Gli Euro non si possono falsificare? Merito di una piccola impresa italiana

La Pantanetti di Civitanova Marche è un simbolo di come le piccole imprese possono agganciarsi alla domanda internazionale. Vale per la produzione di scarpe come per quella di banconote. Dove la Pmi marchigiana ha un brevetto per garantire la sicurezza degli ologrammi

20 Euro

DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images

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4 Settembre Set 2017 1530 04 settembre 2017 4 Settembre 2017 - 15:30
Messe Frankfurt
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Pochi lo sanno, ma le banconote da 20 euro hanno un buco. Sulla faccia con la cartina dell’Europa in alto a sinistra c’è una sorta di cuspide, con l’ologramma di una testa di donna, ossia della mitologica Europa. Quella figura non è appiccicata sopra la carta ma copre un buco. A garantire sul corretto posizionamento della figura ci pensa un brevetto deteneuto da una microimpresa di Civitanova Marche, la Elettromeccanica Pantanetti. La quale realizza anche le apparecchiature per controllare le variabili di larghezza e lunghezza, nonché la presenza dei fili di sicurezza, sempre collaborando con le blasonate Cartiere Miliani di Fabriano, attive dal Settecento.

Una premessa: questa non è una storia per dire che piccolo è bello. È però una storia per raccontare come una piccola impresa possa agganciarsi, grazie alla tecnologia, alle catene del valore globale. È un discorso che vale per l’oggi, ai tempi della Industria 4.0, ma che per certi versi è sempre stato vero. Uno dei tanti temi di cui si parlerà nel Forum Meccatronica che si terrà il 26 settembre ad Ancona, organizzato da Messe Frankfurt.

Il ruolo determinante dell’innovazione tecnologica si capisce appena ci si siede di fronte alla scrivania di Franco Pantanetti, titolare con il fratello Sauro di una società che nasce per riparare macchine elettriche, allestire quadri di distribuzione e predisporre cabine di trasformazione. A vederla da fuori è una ditta che sarebbe facile associare alla deindustrializzazione che ha colpito pesantemente le Marche nell’ultimo decennio: 11 dipendenti, un fatturato da microimpresa (circa 1,5 milioni di euro), bottega sotto la casa del titolare. Basta sedersi qualche minuto alla scrivania, però, per capire che la piccola società ha capito molto presto che la tecnologia può (anzi deve) far la differenza tra chi affonda e chi riesce a navigare nelle acque difficili della globalizzazione. I racconti di Franco sono quelli di una storia familiare. Il nonno materno, sarto, grazie ai consigli di un cugino impara a riavvolgere i motori a Milano e fonda la prima impresa. Il padre Luigi, arrivato in fabbrica garzone, si innamora della figlia del padrone. E i due fratelli, alla morte improvvisa del padre Luigi, nel 1978, sono tra i primi nella zona applicare il Plc nella zona. Il “Programmable Logic Control” cambia la vita a chi fa il loro mestiere. «Prima ci si accecava», dice Franco Pantanetti. Ma soprattutto prima si avevano sistemi rigidissimi, poi sistemi sempre più flessibili per programmare le macchine. «Pur piccolissimi, abbiamo sempre seguito l’evoluzione tecnologica». L’investimento paga, prima con una collaborazione di lunghissima data con la Siemens (a oggi il principale partner) e Abb e poi con le Cartiere Miliani di Fabriano (oggi gruppo Fedrigoni). Fabriano è un posto dove la carta si produce dal Tredicesimo secolo e che, se non può rivendicare l’invenzione delle banconote (primato cinese) può farlo per la collatura con gelatina animale ricavata da carniccio ovino (poi sostituita con colla vegetale) e con l'invenzione del segno evolutosi poi nella filigrana. La Pantanetti accompagna le Cartieri Miliani nelle loro aperture di stabilimenti in giro per il mondo, dall’Ucraina alla Russia alla Cina. La collaborazione con il gruppo riguarda diversi settori del loro ciclo produttivo (non solo banconote, quindi), dalla produzione al confezionamento.

Da sinistra Daniele, Franco e Sauro Pantanetti

Questa non è una storia per dire che piccolo è bello. È però una storia per raccontare come una piccola impresa possa agganciarsi, grazie alla tecnologia, alle catene del valore globale. È un discorso che vale per l’oggi, ai tempi della Industria 4.0, ma che per certi versi è sempre stato vero

Oggi tra la collaborazioni più suggestive c’è quella con Comau (gruppo Fca), sul fronte dei robot industriali. La scommessa, raccolta nel lontano 1999, è che anche le piccole imprese potessero installare i robot. Oggi questo scenario è una realtà e i bracci meccanici, che spesso costano poche decine di migliaia di euro, sono la quotidianità di imprese minuscole. «Abbiamo da poco installato dei robot in un’azienda e siamo contenti nel vedere che i due operai, che prima si spaccavano la schiena caricando ogni minuto un pacco da 25 chilogrammi, non sono stati licenziati», dice Pantanetti.

Per il titolare della società, avviata l’anno prossimo a festeggiare 60 anni di attività, l’industria 4.0 è cominciata molti anni prima che sulle tecnologie della sensoristica e del controllo a distanza fosse messa l’etichetta tanto di moda. Oggi la società rientra nel processo di e-meccatronica, l’unione dell’IT alla tradizionale ibridazione di meccanica ed elettronica. Con questo bagaglio, i suoi installatori girano letteralmente in tutto il mondo, occupandosi soprattutto di assemblare e installare apparecchiature (formando il personale in loco) per la produzione di fondi di scarpe, una delle due fonti di ricchezza delle manifattura marchigiana (l’altra, gli elettrodomestici bianchi, sono invece in crisi profondissima). Ogni anno due-tre ragazzi arrivano a fare alternanza scuola-lavoro dall’I.T.I. Montani di Fermo, un’istituzione riconosciuta nel settore.

Questo non vuol dire che le dimensioni non contino e Pantanetti è il primo a riconoscerlo: «Giriamo il mondo, ma essendo piccolissimi siamo subfornitori», vale a dire che il grosso dei contratti rimane ai grandi. Né le reti di impresa sono una soluzione perché, aggiunge, «le due esperienze che abbiamo avuto sono state fallimentari. Nessuno è responsabile del loro funzionamento, a volte si ha l’impressione che vengano create solo per prendere i finanziamenti pubblici». Di certo è difficile fare un quadro idilliaco di una regione in cui la crisi ha colpito durissimo il manifatturiero. «Tutti si lamentano ma va anche detto che, se tre-quattro anni fa c’è stato un grande taglio di aziende, oggi chi è rimasto in piedi si difende. Il vero problema è che di nuove fabbriche non se ne aprono e che di solo turismo, a mio parere, non si può vivere».

La scommessa, raccolta nel lontano 1999, è che anche le piccole imprese potessero installare i robot. Oggi è una realtà e i bracci meccanici, che spesso costano poche decine di migliaia di euro, sono quotidianità di imprese minuscole

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