Gli stupratori di Rimini, i frutti malati (e occidentali) dell’integrazione perfetta

Venivano dalla provincia-modello, erano inseriti in percorsi di integrazione da manuale, giravano in compagnie miste, non avevano situazioni di indigenza estrema alle spalle. Ecco perché la vicenda delle violenze sulla Riviera Romagnola racconta che la realtà è più complessa dei nostri luoghi comuni

Guerlin Butungu

Foto tratta dal profilo Facebook di Guerlin Butungu

Foto tratta dal profilo Facebook di Guerlin Butungu

4 Settembre Set 2017 0830 04 settembre 2017 4 Settembre 2017 - 08:30

Rimettete nel cassetto i luoghi comuni su religione e cultura, deponete le armi dello scontro di civiltà. E già che ci siete, fate a pezzi pure gli alibi della segregazione razziale e della povertà. Perché i quattro stupratori di Rimini ritratti dal racconto delle tre amiche - le “tre civette sul comò” come le chiama Brunella Giovara su Repubblica nel suo riuscito reportage - non c’entra nulla coi cliché sui giovani immigrati che abbiamo in testa.

Non parliamo di metropoli e di banlieue innanzitutto. I quattro ragazzi - i due fratelli marocchini, il nigeriano e il ventenne congolese Guerlin Butungu vivevano tra Vallefoglia e Pesaro, piccola provincia di quella che il sociologo americano Robert Putnam chiamava l’Italia delle virtù civiche, ricca di capitale sociale, perfetta per includere il migrante, per combattere il disagio. Pesaro, per altro, è pure una di quelle città-modello per l’accoglienza de richiedenti asilo, qual era Butungu: volontariato obbligatorio, corsi di formazione, protocolli con cooperative, cene e caffè a casa dei pesaresi per raccontare storie di guerre e migrazione.

Non parliamo nemmeno di un gruppo di emarginati. I quattro ragazzi facevano parte di una compagnia mista di una trentina di persone: «Ci sono marocchini, albanesi, e cinque italiani. Che si fa? Si prende il tram e si va a Pesaro, a divertirci, perché qui non c'è niente», raccontano le ragazze. A Pesaro, sulle panchine di fronte alla stazione. Con le felpe e il cappellino all'incontrario, i jeans, le magliette tutte uguali. Adolescenti, molti dei quali - i marocchini, soprattutto - figli di famiglie che si conoscono, si frequentano, si aiutano. Sono loro, le famiglie marocchine, a emarginare la famiglia dei fratelli M e K, semmai: «un po' pericolosa, nessuno dei nostri genitori li frequenta più», raccontano le ragazze.

E non parliamo di religione, che non entra mai nel racconto dei quattro, se non per la strana - e non confermata - voce secondo cui Butungu frequentasse i Testimoni di Geova. Nessun radicalismo, nessuna islamizzazione: alla banda dei quattro piaceva divertirsi, piacevano le firme, piaceva l’Occidente, piacevano culi, tette e sesso

Non parliamo nemmeno di povertà, o almeno non di situazioni al limite. Le ragazze raccontano di L., il nigeriano, cui «la famiglia comprava tutto, stanno molto bene, gli hanno regalato l'iPhone». O dei due fratelli marocchini che giravano sempre con vestiti firmati, « Nike, Adidas, Vans, Converse, roba che costa». Abiti costosi come quello che indossava anche Butungu, che avevano insospettito i responsabili dell’associazione che l’aveva dapprima fatto studiare da cameriere e poi inserito in un percorso di tirocinio in un ristorante di Fano.

E non parliamo di religione, che non entra mai nel racconto dei quattro, se non per la strana - e non confermata - voce secondo cui Butungu frequentasse i Testimoni di Geova. Nessun radicalismo, nessuna islamizzazione: alla banda dei quattro piaceva divertirsi, piacevano le firme, piaceva l’Occidente, piacevano culi, tette e sesso: «Quando passava una ragazza le guardava il culo e diceva a noi: quella me la farei», raccontano di K. le tre ragazze, che avevano paura di quella sua ossessione e che tenevano lontane le amiche da lui.

Potete leggerla come volete, questa storia. Come la prova che anche nel migliore dei casi, l’integrazione degli stranieri - soprattutto se sono troppi - produce anomia, deviazioni, frutti malati. O, al contrario, come la triste eccezione che comunque non macchia un modello d’integrazione che ha pochi eguali in Europa. Di certo, non potete leggerla con le lenti dello scontro di civiltà, dell’irriducibilità dei migranti ai valori occidentali, né con quelli della società che non ha fatto abbastanza. Ce n’è fin troppo di Occidente, in quei ragazzi, dal consumismo e all’erotomania. E c’è fin troppa integrazione, fin troppa cristiana accondiscendenza verso i loro comportamenti borderline. Abbastanza per complicare le cose, non fossero già abbastanza complicate di loro.

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