Giovani, non cascateci: vi vogliono fuori dall'Italia perché hanno paura di voi

Anche Ilvo Diamanti scrive che per i giovani è meglio andarsene dall’Italia. Un tema che torna periodicamente e che fa venire un sospetto: che i vecchi non vedano l’ora di levarsi i giovani dalle scatole

Giovane Vecchio
6 Settembre Set 2017 0830 06 settembre 2017 6 Settembre 2017 - 08:30

Ci deve essere un complesso profondo, qualcosa di segreto e di innominabile nella psicologia delle élites italiane che periodicamente, con varietà di toni e argomentazioni, sentono l’esigenza di rivolgersi ai giovani per dire: andatevene, non c’è più speranza.

L’ultimo è stato Ilvo Diamanti, che è professore universitario oltreché apprezzatissimo politologo da prima pagina. “Ragazzi, non tornate” dice al termine di una lunga analisi sulla nuova emigrazione. “Restate altrove. Fuori dal nostro, vostro Paese”. Almeno “fino a quando il nostro, vostro Paese si accorgerà di voi”.
Ma come? Sei uno dei primi influencer della carta stampata. Presidente dell’Isia di Urbino. Membro di Commissione Parlamentare. Ricercatore e saggista. Tutto qui quel che sai dire ai ragazzi? Niente da aggiungere riguardo agli altri, agli adulti, a quelli che hanno determinato questa situazione, all’impresa che paga poco, alla politica sempre in ritardo, e anche al mondo accademico dove il rinnovamento dei quadri ormai richiede ere geologiche?

Niente da aggiungere riguardo agli altri, agli adulti, a quelli che hanno determinato questa situazione, all’impresa che paga poco, alla politica sempre in ritardo, e anche al mondo accademico dove il rinnovamento dei quadri ormai richiede ere geologiche?

Questa idea che i giovani, alla fin fine, “stiano meglio fuori” è radicata da un decennio nell’intellighenzia italiana. La squadernò forse per primo Pier Luigi Celli, in una lettera aperta a suo figlio, sempre su Repubblica, nel 2009: “Prendi la strada dell’estero”, diceva al primogenito appena laureato, l’Italia “è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse e un centesimo di una velina o di un tronista”. Pure Celli non era uno qualsiasi: dirigeva la Luiss, aveva diretto la Rai, era stato presidente dell’Enit. “Se deve andarsene suo figlio, figuriamoci il mio” si disse l’italiano medio con smarrito scoramento, cominciando a informarsi sui costi delle case a Londra (poi il figlio di Celli, bravo ingegnere, finì in Ferrari: ma questa è un’altra storia).

Qualche tempo dopo arrivò lo “Iatevenne” di Roberto Saviano, altrettanto sconsolato: “Pensando al Paese reale credo che l’unica strada possibile per i giovani sia emigrare”.

Diventò un tormentone, ripetuto dalle più diverse fonti. Il Nobel per l’Economia Dale Mortensen: “Fate le valige, spostatevi verso le regioni europee che offrono maggiori opportunità”. Il guru della comicità cinica Paolo Villaggio: “Cari giovani, emigrate come avrebbe fatto Fantozzi”. Il mago del Billionaire Fulvio Briatore: “Restano solo quelli che non vogliono farsi il mazzo”. Chiuse il cerchio il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: “Certi è meglio non averli tra i piedi”. Non solo “Andatevene”, insomma, ma anche “restatevene lì che è meglio per tutti”.

Questi vecchi, questi arrivati, questi titolari di posizioni immobili nel feudo di chi ce l’ha fatta, parlano per saggezza o anche, magari inconsapevolmente, per interesse?

Così, tra una dichiarazione e l’altra, in un decennio abbiamo incardinato l’ideologia della fuga, convincendo larga parte del Paese che non ci sia modo di costruirsi una vita decente qui, quasi che fossimo l’Italia morta di fame degli anni ’20 o la Siria demolita dai bombardamenti dell’Isis. Ha funzionato. Carpentieri e laureati in neuroscienze, lavapiatti e bioingegneri, si levano dai piedi appena possono con la stessa, collettiva determinazione. Ma la coralità delle esortazioni con cui le classi dirigenti, da destra e da sinistra, hanno costruito il racconto del “meglio scappare”, del "chi vale se ne va", è tale da suscitare qualche sospetto. Questi vecchi, questi arrivati, questi titolari di posizioni immobili nel feudo di chi ce l’ha fatta, parlano per saggezza o anche, magari inconsapevolmente, per interesse?

Dicono “andatevene” per il bene dei ragazzi o perché non vogliono andarsene loro? E le loro descrizioni di un Paese finito, immobile, senza speranza, sono autentiche oppure sono solo un esorcismo collettivo contro i fantasmi di epoche antiche, quando i giovani restavano, e pretendevano, e rompevano le scatole, e invece di fare le valige magari facevano le molotov?

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