Mastro Titta, il boia di Roma che terrorizzò Lord Byron

Nel 1817 il poeta inglese, in visita nella Città Eterna, rimaste profondamente turbato dall’esecuzione di tre ladri. Il protagonista era Mastro Titta, ancora oggi figura leggendaria della città. Tra impiccaggioni e teste tagliate, in 68 anni di carriera giustiziò oltre 500 condannati a morte

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2 Settembre Set 2017 0830 02 settembre 2017 2 Settembre 2017 - 08:30

I primi due uomini salgono sul patibolo con calma, mascherando la propria paura. Il terzo non ce la fa. Appena vede la lama si fa prendere dal terrore, si dimena, si rifiuta di infilare la testa nella ghigliottina. Urla così forte che il prete è costretto a recitare le preghiere a voce più alta, per coprire le grida del disgraziato. Tutto intorno, il classico panorama delle esecuzioni capitali nella Roma del primo Ottocento. «Compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e la sua insegna, il patibolo, i soldati, la lenta processione, il rumore rapido e il pesante cadere della lama. Lo schizzo del sangue e l’orrore delle teste esposte». La descrizione è di Lord Byron, che resta fortemente turbato dallo spettacolo. Arrivato a Roma solo pochi giorni prima, il poeta inglese ha deciso di assistere a uno dei rituali più antichi e partecipati della città. Ma nella lettera che poco dopo invierà all’amico John Murrey, rivela di aver fatto un errore. Profondamente colpito dalle decapitazioni e dall’agonia dei condannati a morte.

È il 19 maggio 1817, esattamente due secoli fa. L’anonimo protagonista della scena è Mastro Titta, il boia di Roma. Lord Byron non lo conosce, eppure è uno dei personaggi più temuti dal popolo. Ancora oggi una figura centrale nelle leggende della Città Eterna. In quasi settant’anni di attività, Mastro Titta prende parte a 516 esecuzioni. Le annota con meticolosa precisione in un taccuino. E proprio grazie a quelle pagine oggi si può conoscere l’identità dei tre sfortunati descritti da Lord Byron. Si chiamavano Giovan Francesco Trani, Felice Rocchi e Felice De Simoni. Decapitati a Piazza del Popolo dopo essere stati condannati da un tribunale pontificio “per omicidi e grassazioni”. Oggi si direbbe per rapina a mano armata.

Mastro Titta esegue le condanne a morte, con grande perizia ma senza trasporto. Nei racconti romani è spesso descritto come un bonaccione, il viso paffuto e sereno. Sempre pronto a offrire ai condannati un bicchiere di vino o una presa di tabacco, ultimo omaggio della vita terrena. Nelle cronache velate di anticlericalismo il boia appare più cinico, spietato esecutore delle condanne a morte papaline. Di certo il popolo romano è affascinato e impaurito dalla sua figura. Giovanni Battista Bugatti, questo il suo vero nome, abita nel rione Borgo, a pochi passi dal Vaticano. Ma in assenza di condanne da eseguire, non può attraversare il Tevere per raggiungere il centro di Roma, pena la sua incolumità. Si teme che possa essere linciato. I bambini lo prendono in giro per esorcizzare lo spavento. «Sega, sega, Mastro Titta / ’na pagnotta e ’na sarciccia / una a mme, una a tte, una a mmàmmeta che sso’ ttre».

Spettacoli macabri e violenti, a Roma le esecuzioni sono uno dei rituali più partecipati dal popolo. Quando qualcuno viene decapitato le piazze sono sempre piene. È uno spettacolo per grandi e per piccini. Anzi, la tradizione vuole che siano proprio i più piccoli a dover assistere. E una volta morto il condannato ricevono un ceffone dal padre, che serva di lezione per rigare dritto

Spettacoli macabri e violenti, a Roma le esecuzioni sono uno dei rituali più partecipati dal popolo. Quando qualcuno viene decapitato le piazze sono sempre piene. La cerimonia segue un rituale preciso: prima di uscire dalla prigione il condannato deve confessarsi. Le mani legate, viene accompagnato nella chiesa più vicina per raccomandare l’anima al Cielo. Fino al patibolo si crea quasi sempre un lungo corteo: frati incappucciati che pregano, soldati, cavalli, ceri, bambini e curiosi che si assiepano lungo il tragitto. Nella Città Eterna sono diversi i luoghi scelti per ospitare le esecuzioni: vicino a Ponte S.Angelo e dalle parti di Campo de’ fiori. A piazza del Popolo e davanti alla cinquecentesca chiesa di San Giovanni Decollato. È uno spettacolo per grandi e per piccini. Anzi, la tradizione vuole che siano proprio i più piccoli a dover assistere alle esecuzioni capitali. E una volta morto il condannato ricevono un ceffone dal padre, che serva di lezione per rigare dritto.

