Andrea Garnero: «I robot non ci ruberanno il lavoro. Ma senza formazione saranno comunque guai»

Parla l’economista Ocse: «Più che della distruzione di posti di lavoro, mi preoccupererei della velocità del cambiamento. Reddito di cittadinanza? Meglio una riforma del welfare fatta bene. Il taglio al cuneo fiscale per le nuove assunzioni? Palla in corner all’ultimo minuto»

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Immagine con licenza Pixabay.com

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30 Agosto Ago 2017 1400 30 agosto 2017 30 Agosto 2017 - 14:00
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«È molto difficile discutere di lavoro in questa fase di trasformazione continua». Non è una resa, quella di Andrea Garnero, economista del dipartimento Lavoro e affari sociali dell’Ocse. Semplicemente, un rifiuto cortese a sedersi in una delle due tifoserie dalle cui curve imperversa il dibattito sul futuro del lavoro. Fosco, se non apocalittico, per chi preconizza l’avvento dei robot e la scomparsa di ogni tipo di occupazione umana. Meraviglioso, per chi invece magnifica le magnifiche sorti e progressive della tecnologia, che ci libereranno dalla schiavitù del lavoro seriale, e che creeranno più lavori di quanti ne bruceranno: «Fosse solo la tecnologia, il problema», esordisce Garnero, che sul tema ha appena tenuto una lezione alla summer school di Rena, la rete nazionale per le eccellenze, un vero e proprio Boot Camp per amministratori e policy maker che quest’estate si è tenuta a Matera, dal 25 al 30 agosto. Tema dell’edizione 2017: governare il caos. E di caos nel mondo del lavoro ce n’è parecchio.

Fosse solo la tecnologia, dice lei…
Che c’è ed è un problema serio, intendiamoci. Ma poi c’è ancora un effetto-globalizzazione, che non è più quella dei primi anni duemila, in cui il tema era il commercio internazionale, il manufatto prodotto in Cina ed esportato in Europa per intenderci. Oggi sono pezzi di produzioni che girano il mondo, quella che definiamo catena globale del valore. Ancora: c’è un effetto-invecchiamento della popolazione, che pone un tema di welfare e previdenza non secondario. E infine un tema legato ai cambiamenti climatici, che anch’esso avrà un impatto rilevante nel determinare il futuro del lavoro.

Torniamo alla tecnologia, però. Ci sono studi che dicono che brucerà la metà dei posti di lavoro. L’economista Daron Acemoglu, che non è l’ultimo che passa per strada, dice che ogni singolo robot togliere lavoro a sei persone ogni mille…
Di stime ne girano tante. Ce ne sono alcune che dicono che la robotica distruggerà la metà dei posti di lavoro, addirittura.

Sono stime realistiche?
Esagerate, ormai è stato ampiamente dimostrato. Pure l’ultima che abbiamo fatto noi all’Ocse, che parla del 9% dei posti di lavoro a rischio è discutibile.

Come mai?
Perché non tengono conto che i lavori non sono tutti uguali. Un giornalista d’inchiesta e uno che ribatte le agenzie non sono ugualmente sostituibili da una macchina. Allo stesso modo, nessuna di queste stime è in grado di dire quanti posti saranno creati dalle nuove tecnologie. Per carità, ogni strada è aperta, ma eviterei il determinismo catastrofista. Che non vuol dire che i problemi non manchino, sia chiaro.

Ad esempio?
Più della quantità dei posti di lavoro, ad esempio, mi preoccuperei della velocità del cambiamento. Se avviene in una generazione, siamo in grado di metabolizzarlo piuttosto facilmente. Se avviene in pochi anni, invece, è molto più complicato, soprattutto per i lavoratori più anziani, quelli meno avvezzi al cambiamento. Ogni rivoluzione produce vincitori e vinti. Se negli anni scorsi abbiamo imparato a conoscere i perdenti della globalizzazione, nei prossimi anni conosceremo i perdenti della tecnologia.

