dalla giusta distanza ci offre qualche spunto interessante per parlare di uno strano genere letterario, l'unico che non si definisce per somiglianza al suo interno — come i Gialli, i Rosa, la Fantascienza etc — ma che al contrario trova il suo trait d'union al di fuori, nel modo in cui i lettori gli si avvicinano, un genere che è da sempre e sarà per sempre il più venduto: i Classici.

La polemica si riassume molto velocemente. Qualche giorno fa è uscito sul Fatto Quotidiano un articolo “leggero” che, in tono scherzoso, chiedeva a una decina di scrittori dell'ultima generazione — trenta-quarantenni — di dire quali fossero i classici che avevano sempre snobbato e perché. Qualcuno si è inventato di aver fatto colpo su una ragazza inventandosi di aver letto ogni riga di Virginia Woolf, qualcuno ha confessato che di Cent'anni di solitudine non ha mai superato la metà, qualcun altro che non ha mai avuto tempo da perdere per leggere tutti e sette i tomi della Recherche di Proust, qualcun altro ha confessato la latitanza da Pasternak e via dicendo.

Davanti all'elenco delle manchevolezze da parte dei dieci scrittori è partita la fiammata, il flame come si dice in inglese, dei lettori che sui social non l'hanno presa per niente bene e si sono alzati indignati davanti a quella che ai loro occhi sembrava un insopportabile sfoggio di ignoranza, quasi un vanto, una specie di snobismo al contrario e quindi ancora meno sopportabile di quello originale. Ma tutta questa storia non ha senso e, se l'articolo di partenza può al limite essere tacciato di estrema leggerezza (ma è agosto, si spera sempre che siamo abbastanza grandi per contestualizzare le cose), la reazione di tanti lettori è stata un po' eccessiva.

Poteva avere senso, forse, qualche decennio fa, quando i classici erano il canone e il canone in quanto tale era prescrittivo e, per avere il patentino di intellettuale, lo si doveva possedere totalmente, conoscere a mena dito, era il punto di partenza per ogni scrittore che si definisse tale. Ora non più.

D'altronde all'epoca era anche più facile. Ancora non si stampavano 50mila novità all'anno, e tenere sotto controllo un canone dei libri fondamentali che fosse contemporaneamente rappresentativo della cultura occidentale e leggibile nell'arco di una vita era ancora ancora tutto sommato possibile. E infatti era impensabile per un intellettuale, almeno fino a prima della guerra, non avere letto Dostoevskij, Melville, Cervantes, Ovidio e tutti gli altri. Era la formazione minima richiesta per potersi fregiare del titolo di scrittore. Ma pensare che ora, nel 2017, uno scrittore per dirsi tale debba per forza aver letto i classici è una assurdità.

Prima di tutto perché nel frattempo il canone si è ampliato, gli si sono aggiunti tutti quei libri che se la sono sono guadagnata sul campo la patente di classico, e che un po' hanno preso il posto di altri che hanno finito di dire quel che avevano da dire, e un po' gli si sono aggiunti. Sono gli Ernest Hemingway, i Jack Keruac, i Gabriel Garcia Marquez, i Philip Roth, gli Italo Calvino, i José Saramago, ovvero gli scrittori del Novecento, che stanno piano piano diventando quei nuovi classici di cui sopra.

Ma c'è poi anche un altro fattore, che è forse quello che può dare fastidio a qualcuno, ovvero che all'epoca in cui viviamo, affollata di narrativa come non mai, ogni scrittore è ancora più libero di prima di scegliersi da solo i propri precursori e non deve rendere conto a nessuno dei libri che sceglie di leggere e di quelli che sceglie di non leggere. Perché leggere, per uno scrittore, è l'attività propedeutica allo scrivere, che lo vogliamo o no è una parte del lavoro. Un po' come mangiarsi una bistecca per un atleta è un'attività propedeutica al gareggiare. Ciò non vuol dire però che la dieta di una persona normale e quella di un atleta siano sovrapponibili, esattamente come per le letture.

Che gli scrittori li snobbino pure i classici, quindi, tanto il centro della letteratura continuiamo a essere noi lettori. Siamo noi che non dobbiamo perdere il contatto con quella immensa fonte di ricchezza. Siamo noi che, invece di perdere tempo a correre dietro ad ogni novità, investiremmo meglio il nostro tempo leggendo quei libri che al tempo hanno già resistito, i classici, che — e non è un caso — sono tutt'ora il genere più venduto in libreria. E lo saranno per sempre, perché sono loro il canone, sono loro la Letteratura, e il bello è che quel canone, in fondo, lo decide chi legge.

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