Perché i fondi comuni sono meglio degli ETF (per certi risparmiatori)

Sono più cari degli ETF, ma hanno altri vantaggi: ad esempio, includono i costi di gestione e di consulenza, e hanno più interesse a fare investimenti azzeccati,

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JEAN-SEBASTIEN EVRARD / AFP

24 Agosto Ago 2017 1600 24 agosto 2017 24 Agosto 2017 - 16:00
WebSim News

“I fondi comuni sono cari. Conviene comperare un ETF (un fondo passivo che replica l’andamento di un indice) ad un costo molto inferiore. Risparmiando sui costi si migliora il proprio rendimento potenziale, investendo comunque in uno strumento diversificato e accessibile”. Questa affermazione, che si legge e si sente di frequente, è in parte vera ma anche parecchio approssimativa. Anzi, i fondi comuni sono per molti risparmiatori uno strumento di investimento molto più adatto rispetto ad un ETF. Ecco perché.

Prima di procedere è doveroso fare una premessa; quella che in inglese è detta una full disclosure: chi scrive, lavora per una società che gestisce e vende fondi comuni di investimento ed ha quindi uno specifico interesse a convincere il lettore della bontà dello strumento. Detto ciò, l’analisi che segue vuole essere onesta intellettualmente al punto da pubblicarla su un sito che fa del rigore e dell’obiettività un pilastro e si espone volentieri a punti di vista differenti e critiche (nel merito).

La gestione passiva ha i suoi limiti
Acquistare un ETF significa investire in un gruppo di titoli che compongono un indice. Solitamente i titoli rientrano negli indici in proporzione alla propria capitalizzazione. Questa impostazione porta però l’ETF ad attuare (anche se passivamente) una strategia precisa: quando il prezzo di alcuni titoli di un determinato mercato salgono più della media degli altri titoli, anche il peso di questi aumenta all’interno dell’indice, e quindi dell’ETF che lo replica. Insomma l’ETF, automaticamente, fa il contrario di quanto dovrebbe fare un investitore accorto, perché compra i titoli i cui prezzi sono saliti e vende quelli i cui prezzi sono scesi. Con un fondo comune invece, e con una gestione di qualità, sono i gestori a scegliere i titoli su cui trovano maggior valore, indipendentemente dalla capitalizzazione, e a gestire l’esposizione dinamicamente, prendendo profitto quindi quando un titolo sale e accumulando sulle debolezze.

Chi gestisce il fondo ha un incentivo a fare bene. Un ETF no
Evidentemente non tutti i fondi riescono a battere il proprio benchmark, e anche i fondi “buoni” non necessariamente battono il proprio mercato di riferimento su tutti gli orizzonti temporali. Questo può accadere per svariati motivi, alle volte colpevolmente, se i gestori si limitano a replicare un indice per semplicità, caricando però commissioni elevate, oppure perché, anche le scelte compiute nel tentativo di fornire valore aggiunto al cliente alle volte si rivelano sbagliate oppure danno i propri frutti su intervalli di tempo diversi da quelli considerati. C’è però un dato di fatto: chi gestisce il fondo vuole che il proprio fondo vada bene. Questo incentivo può essere fornito direttamente in presenza di commissioni di incentivo (quando fatte bene), che vengono pagate dal cliente quando il fondo supera i massimi di sempre, o indirettamente solo perché il gestore ha come primo obiettivo quello di mantenere in gestione i capitali dei clienti soddisfatti. Chi gestisce ETF è indifferente all’andamento dei propri prodotti: l’unico impegno che si prende è quello di fare un prodotto che segua il più fedelmente possibile l’indice di riferimento.

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