Elezioni siciliane, il caos regna sovrano per tutti (tranne che per Berlusconi)

I Cinque Stelle divisi e con la grana Roma, il Pd che continua a ripetere gli stessi errori, la sinistra che (toh!) si divide. E il Cav. se la gode

Silvio Berlusconi

TIZIANA FABI / AFP

TIZIANA FABI / AFP

6 Settembre Set 2017 0830 06 settembre 2017 6 Settembre 2017 - 08:30

Se volete capire cosa succederà (o meglio: cosa non succederà) da qui alle prossime elezioni politiche vi basta fare un giro nella Sicilia post vacanziera che si attrezza per la campagna elettorale in vista delle prossime regionali. C’è dentro tutto: il centrodestra che finge di litigare e poi fa comunella un secondo prima del voto pronto per passare all’incasso, il Movimento 5 Stelle terrorizzato dall’eventualità di governare, il PD che non riesce a rompere il suo fidanzamento (nemmeno troppo) clandestino con Angelino Alfano e i suo (peggiori) colonnelli, la sinistra che rischia comunque di dividersi e tutto intorno, anzi sotto, una regione che si aspetterebbe di essere governata, che so, di ascoltare un programma, di non rimanere sepolta dalle ceneri di uno scontro che ai siciliani interessa poco, pochissimo.

A destra Silvio Berlusconi confeziona un capolavoro: dopo mesi passati a logorare Salvini (che si era convinto di logorare Silvio) lasciandolo rosolare tra le sue “castrazioni chimiche”, le spinte “no euro” e il complottismo sulle “sostituzioni della razza” il leader di Forza Italia (appena uscito da un restyling personale e pronto a un’identica operazione per il suo partito, come al solito) è riuscito a imporsi subito come padre nobile del ticket Musumeci-Armao e del centrodestra finalmente unito. Sbaglia chi crede che un Musumeci candidato dopo essere stato proposto da Fratelli d’Italia e Lega garantirà un ruolo da protagonista ai due leader Meloni e Salvini: Berlusconi è l’anziano signore potente nel quartiere a cui basta appoggiare la propria mano sulla spalla di qualcuno per trasformarlo in delfino personale. E accadrà anche questa volta. Di rimando, sicuro, c’è l’insofferenza degli elettori salviniani e meloniani, quelli sovreccitati dalla declamata “tolleranza zero” che sconfina nella destrosità più spinta, nel vedersi sottomessi alla stessa alleanza degli ultimi 20 anni. Con gli stessi equilibri. Checché ne dica Salvini. Le guerre del resto, nel centrodestra lo sanno bene, si fanno per non annoiare i propri elettori; al primo suono di campanella per un’elezione qualsiasi si torna tutti a cuccia.

Il Movimento 5 Stelle, da parte sua, confeziona un tour elettorale a misura di social network: foto, video, comizi à la page e l’immane sforzo di sembrare “gente qualunque” che risulta finto come i vecchi depliant della Postalmarket. Nonostante il trio Di Battista-Di Maio-Cancellieri abbia attraversato la Sicilia in lungo e in largo come una solida compagnia da musical il futuro del Movimento 5 Stelle (e dei suoi risultati politici) sta a Roma: è Viriginia Raggi (e la sua giunta) ad avere in mano le sorti del movimento. Grillo e Casaleggio lo sanno bene. Fin troppo bene. La “prova di governo” non sta nel “programma a 5 Stelle” e nemmeno nei bug della piattaforma online: il cul de sac è la Capitale. In più c’è da gestire la spaccatura tra Di Maio e Roberto Fico che si è allargata nelle ultime settimane: nonostante il refrain del “destra e sinistra pari sono” all’interno del Movimento 5 Stelle c’è una componente elettorale troppo variegata per non scontrarsi su alcune questioni (immigrazione in testa) e tenere tutti insieme sull’onda dell’indignazione è un esercizio sempre più faticoso. La Sicilia, in tutte questo, è lo sfondo di scena.

