Caos profughi a Roma, la nostra incapacità è più pericolosa dei migranti

Non ci nascondiamo dietro la frase infelice di un poliziotto: lo sgombero dei rifugiati a Roma è il risultato di quattro anni di sonno profondo della politica. Che ancora oggi si rifugia nelle discussioni sui massimi sistemi e rifiuta di assumersi le proprie responsabilità

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Alberto Pizzoli/Afp/Getty Images

25 Agosto Ago 2017 0830 25 agosto 2017 25 Agosto 2017 - 08:30

Eccolo, l’esempio perfetto di come una situazione più che gestibile si trasforma in un’emergenza. Di come qualche centinaio di profughi possa alimentare la sindrome da invasione che sembra averci contagiati. Di come la politica preferisca soffiare sul fuoco della polemica, creando problemi che non esistono, dopo essersi dimenticata di risolvere quelli che ci sono. Di come un incidente - in questo caso, parole improvvide e vergognose da parte di un funzionario di polizia - possano contribuire a incendiare ulteriormente il clima, provocando reazioni isteriche dall’estrema destra all’estrema sinistra.

Partiamo dalle basi. Quel centinaio di persone di cui avete sentito parlare al telegiornale, quelli sgomberati prima dal palazzo di via Curatone a Roma, poi dalle panchine di piazza Indipendenza, poi da uno spiazzo verde adiacente, non sono richiedenti asilo, né è gente sbarcata in Italia negli ultimi mesi. Sono profughi a tutti gli effetti, eritrei ed etiopi in fuga dalla guerra e dalla carestia, cui abbiamo concesso lo status di rifugiati nel nostro Paese sin dal 2013. Sono un centinaio - 107, per la precisione - non migliaia, non milioni.

Quando hanno occupato il palazzo che un tempo ospitava la sede di Federconsorzi e dell’Ispra, spalleggiati dal Movimento per il Diritto alla Casa, erano in 450 circa, in condizioni subumane. In un Paese normale - forse pure meno che normale - sarebbero bastate poche settimane e qualche telefonata per risolvere il problema. Per i rifugiati, che avevano diritto a condizioni di vita migliori. Per il quartiere, che si è ritrovato una bomba sociale al suo interno, senza nessuna pianificazione e nessun controllo istituzionale. E pure per gli investitori del fondo Omega - perlopiù fondi pensione, non l’oscura finanza globale - che aveva comprato quello stabile e che ci ha perso milioni di euro.

Un circo Barnum delle opinioni inutili al termine del quale ci ritroveremo ancora un po’ più impauriti e incazzati e convinti di essere nel mezzo di un’invasione biblica. Quando invece basterebbe chiedere conto dell’inazione delle forze politiche a Roma. E poi volgere lo sguardo al resto del Paese e chiederci, di nuovo, quanto dell’emergenza migranti sia figlia di un politica che parla e dorme

E invece niente. Se siamo arrivati allo sgombero del palazzo, e poi della piazza, e poi del quartiere col corollario di frasi infelici di un funzionario di polizia - «se tirano qualcosa, spaccategli un braccio» - è perché per anni nessuno si è occupato del problema. Laddove occuparsene - è il capo della polizia Franco Gabrielli a dirlo, non esattamente il volontario di una Ong - non vuol dire sgomberare, ma trovare soluzioni alternative. Racconta di averlo fatto, insieme al Commissario Tronca, nell’interregno tra Marino e Raggi, che era stata decisa una road map e stanziati 130 milioni. E si chiede, con ben più di una nota polemica nei confronti di Virginia Raggi, che fine abbia fatto quel piano, nell’ultimo anno.

Non lo sappiamo e, possiamo scommetterci, non lo sapremo mai, ché a quanto pare il dibattito sembra essersi spostato su grandi questioni come le dimissioni del ministro dell’interno Minniti - per uno sgombero in cui il ministero non ha alcuna responsabilità, l’ha detto la Prefetta di Roma Paola Basitone, ma tant’è -, o il razzismo istituzionale delle forze di polizia, cui fanno da contraltare le intemerate dell‘immancabile Matteo Salvini sugli immigrati violenti e sul povero funzionario, con tanto di hashtag #iostocolpoliziotto, senza se e senza ma. Mancano solo le analisi sociologiche e geopolitiche nei salotti televisivi, poi il menù è completo.

Un circo Barnum delle opinioni inutili al termine del quale ci ritroveremo ancora un po’ più impauriti e incazzati e convinti di essere nel mezzo di un’invasione biblica. Quando invece basterebbe chiedere conto dell’inazione delle forze politiche a Roma. E poi volgere lo sguardo al resto del Paese e chiederci, di nuovo, quanto dell’emergenza migranti sia figlia di un politica che parla e dorme, di una gestione abitativa dei richiedenti asilo affidata agli accordi tra prefetti e privati, di rappresentanti istituzionali che in molti casi, anziché fare il loro piccolo dovere quotidiano, preferiscono vestire i panni dei piccoli capipopolo in cerca di mezzo minuto di celebrità al telegiornale regionale.

Perché a cambiarci, a fare di noi un Paese peggiore, non è nient’altro che la nostra incapacità di affrontare i problemi, costruendoci sopra castelli di alibi. Vale per i migranti, vale per mille altre cose. Il giorno che lo capiremo sarà un gran giorno.

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