Nel caso delle decapitazioni, la testa del poveraccio viene presa per i capelli da Mastro Titta e mostrata ai quattro angoli del patibolo. Infine, infilata su una picca. A quel punto non è raro vedere appassionati giocatori di lotto contare gli schizzi di sangue rimasti a terra, auspicio di vincite. Un altro autore britannico racconta nel dettaglio l’orrore di un’esecuzione romana. È il 1844 quando Charles Dickens arriva in città durante il tradizionale grand tour. A via dei Cerchi l’autore di Oliver Twist assiste alla decapitazione di un giovane. Di solito i condannati a morte non vengono giustiziati durante il periodo di Pasqua, ma stavolta i giudici hanno fatto un’eccezione per la gravità del delitto commesso. Il ragazzo si chiama Giovanni Vagnarelli, ha derubato e ucciso una pellegrina straniera in arrivo a Roma. La sfortunata è stata aggredita in aperta campagna dalle parti di tomba di Nerone, lungo la Cassia (dove oggi sorge un moderno quartiere residenziale). Il racconto di Dickens è ricco di macabri dettagli. Il condannato, pallido in viso, sale sulla forca a piedi scalzi. La camicia tagliata all’altezza del collo. Inizialmente rifiuta di confessarsi, per questo l’esecuzione tarda di alcune ore. Al termine, la violenza della scena lascia il visitatore a bocca aperta: «Uno spettacolo brutto, sporco, ributtante», scrive Dickens.

Ancora una volta sul patibolo c’è Mastro Titta. In cambio dei suoi numerosi servizi, il Papa lo ricompensa con vitto, alloggio, un piccolo stipendio. E un vitalizio. Quando nel 1864 il boia si ritira per sopraggiunti limiti di età, potrà contare su trenta scudi al mese, somma che riscuote fino al giorno della sua morte, nel 1869. L’abitazione che gli è stata donata dal Pontefice è in vicolo del Campanile, a pochi passi da San Pietro. La stradina oggi affaccia su via della Conciliazione - proprio dietro la chiesa di Santa Maria in Transpontina - ma all’epoca faceva angolo con gli edifici della spina di Borgo. Nella vita di tutti i giorni il boia ha una seconda occupazione, l’ombrellaio. Ma dato il gran numero di condanne a morte ha poco tempo per dedicarsi a questa attività. Scarpe lucide e grande mantello porpora sulle spalle, Mastro Titta non sale mai sul patibolo senza prima essersi confessato.

Impiccagioni, mazzolamenti, decapitazioni. Per i reati più gravi è previsto persino lo squartamento, che avviene dopo la morte del condannato. In sessantotto anni di carriera, il boia di Roma non si ferma un attimo. La prima esecuzione di Mastro Titta avviene a Foligno, il 22 marzo 1796. Il boia ha solo 17 anni quando impicca e squarta Nicola Gentilucci, colpevole di aver ucciso alcuni religiosi. Le ultime risalgono al 17 agosto 1864 a Roma

Impiccagioni, mazzolamenti, decapitazioni: sono i tribunali a stabilire la modalità delle esecuzioni. Per i reati più gravi è previsto persino lo squartamento, che avviene dopo la morte del condannato. In sessantotto anni di carriera il boia di Roma non si ferma un attimo. È costretto a sospendere il lavoro solo pochi mesi durante il 1849. A quell’epoca la Repubblica romana ha abolito la pena di morte, rapidamente ristabilita con il ritorno di Pio IX. Un’altra novità riguarda le decapitazioni. Durante i primi anni di attività, Mastro Titta taglia le teste dei condannati con una grande ascia. Strumento che un certo punto sarà sostituito dalla ghigliottina, invenzione in arrivo dalla Francia. Nel 1834 un sonetto di Giuseppe Giocchino Belli racconta l’introduzione della nuova pratica:

Disce ch’er monno è bbello perch’è vvario.
Pe sta ragione io vorze una matina
annammene a vvedé la quajjottina
ch’è ssuccessa a la crosce del Carvario.

Trovai ggià pronto er boja cor vicario,
e sse stava pe ddà la tajjatina:
quanno ecco un frate co ttanta de schina
che mme viè a rripparà ccome un zipario.

«Padre», dico, «levateve d’avanti…»
ma in quer frattempo, tzà, sse sente un bòtto
che ffa ddà uno strilletto a tutti quanti.

Me slongo, e vvedo ggià ffinito er gioco.
Bbravi! Ma un’artra vorta io me ne fotto
d’annamme a scommidà ppe ttanto poco.

Non solo Roma, però. Mastro Titta gira tutto il territorio pontificio. Sui registri dell’epoca si trovano esecuzioni a Civitavecchia e Orvieto, Frosinone e Perugia… La prima condanna a morte della sua carriera avviene a Foligno, il 22 marzo 1796. Il boia ha solo 17 anni quando impicca e squarta Nicola Gentilucci, colpevole di aver ucciso alcuni religiosi. Le ultime risalgono al 17 agosto 1864, quando giustizia a Roma gli assassini Antonio Olietti e Domenico Demartini. Gli anni della vecchiaia Mastro Titta li dedica ai suoi giovani aiutanti, a cui insegna i segreti del mestiere. Poi arriva la morte. E secondo le leggende romane, il tormentato riposo. Tanto che ancora oggi, così si dice, il suo fantasma si aggira dalle parti di Castel Sant’Angelo offrendo una presa di tabacco agli spaventati testimoni.

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