La Sicilia è troppo importante per regalarla ai Cinquestelle

Sia destra che sinistra si presentano con troppi candidati e in ordine sparso. Sembrano fare di tutto per regalare la Sicilia ai grillini. Forse sarebbe il momento di un sussulto di responsabilità

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PATRICK HERTZOG / AFP

29 Agosto Ago 2017 0830 29 agosto 2017 29 Agosto 2017 - 08:30

La Sicilia è un'impresa grande più o meno il doppio della Fiat Italia, che in fondo ha solo 23mila dipendenti contro i 15mila assunti e i 30mila precari dell'Isola. Diciamo due Fiat e un paio di Ferrero, quella della Nutella, che pur essendo il primo gruppo alimentare italiano vale appena10 miliardi mentre la nostra bella isola può vantarne 21 circa di entrate e altrettante di uscite, più quattro miliardi di crediti da esigere e tre miliardi di debiti da pagare.

Non si può dire che sia un'impresa solida. Diciamo una specie di Alitalia al quadrato, o al cubo. La celebrata compagnia di bandiera in quarant'anni c'è costata solo 7 miliardi di euro, spiccioli rispetto ai fiumi di denaro macinati nello stesso periodo da Palazzo dei Normanni per moltiplicare i guai anziché risolverli. Qualcuno, visti i costi proibitivi del tenerla in piedi, si chiede se non sarebbe stato meglio lasciarla agli americani, quando tra il '43 e il '50 immaginavano di trasformarla nella 49esima stella della Old Glory. E chissà che non stiano facendo un ragionamento analogo la destra e la sinistra, che alla vigilia delle elezioni siciliane sembrano in piena attività per garantire lo sventolio su Palazzo dei Normanni di un'altra bandiera stellata, quella di Beppe Grillo e del suo candidato Governatore Giancarlo Cancellieri.

Due candidati nell'area di centrodestra e quattro addirittura nel centrosinistra possano portare a un solo risultato: la sconfitta di entrambe le filiere politiche e la vittoria del “terzo incomodo” grillino

I fatti sono noti. La destra si divide tra Nello Musumeci, presidente della commissione regionale Antimafia, e Gaetano Armao, avvocato ed ex assessore al Bilancio della giunta guidata da Raffaele Lombardo, capo di una lista denominata “Siciliani indignati” che piace molto a Silvio Berlusconi. La sinistra (Pd più Alternativa popolare, cioè Angelino Alfano, e Centristi per l’Europa) ha messo ufficialmente in campo il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari.
​Sinistra italiana ha dichiarato di voler convergere su Claudio Fava, il vicepresidente della commissione nazionale Antimafia, già lanciato in corsa dai bersaniani. Per di più Rosario Crocetta, il governatore uscente, ha già ribadito più volte di volersi candidare anche senza il sostegno del Pd. E in coda c'è anche Ottavio Navarra, sostenuto da alcuni movimenti. Poiché in Sicilia si vota in un turno solo – chi arriva primo prende tutto – facile capire come due candidati nell'area di centrodestra e quattro addirittura nel centrosinistra possano portare a un solo risultato: la sconfitta di entrambe le filiere politiche e la vittoria del “terzo incomodo” grillino.

Ora, non ci sarebbe niente da dire in una situazione di ordinaria competizione politica. La democrazia è democrazia. Le regole son queste. Ma anche la Sicilia è la Sicilia, e con quei numeri, con quel “fatturato”, con quell'incidenza non solo economica ma simbolica, culturale, politica, nel contesto italiano, forse sarebbe il caso di un sussulto di responsabilità, soprattutto dopo aver visto gli esiti della presa grillina del Campidoglio. Replicare su questa scala – la scala della Regione più grande d'Italia, frontiera dell'emergenza immigrati, epicentro storico della parola mafia e della lotta alla mafial'esperimento romano sembra un atto di irresponsabilità fuori da ogni canone persino in Italia, dove l'autolesionismo politico sta di casa. E però lo si sta compiendo. Tutti sono consapevoli che le divisioni interne ai Poli consegneranno la Sicilia ad altri, e però tutti si dividono. Tutti hanno dubbi sulla capacità di governo del M5S, e però tutti giocano la partita del M5S. Tutti gridano “dopo di noi il diluvio”, e però sembra quasi che lo invochino, che lo cerchino, questo diluvio.

Il sospetto più accreditato tra i retroscenisti è che la partita siciliana non interessi più di tanto ai due Poli “tradizionali”, perché quel che conta è la prossima, quella delle politiche. Dunque a Forza Italia importerebbe soprattutto ribadire il suo “diritto di primogenitura” sui candidati. Al Pd saldare l'asse al centro e marginalizzare gli scissionisti. Agli scissionisti trovarsi una nicchia che misuri il loro valore e li rimetta in gioco nei futuri assetti del proporzionale. La stella della Trinacria potrà quindi essere deposta sulla stellata bandiera di Grillo, dove ben figurerà. Poi ci sarà tutto il tempo per dire “Ma che abbiamo fatto!”, così come successo a Roma, e a dolersene, e a rinfacciarsi responsabilità, e a far polemiche (che non serviranno più a niente).

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