Franco Arminio: «L’Italia dei piccoli paesi è più innovativa delle metropoli»

Parla il poeta-paesologo irpino, le cui poesie sono diventate un culto sui social network: «Per rilanciare le aree interne serve un salto d'immaginazione. I piccoli paesi possono diventare ospedali, università, persino luoghi di rieducazione

Tavernelle

Immagine con licenza Pixabay.com

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2 Settembre Set 2017 0830 02 settembre 2017 2 Settembre 2017 - 08:30

Paesologo. Così si definisce Franco Arminio, professione poeta, registra, scrittore, ma anche animatore del festival “La luna e i calanchi” di Aliano, in Basilicata, regione per la quale ha scritto il documento strategico per le aree interne: «Nei paesi, nelle aree interne, dove gli altri vedono solo il passato, io vedo il presente e il futuro», spiega a Linkiesta, a margine della Rena Summer School di Matera, dove è intervenuto come relatore: «Ho provato a spiegare ai giovani amministratori e policy maker che avevo di fronte che dobbiamo sospendere la logica attuale con uno scatto immaginativo. Il sindaco che fa dei migranti una risorsa per la rinascita della sua comunità ha uno scatto immaginativo. Gli altri, quelli che li respingono, semplicemente si accodano al pensiero dominante. Bisogna rimettere al centro della politica l’innovazione e l’invenzione. E il luogo migliore in cui si può fare sono le aree interne».

In che modo le aree interne possono diventare un motore di innovazione? Sono aree spopolate, senza collegamenti, senza servizi…
Ribalto la domanda. Cosa spinge le persone a vivere nelle periferie delle metropoli, come Caivano, o Casoria, qui attorno a Napoli? Le aree interne sono molto meglio: hanno tradizione, identità, bellezza.

Ok, ma con tradizione, identità e bellezza non si mangia…
Le scelte politiche sono state poco attente alle aree interne. Era più facile portare le industrie in pianura. Ma agricoltura, artigianato e servizi potevano essere compatibili con quelle zone. Non è stato fatto. Se ne sono andati tutti. E chi è rimasto non ci ha messo pensiero. Le politiche delle aree interne sono state fatte troppo spesso a misura delle città. E ovviamente non hanno funzionato.

Di sicuro c’è che uno come il sociologo americano Richard Florida, che fino a ieri era il guru dell’ascesa delle città creative e che oggi parla di crisi urbana…
Sicuramente Florida ha ragione oggi. La città non è il cuore di tutto. In città non c’è il sacro di cui l’uomo ha bisogno. Quel sacro che rimane nelle comunità abbandonate, lontane dalle città. Io nutro più fiducia nei posti più marginali possibili, anche quelli colpiti dal sisma lo scorso anno. Soprattutto quelli.

«Latouche l’ho letto, ma non mi ha convinto. È una chiave di lettura molto economica e ideologica, la sua. A me non interessa che le aree interne diventino i luoghi dell’anti-capitalismo. Per me le aree interne sono luoghi di innovazione sociale e culturale»

Come mai?
Perché dove c’è il vuoto si può costruire qualcosa. Sono isole in cui c’è un senso di Altrove. E questo che li rende diversi. L’Italia è più bella dove è più abbandonata, dove non è sciupata dalla modernità. Oggi Aliano è più bella di Viareggio. Matera è più bella di Como.

La modernità è qualcosa che sciupa e imbruttisce: la sua idea di sviluppo è la decrescita felice di Serge Latouche?
Latouche l’ho letto, ma non mi ha convinto. È una chiave di lettura molto economica e ideologica, la sua. A me non interessa che le aree interne diventino i luoghi dell’anti-capitalismo. Per me le aree interne sono luoghi di innovazione sociale e culturale.

Qualche esempio?
Io sono stato a Riace un paio di settimane fa. Riace, Aliano sono posti che diventano belli se ci metti qualcosa dentro. Per farne degli oggetti sociali hanno bisogno di sperimentazioni coraggiose. Ad Aliano ci metti il festival, a Riace i migranti.

Come ha fatto Brunello Cucinelli, che di un piccolo Borgo come Solomeo ha fatto la sua fabbrica...
Azzardo: perché non fare dei piccoli paesi abbandonati delle università, degli ospedali, finanche delle carceri modello? Sembrano utopie fino a che non le realizzi.

Lei è stato definito “il poeta più amato dalla Rete” per la viralità con cui i suoi componimenti si diffondono sui social network. Non le sembra paradossale, da “paesologo”, essere così popolare nel non-luogo per eccellenza?
Vivo il paradosso tutti i giorni. Io sono divaricato, scisso da queste due dimensioni: Facebook e il paese. Però non capisco gli intellettuali che mettono il broncio alla rete; questa non è una trasformazione tecnologica, è una mutazione dell’umano. Nel quale ci sono dei rischi, certo: uno su tutti che vi sia una semplificazione estrema della complessità della politica. Io però ho portato un sacco di lettori verso la poesia attraverso la Rete. Gli altri canali sono morti. Al pari dei piccoli paesi, la rete è e può diventare sempre più comunità viva e luogo di sperimentazione.

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