Napoli, fuoco e veleni sul Vesuvio, ecco la minaccia che incombe sulla Campania

Il vulcano è disseminato di rifiuti tossici, che gli incendi di agosto hanno reso ancora più pericolosi per via dei fumi, e che fanno aumentare l’incidenza di malattie nella zona

Icendi sul Vesuvio
28 Agosto Ago 2017 0830 28 agosto 2017 28 Agosto 2017 - 08:30

(Ercolano). La strada accidentata sale impervia con curve a gomito sollevando nuvole di polvere grigia mista a cenere. L’odore acre e pungente di terra bruciata non si è dissipato nonostante folate di vento spazzino via la cima nera del Vesuvio. Attorno all’auto che s’inerpica s’apre un paesaggio spettrale : intere pinete distrutte dal fuoco e le rocce nere vulcaniche del Vesuvio che hanno preso il colore grigio della cenere. Quasi duemila ettari di vegetazione andati in fumo dopo i devastanti incendi estivi. Una superficie di quasi dieci chilometri quadrati di vegetazione interamente annientata come si evince dalla mappatura satellitare fornita dal Copernicus, il progetto europeo di monitoraggio che viene attivato quando scatta un’emergenza. Il fuoco ha distrutto pinete, animali, coltivazioni. Ci vorranno almeno quindici anni, ha ammonito Coldiretti, per ricostruire la macchia mediterranea andata distrutta. Il fuoco ha provocato anche un’altra ecatombe: 400 animali morti in media per chilometro quadrato tra mammiferi, uccelli e rettili. Cinquanta milioni di api annientate dalle fiamme. Distrutte intere coltivazioni agricole, fattorie, l’intero sistema economico di un parco in ginocchio.

Ma c’è qualcosa di più inquietante. La macchina si ferma accanto agli arbusti neri di una pineta. Nel sottobosco si ergono strani cumuli di detriti anneriti dal fumo: bidoni di ferro, tubi, carcasse di frigoriferi e lavatrici. Una discarica. Una delle tante di cui è tappezzato il Parco Nazionale del Vesuvio. Nel corso degli anni '80, camion pieni di rifiuti tossici si sono inerpicati lungo le pendici del vulcano per scaricare i loro veleni. Alcuni rimorchi di automezzi sono stati addirittura interrati insieme al proprio contenuto nocivo. La stessa mano criminale che ha provocato gli incendi ha approfittato del fuoco per sversare ed appiccare il fuoco ad altri rifiuti tossici.
“Tutto è iniziato qui ad Ercolano - spiega a Linkiesta Marco Esposito del comitato Rete di Cittadinanza e Comunità, una federazione di 26 associazioni - i primi roghi sono partiti da Ercolano a giugno, poi dopo un periodo di calma sono ripresi con grande vigore estendendosi a macchia d’olio. I vigili ci dicevano che ad aver preso fuoco c’erano solo alberi e sterpaglie ma poi facendo sopralluoghi sul posto abbiamo trovato diverse discariche di rifiuti tossici”. Mi mostra un cumulo di detriti e poi al lato una discarica di amianto. I tubi anneriti sono tutt'oggi ben visibili. I terreni non solo non sono stati bonificati ma continuano a fumare e a sprigionare vapori tossici. La regia dolosa dei roghi è oramai accertata. Inneschi nascosti in luoghi inaccessibili ma ciò che più inquieta sono le discariche improvvisate usate come esca per appiccare il fuoco.

La regia dolosa dei roghi è oramai accertata. Inneschi nascosti in luoghi inaccessibili ma ciò che più inquieta sono le discariche improvvisate usate come esca per appiccare il fuoco

“Cumuli di detriti di plastica ed esche sono state scoperte in maniera consequenziale rispetto agli incendi” - spiega a Linkiesta il coordinatore di Radio Siani Giuseppe Scognamiglio - “addirittura a distanza di poche centinaia di metri l’una dall’altra. Quando i vigili del fuoco riuscivano a spegnare un incendio, un altro sorgeva più in là, come se ci fosse un’unica regia. Così si è creata un’unica cintura di fuoco che ha reso più difficile le operazioni di spegnimento. A chi poteva giovare tutto questo? A tante, troppe persone. Dagli interessi forse a far cadere qualche vincolo del parco fino al mancato accordo degli addetti ai lavori per lo spegnimento del fuoco. E poi con il fuoco si muove tutta una macchina: dalla protezione civile, all’esercito, ai vigili del fuoco, ai canadair. Oggi non siamo ancora in grado di stabilire l’impatto a livello ambientale, turistico ed economico di questa tragedia. Ma il post-emergenza, per certi versi, è ancora più difficile dell’emergenza stessa”.

