È stata l'estate della musica demmerda (ma c'è un modo per difendersi)

Da L’Esercito del selfie a Pamplona i tormentoni estivi (brutti) hanno monopolizzato la scena. E invece si può e si deve ripartire dalla lezione di Nanni Svampa e di Margot. Che gli artisti di qualità si incontrino, e flirtino felici con cronaca e letteratura

Esercito Selfie
30 Agosto Ago 2017 1000 30 agosto 2017 30 Agosto 2017 - 10:00

Partiamo dalla fine. Ne resterà solo uno. Non è vero. Connor McLeod ci ha mentito. Essendo immortale ci ha mentito a lungo. Non ne resterà nessuno. Il vuoto.
Resterà, invece, questo sì, quel che non dovrebbe restare, il brutto, il basso, la merda.
Andiamo con ordine.
Lo abbiamo scritto un mese fa, questa è l'estate della musica demmerda. E neanche era ancora uscita Vulcano di Francesca Michielin. Bastava il resto per dirlo. Le varie Riccione, gli Eserciti del selfie, le Pamplona e compagnia varia. Lo abbiamo iniziato a dire in primavera, Cassandre a cui piace vincere facile, e lo abbiamo urlato quando ormai lo scempio era sotto gli occhi di tutti, dentro le orecchie di tutti.
Abbiamo provato a farci a lato, lasciando spazio a musica di qualità con il Festivalino di Anatomia Femminile, kermesse virtuosa e virtuale che ha visto aderire un centinaio di cantautrici.
Ma non basta. Perché infilare la testa nella sabbia, seppur sabbia finissima come quella della canzone d'autore, non basta. Non basta perché nel mentre la musica demmerda si è fatta largo, occupando pertugi, rivendicando addirittura parentele e diritti che non le competono, perché se è vero come è vero che la musica demmerda c'è sempre stata, è anche vero che un tempo le veniva contrapposta altro, oggi no, stando almeno ai media generalisti.

Se è vero come è vero che la musica demmerda c'è sempre stata, è anche vero che un tempo le veniva contrapposta altro, oggi no

Non bastasse ci si è messa pure la morte. Non metaforica, quella già ci ha portato via tutti tempo fa. La morte vera e propria, quella definitiva, il tristo mietitore.
Questi ultimi giorni hanno visto la morte di due artisti che tanto hanno fatto per la canzone italiana. Due nomi ahinoi piuttosto dimenticati, anche per colpa di chi scrive, costretto a passare più tempo a picconare il castello che ha evidenziarne i tesori.
Sono morti Margherita Galante Garrone, in arte, e mai la parola è usata con pertinenza, Margot, e Nanni Svampa. Due nomi giganti, di quando la musica era cultura, e lo si legga con la stizza di chi sente da anni chiamare artisti gente che con l'arte nulla hanno a che fare.
Margot, anima femminile e femminista dei Cantacronache, prima artista a portare in Italia Brassens, cantautrice in epoca in cui la canzone d'autore flirtava con la letteratura, si leggano le note al di lei lavoro scritte da parte di Italo Calvino, o, tanto per chiudere il cerchio del parlamento letterario, dedicate al gruppo di artisti da lei composto col marito Sergio Liberovici e con Michele Straniero, con Fausto Amodei, da Umberto Eco. L'idea che le canzoni potessero cantare il presente, aiutare a fermarlo e più ancora a decifrarlo parte da lì, seppur nella dimenticanza d'oggi (vorrà mica cristallizzare l'oggi Riccione?).
Nanni Svampa, la tradizione popolare, il teatro che incappa nella canzone, da I Gufi in poi, l'Ironia come bussola per orientarsi in una Italia, in una Milano che di quella Italia era motore, che stava rimettendosi in piedi e provando, inciampando, a correre.
Due nomi, Margot e Nanni Svampa, che evocano il passato, mentre dovrebbero appartenere al presente.
Due nomi, lasciamo da parte la vis destruens per passare a quella construens, da cui però si potrebbe ripartire. Perché qui si tratta di rovesciare le diligenze, mettere su un accampamento e difendersi con fucili e fuochi dal buio fitto della notte. Resistere, resistere, resistere, tanto per ripetersi.
Smettere di guardare in basso. Puntando alle stelle.
Per dire, il Festivalino, festival virtuale e virtuoso di resistenza musicale, non a caso al femminile dedicato, non si fermerà. Anzi. Alzerà appunto il tiro.
Come? Iniziamo da qui, perché è su Linkiesta che il Festivalino ha trovato asilo e un primo trampolino di lancio.
Allora, da queste colonne lanciamo, uso il plurale perché di questa idea io sono sì stato artefice, ma subito dopo passando a ruolo di ospite muto, assente, lanciamo, dicevo, due appelli.

Due nomi, Margot e Nanni Svampa, che evocano il passato, mentre dovrebbero appartenere al presente. Due nomi, lasciamo da parte la vis destruens per passare a quella construens, da cui però si potrebbe ripartire. Perché qui si tratta di rovesciare le diligenze, mettere su un accampamento e difendersi con fucili e fuochi dal buio fitto della notte

Il primo, commosso e sottovoce, all'ammirato artista Andrea Liberovici, uomo di cultura, musica e teatro, che di Margot è (stato) figlio. Andrea, entra anche tu nel nostro campo notturno. Scavalca le diligenze rovesciate, preparati per il bivacco. Porta alle tante cantautrici coinvolte nel Festivalino, gioco che si sta letteralmente trasformando nella mappatura del cantautorato femminile, l'arte di tua madre. Scegli tu i modi e i luoghi. Noi siamo qui pronti ad abbracciarti.
Il secondo è a Gaetano D'Aponte, padre della cantautrice Bianca, troppo presto scomparsa ma ancora presente grazie al Premio a lei dedicata. Gaetano, leggi queste parole con la stessa ammirazione e sussurrio con cui abbiamo parlato a Andrea, poche righe sopra. Molte delle ragazze che sono passate dal premio, che sono partite letteralmente dal premio, sono passate e stanno per passare dal Festivalino. Sei un punto di riferimento per il cantautorato femminile. Non poteva che essere così. Entra anche tu nel nostro campo notturno, e permetti a noi di entrare nel tuo. Come? Non ne ho idea. Lasciando spazio a una targa all'interno del Premio Bianca D'Aponte, premiando voi con una menzione una delle ragazze che stanno partecipando da resistenti al Festivalino, connettendovi con noi.
Vorrei allargare il discorso, magari tirandoci dentro amici scrittori, da Giuseppe Genna a Gianni Biondillo, passando per Marco Drago, Matteo B. Bianchi, Aldo Nove. Se Margot collaborava con Franco Fortini, magari, sarebbe il caso che la comunità letteraria si metta al servizio della canzone, oggi come allora. Ma facciamo un passo alla volta. Tempo ne abbiamo.
Resistiamo insieme. Guardiamo solo al bello. Se la notte non dovesse finire, così sembra, vediamo almeno di passarla insieme.

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