Già oggi siamo tutti un po’ perdenti della tecnologia. C’è un grafico, nell’ultimo libro di Martin Ford, che mostra come negli ultimi trent’anni, la produttività del lavoro sia cresciuta esponenzialmente, mentre i salari sono rimasti al palo. Come mai?Tecnicamente, questo effetto si chiama “decoupling”, disaccoppiamento, ed è il centro di moltissime ricerche. Di certo c’entra la tecnologia, ma credo si dia troppo per scontato che le colpe stiano tutte lì.

E dove, allora?
Ad esempio, nella concentrazione di mercato. Non siamo in grado di dire, ad esempio, se il maggior valore aggiunto di un bene sta nell’effettiva crescita della produttività o in una maggiore concentrazione di mercato. Così come dobbiamo considerare che la curva piatta dei salari nasconde in realtà una gigantesca polarizzazione.

Cioè?
I salari alti sono diventati altissimi. Quelli bassi sono rimasti bassi. E quelli medi sono diventati bassi pure loro.

Pure in Italia?
L’Italia è un caso ancora differente, perché la produttività non cresce da vent’anni. Di fatto, siamo uno dei pochi Paesi in cui non c’è stato alcun decoupling.

A dirla così sembra che ci siamo risparmiati un problema…
No, purtroppo.

Perlomeno, sappiamo a cosa andiamo incontro, facendo crescere la produttività…
Premesso che ogni sistema deve trovare la sua strada e che imitare il modello francese, o quello tedesco non ha senso, io credo che gli effetti negativi di un’eventuale crescita della produttività siano secondari rispetto al ritardo che abbiamo accumulato negli ultimi decenni.

E come si fa a far crescere la produttività?
Il piano Industria 4.0 è una buona misura. Ma non basta. Bisognerebbe concentrare le risorse per far crescere le imprese innovative e avere il coraggio di smettere di riformare la cassa integrazione, spesso usata per tenere in vita imprese decotte. E poi c’è un tema enorme di competenze e formazione.

«È vero che molti giovani vanno all’estero dove c’è un sistema economico che è maggiormente in grado di valorizzare le loro competenze. Ma è anche vero - e non dobbiamo dimenticarcelo - che l’Italia ha un alto numero di lavoratori sottoqualificati. E curiosamente i più propensi a continuare a formarsi sono i primi, anziché questi ultimi. Tra i lavoratori che rischiano il posto a causa dell’automazione la formazione continua sta a zero»

A proposito di competenze e formazione: l’Italia è uno dei Paesi in cui è più alto il mismatich tra domanda e offerta di lavoro…
Qui andrebbe smontata la retorica secondo cui il mismatch è figlio di una forza lavoro sovraqualificata rispetto all’offerta.

Non è vero?
È vero solo in parte. È vero, ad esempio, che molti giovani vanno all’estero dove c’è un sistema economico che è maggiormente in grado di valorizzare le loro competenze. Ma è anche vero - e non dobbiamo dimenticarcelo - che l’Italia ha un alto numero di lavoratori sottoqualificati. E curiosamente i più propensi a continuare a formarsi sono i primi, anziché questi ultimi. Tra i lavoratori che rischiano il posto a causa dell’automazione la formazione continua sta a zero.

Tocca difenderli, insomma. Cosa sceglie: la tassa sui robot o il reddito di cittadinanza?
Nessuno dei due.

E quindi?
Quindi politiche attive del lavoro, formazione continua e ripensamento complessivo del sistema di welfare, che è fermo a vent’anni fa. Certo è molto più affascinante e semplice il reddito di cittadinanza, me ne rendo conto. Almeno fino a che non diciamo alla gente quanto costa, e a cosa devono rinunciare per averlo. In ogni caso, toccherà alla prossima legislatura affrontare il tema. Non credo che si smetterà di riprogetttare il mercato del lavoro e quello del welfare.

A proposito, che ne pensa del jobs act?
Della riforma ho un giudizio tutto sommato positivo. Del marketing politico che si è fatto della riforma ho invece una pessima opinione. Che senso ha rincorrere i dati Istat aggiornati al minuto?

E del taglio al cuneo contributivo per i neo assunti promesso da Gentiloni?
Una palla in corner all’ultimo minuto. Giusto per dire che si è fatto qualcosa.

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