Il riferimento è all’allarme lanciato dalla geologa e ricercatrice dell'Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo (Isafom-Cnr) Silvana Pagliuca, che ha evidenziato come la devastazione della vegetazione possa causare un incremento del rischio idrogeologico. Fiumi di fango che potrebbero piombare a valle se i versanti verranno interessati da nubifragi nei prossimi mesi.
Il fuoco in pochi giorni ha aggredito Terzigno, Ottaviano, Ercolano, zone note per la presenza di discariche illegali che hanno bruciato sprigionando vapori tossici. Decine di persone sono state ricoverate durante l’emergenza. È quanto racconta Marianna Ciano, portavoce dell’associazione Salute Ambiente Vesuvio. “Le forze in campo per bloccare il fuoco erano insufficienti - spiega a Linkiesta - già dai primi giorni di agosto di fronte ad un fronte di fuoco di 2,5 chilometri c’erano solo 20 persone ed un canadair. Solo con l’arrivo del ministro le cose sono migliorate. Con gli incendi delle discariche decine di persone sono state ricoverate in ospedale con problemi respiratori, sensazioni di vomito e nausea forti perché è andata anche a fuoco una cava dove c’erano pezzi di automobili dismesse. Insomma qualcuno ha approfittato dell’incendio del parco per bruciare quanta più immondizia possibile”.

La famigerata Cava Fiengo è più grande di uno stadio, profonda come una valle alpina, visibile da chilometri di distanza ed i cui bordi sono disseminati di carcasse di frigoriferi e lavatrici e cumuli ancora fumanti di copertoni e detriti anneriti

Le fiamme d'agosto ad Ercolano hanno lambito anche la famigerata Cava Fiengo, che s’estende per 15 ettari e che è stata sequestrata l’anno scorso dal Gip Nunzio Fragliasso. Una volta guadagnati la parte alta della discarica il colpo d’occhio è impressionante: una cava che è più grande di uno stadio, profonda come una valle alpina, visibile da chilometri di distanza ed i cui bordi sono disseminati di carcasse di frigoriferi e lavatrici e cumuli ancora fumanti di copertoni e detriti anneriti. Qui sono stati rinvenuti circa 400.000 metri cubi di rifiuti speciali, fusti da 200 litri deteriorati, fusti contenenti olio lubrificante, carcasse di autovetture e autocarri. Le analisi chimiche effettuate in situ hanno evidenziato il superamento della soglia di contaminazione prevista. Le case sono molto, troppo, vicine e la cava non è per nulla presidiata. Il risultato è che chiunque vi può accedere. Durante l’emergenza attorno alla discarica sono stati appiccati diversi roghi tossici. Così come è avvenuto nella Terra dei Fuochi che ha continuato a bruciare durante l’emergenza. Gli abitanti delle zone sono preoccupati. Ripetuti studi epidemiologici sono concordi nell’individuare queste terre come zone in cui si sono riscontrate criticità per incidenza, ospedalizzazione e mortalità relative a tumori e malattie neurologiche. Per questo la federazione Rete di Cittadinanza e Comunità ha deciso di avviare il progetto Veritas, il cui obbiettivo è chiarire l’eventuale esposizione ad inquinanti ambientali. A spiegarlo è Enzo Tosti, coordinatore della federazione.

“È un progetto che parte dal basso - spiega a Linkiesta - ed è in collaborazione con ricercatori e medici. Facciamo test tossicologici su persone che in Terra dei Fuochi hanno contratto un certo tipo di malattie leucemiche e tumorali per dimostrare che nel loro sangue ci sono dei veleni specifici. Non solo metalli pesanti ma diossine e policloruri bifenili. Il progetto vuole dimostrare che persone con quel tipo di malattia e tumori possono avere questi veleni nel sangue e che ci sia una correlazione tra queste due cose”.
Già nel 2007 lo Studio Sentieri aveva ravvisato che il quadro epidemiologico della popolazione residente nei 55 comuni della Terra dei Fuochi era caratterizzato da una serie di eccessi di mortalità e ospedalizzazione per vari tipi di tumore (stomaco, fegato, polmone) e linfoma di Hodgkin. Da allora però nulla è cambiato. E in Campania si continua a bruciare. E a morire.

@marco_cesario

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