Grande invasione? La verità è che siamo un Paese da cui la gente scappa (ed è molto peggio)

Abbiamo più gente che emigra di Messico e Afghanistan e gli stranieri che arrivano in Italia voglio subito andarsene, per trovare un lavoro altrove. In altre parole, abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: siamo un Paese che si svuota

Migranti conferenza Parigi

LUDOVIC MARIN / AFP

LUDOVIC MARIN / AFP

29 Agosto Ago 2017 1001 29 agosto 2017 29 Agosto 2017 - 10:01

Magari fossimo un Paese di destinazione dei flussi migratori. Magari ci fosse, se non un’invasione, perlomeno un flusso consistente di migranti diretti verso l’Italia. Magari.

Una provocazione? Sì, ma nemmeno troppo. Lo diciamo consapevoli che il senso comune porta in direzione ostinata e contraria, quella di un Paese che si sente vittima di una sostituzione etnica e culturale. Che si sente curiosamente vittima di un problema opposto a quello che effettivamente ha. Ma lo diciamo con assoluta cognizione di causa. Leggendo le cronache della conferenza di Parigi sulla crisi migratoria dall’Africa, ad esempio, in cui Angela Merkel, senza troppi giri di parole, ci ha identificato per quello che siamo: un Paese di transito, al pari di Niger, Ciad e Libia. L’ultimo, l’unico sull’altra sponda del Mediterraneo, il più semplice da attraversare, ma comunque un Paese di transito: «L'Italia e la Libia sono elemento fondamentale come interfaccia», ha detto ringraziando Sarraj e Gentiloni. Interfaccia, come la Libia. Capito, no?

Stiamo parlando di un Paese, l’Italia, da cui emigra più gente di quanta ne emigri dal Messico o dall’Afghanistan. 171mila anime, secondo Ocse, 285mila secondo il centro studi Idos e Confronti, soprattutto giovani. Che noi li chiamiamo expat, per addolcire la pillola: «Perdiamo persone, perdiamo braccia valide». L’ha detto Idriss Deby, presidente del Ciad, giusto ieri , ma avrebbe potuto benissimo dirlo Gentiloni

E anche i dati sui diecimila minori non accompagnati sbarcati in Italia, peraltro, certificano questa conclamata evidenza. Ne scrive La Stampa di oggi, raccontando come ce ne siano 31mila irrintracciabili, 9 mila dei quali scappati dai centri di accoglienza. La maggioranza dei quali, è più che un ipotesi, se ne sono andati per raggiungere i loro parenti nel nord Europa, o per trovare lavoro in Germania. Quelli che vogliono restare qui sono una minoranza.

E del resto, stiamo parlando di un Paese, l’Italia, da cui emigra più gente di quanta ne emigri dal Messico o dall’Afghanistan. La diciamo in un altro modo: ogni cento migranti nel mondo, 2,5 sono italiani. 171mila anime, secondo Ocse, 285mila secondo il centro studi Idos e Confronti, con un crescita esponenziale negli ultimi dieci anni. Soprattutto giovani. Che noi li chiamiamo expat, per addolcire la pillola. Di certo sono giovani che abbiamo istruito e che vanno a ingrossare il prodotto interno lordo altrui: «Perdiamo persone, perdiamo braccia valide». L’ha detto Idriss Deby, presidente del Ciad, giusto ieri, ma avrebbe potuto benissimo dirlo Gentiloni.

Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, Paesi d’attrazione dei flussi migratori, non funziona così. Per carità, i problemi di gestione delle migrazioni ci sono, e sono molto più seri che da noi, ma sono l’effetto di economie attraenti e in salute, di sicuro più della nostra. E non atterranno su società vecchie, stanche, impoverite e incazzate come la nostra. Nè minacciano, come da noi, un sistema previdenziale che salterà in aria come una santabarbara, se non troviamo il modo di aumentare il numero di giovani che lavorano rispetto a quello dei pensionati. Non sarà il migliore dei mondi possibili, ma è meglio una grande invasione, di questa grande fuga. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.

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