Paesi islamici, ecco perché l’oppressione femminile non c’entra niente col velo

I dati sulla condizione femminile nei paesi islamici riservano diverse sorprese. L’elemento determinante non è quello religioso, e i burqa e i chador contano poco

Burqa
2 Settembre Set 2017 0830 02 settembre 2017 2 Settembre 2017 - 08:30

Se avessimo un reale interesse per il mondo islamico e i suoi problemi, così spesso intrecciati con i nostri, avremmo discusso una notizia che è invece passata sotto silenzio. Beji Caid Essebsi, presidente della Tunisia, aveva chiesto la formazione di una commissione di giuristi, maschi e femmine, per discutere la sua proposta di riforma del diritto testamentario, tesa a garantire alle donne gli stessi diritti previsti per gli uomini. Il discorso del Presidente cadeva nella Giornata nazionale della donna ed Essebsi aveva anche chiesto che venisse emendata la norma del 1973 che vieta il matrimonio tra una donna tunisina e uno straniero non musulmano.

Sulle idee di Essersi è intervenuto a gamba tesa Ahmed al-Tayeb, grande imam della moschea di Al-Azhar, al Cairo, la massima autorità religiosa dell’islam sunnita. L’imam ha detto: “I testi islamici, compresi i versetti del Sacro Corano sul tema dell’eredità, sono disposizioni fisse. Al-Azhar respinge qualunque tentativo di cambiarle”. Per aggiungere che “l’interpretazione dei testi sacri è responsabilità esclusiva dei teologi che hanno studiato la Sharia”. A seguire, non per colpa dell’imam, sui giornali e i siti egiziani un profluvio di insulti e minacce all’indirizzo di Essebsi e del Governo tunisino. Al-Tayeb è il religioso che ha invitato papa Francesco ad Al-Azhar e che, ricevendolo, aveva espresso il desiderio di collaborare con lui per diffondere “la filosofia della vita quotidiana, del dialogo e del rispetto per le diverse convinzioni”. Eppure…

La polemica ha riportato alla luce una lunga serie di quei temi che da alcuni decenni sembrano decisivi nel rendere quello tra il mondo islamico e l’Occidente un dialogo tra sordi: il ruolo delle donne (oppresse nell’islam, liberate da noi), il potere degli esponenti religiosi e soprattutto la relazione tra religione e politica. Da “noi”, ciò che è di Cesare resta di Cesare e ciò che è di Dio resta di Dio. Da “loro” ciò che è di Dio è l’unica cosa che conta. Da lì a teorizzare che il Corano è malefico e lo “scontro di civiltà” inevitabile, il passo è breve.

La polemica ha riportato alla luce una lunga serie di quei temi che da alcuni decenni sembrano decisivi nel rendere quello tra il mondo islamico e l’Occidente un dialogo tra sordi: il ruolo delle donne

Ma siamo sicuri che nelle questioni sollevate da Essebsi la religione c’entri così tanto? E che non sia, invece, un problema dell’economia e della politica? Al posto di osservare al microscopio la sovrastruttura (il chador, il burkini, e così via), non sarebbe meglio dare un’altra occhiata alla struttura?

Prendiamo la Tunisia stessa. Paese musulmano, e sunnita al 99,1%. Governato, fino a poco tempo fa, dal partito islamista Ennahda. Non solo: con soli 11 milioni di abitanti, il singolo Paese da cui è partito per unirsi all’Isis e ad altri gruppi il maggior numero di foreign fighters, circa 7 mila secondo l’Onu, per esempio molti più di quelli originari della Turchia, che di abitanti ne ha 70 milioni. Eppure la Tunisia è anche il Paese che nel 1956 approvò un Codice per abolire la poligamia, bandire il ripudio della sposa, promuovere il divorzio con sentenza di tribunale e incentivare la scolarizzazione delle ragazze, oltre a dettare nuove regole sui diritti ereditari e la custodia dei figli. Oggi le donne tunisine sono il 60% del personale sanitario, il 35% degli ingegneri, il 41% dei magistrati, il 43% degli avvocati e dei paralegali, e il 60% degli insegnanti. E la religione?

Il Medio Oriente e il Nord Africa a larghissima prevalenza islamica sono pieni di contraddizioni di questo genere. Nel 2015, il Global Gender Gap Report del World Economic Forum ha notato che 13 dei 15 Paesi che hanno il più basso tasso d’impiego delle donne si trovano appunto in quelle regioni, con lo Yemen in fondo alla classifica.

Però da molti anni succede anche che il numero delle donne che escono con una laurea dall’Università è pari o superiore a quello dei maschi. Che le donne impegnate nella ricerca scientifica sono più numerose nei Paesi arabi (40% del totale dei ricercatori) che negli Usa o nell’Europa occidentale (32%, dati Unesco). Che in tutti i Paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, le ragazze hanno in Matematica risultati molto migliori dei loro colleghi maschi. Dati che fanno a cazzotti con gli esiti della ricerca Connected Women 2015, secondo cui quasi una donna araba su due non possiede un telefono cellulare e nell’Africa del Nord due utenti su tre di Internet sono uomini.

La religione e l’anima contano, ovvio. Ma sottovalutare il peso della politica e dello stomaco porta a inseguire fantasmi che evaporano alla luce dell’alba. O della prima crisi economica

Ma di nuovo: che c’entra la religione? È per la fede che, a dispetto delle convinzioni nostre e loro, la ricerca di Entrepreneur Middle East nel 2015 scopriva che secondo il 56% delle donne al lavoro fuori casa la questione del genere era del tutto ininfluente sull’assegnazione del lavoro e degli incarichi? O è per la fede che in Qatar le donne formano il 63% della popolazione universitaria e solo il 12% della forza lavoro? Non è più ragionevole, e laico, pensare che ci sia sotto anche qualcos’altro?

Ho conosciuto un prete-giornalista di genio che aveva coniato una battuta fulminante: non è la gonna lunga che fa la donna onesta. Allo stesso modo, non è il chador che fa la donna disoccupata. Guardiamo quel che succede ora in Arabia Saudita, il più conservatore dei Paesi islamici. Con 31 milioni di abitanti e un’economia dipendente dal petrolio (che da solo costituisce il 50% del Pil e l’85% dei ricavi delle esportazioni), si trova di colpo ad affrontare il crollo del prezzo del greggio e un deficit di bilancio di 65 miliardi di dollari nel 2016 e di circa 60 per il 2017. Come ha reagito la culla del wahabismo, la monarchia in cui le donne non possono nemmeno guidare l’auto e hanno ottenuto un parziale diritto di voto solo nel 2015? Ha varato un piano, pomposamente chiamato Saudi Vision 2030 , che tra le altre cose prevede di portare il tasso d’impiego delle donne dall’attuale 22% al 30% e che, nel frattempo, autorizza le donne a lavorare nelle farmacie, nelle erboristerie e nei negozi di ottica dei centri commerciali. E gli imam sono stati zitti.

Bill Clinton arrivò alla Casa Bianca, nel 1993, sull’onda dello slogan inventato da James Corville, lo stratega della sua campagna elettorale: è l’economia, stupido! E ciò vale anche per il mondo islamico. La religione e l’anima contano, ovvio. Ma sottovalutare il peso della politica e dello stomaco porta a inseguire fantasmi che evaporano alla luce dell’alba. O della prima crisi economica.

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