A destra Silvio Berlusconi confeziona un capolavoro: dopo mesi passati a logorare Salvini (che si era convinto di logorare Silvio) lasciandolo rosolare tra le sue “castrazioni chimiche”, le spinte “no euro” e il complottismo sulle “sostituzioni della razza” il leader di Forza Italia è riuscito a imporsi subito come padre nobile del ticket Musumeci-Armao e del centrodestra finalmente unito

Poi c’è il Partito Democratico. E in Sicilia, da sempre, il Partito Democratico ha avuto il laboratorio dei suoi esperimenti peggiori. Chi si stupisce dell’alleanza tra Renzi e Alfano nell’isola siciliana è forse uno degli ultimi reduci diessini rimasto ancora nel partito: se è vero che Matteo Renzi ha deliberatamente voluto un Pd liquido (o liquefatto, dipende dall’angolo di osservazione) e altresì vero che una certa varietà di colonnelli sul territorio sono indispensabili per affrontare le prossime regionali in modo strutturato e il partito degli alfaniani è universalmente riconosciuto come la più grande fucina di dirigenti locali, nonostante continuino a languire gli elettori. Ma va bene. Il capolavoro del Pd riesce a contenere più o meno tutti gli errori degli ultimi anni: si candida come rinnovamento rispetto a se stesso buttando nel secchio dell’umido il presidente Crocetta (come avvenuto a Roma per Marino), convinto che basti un uomo nuovo (spruzzato di un po’ di civismo alla maniera di quell’arancione ormai sbiadito dei tempi passati) per non essere riconosciuto come il partito al governo della Sicilia negli ultimi 5 anni; firma l’accordo elettorale con Alfano dopo averlo sputato come “irrilevante” fino a qualche settimana fa, convinto che funzioni la faccia trasognata di Angelino come “argine al populismo”; riprende la vecchia solfa del ”voto utile” nonostante i sondaggi indichino al massimo una magra terza posizione; accusano Mdp, Possibile e Sinistra Italiana di “rompere il centrosinistra” mentre banchettano con Alternativa Popolare e tutti gli ex berlusconiani dell’isola e in più cercano sponda in Pisapia alla disperata ricerca di un feticcio di sinistra da appendere alla divisa. Beh, buona fortuna.

Pisapia. Ah, Pisapia. Dopo giorni passati a ripetere mai con Alfano (e quindi, per una banale equazione mai con chi sta con Alfano quindi anche il PD siciliano) proprio ieri ha cambiato idea (e poi l’ha ricambiata nell’arco di qualche ora) dicendo che non condivide il progetto di MDP in Sicilia e che “c'è da chiarire se rivive il progetto originario di una coalizione di centrosinistra che sfidi il Pd ma che sia di centrosinistra”. Un frase che così sembra qualcosa di vicino a una supercazzola. Per dire.

Infine c’è la sinistra. Che a vederla così verrebbe da dire che sia facile facile riuscire ad unirsi intorno a un candidato per testare in Sicilia il futuro livello nazionale. Il nome di Fava (nonostante non sia certo una ventata di novità) è rispettabile per storia personale e per i valori che incarna. Così come il nome di Navarra suscita, negli ambienti di sinistra siciliani, stima e credibilità. Mentre gli altri si incartano già per conto loro verrebbe da scrivere e pensare che non ci dovrebbero essere problemi nell’immaginare una candidatura (o meglio ancora un ticket) che tenga insieme tutti, convinti di un ottimo risultato. E invece. E invece alla fine sembrava tutto fatto per puntare su Fava come candidato unitario a sinistra. Poi ieri anche Fava ha dichiarato che nel caso in cui Alfano uscisse dalla coalizione sarebbe pronto a correre per le primarie. Con il Pd. E quindi? Che ve lo scrivo a fare.

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