Il messaggio nascosto di Berlusconi: la prossima legislatura sarà più breve di una sosta all’Autogrill

Pd in calo costante, Cinque Stelle zavorrati dal caos romano, centrodestra costretto ad aggrapparsi alle scenette del vecchio Cav: la sceneggiatura perfetta dello stallo istituzionale. Sperando non porti a guai peggiori

Berlusconi
6 Settembre Set 2017 0900 06 settembre 2017 6 Settembre 2017 - 09:00

Tradisce più di un retropensiero il distinguo di Alessandro Di Battista sul limite dei due mandati da parlamentare che il Movimento Cinque Stelle si è imposto più o meno dieci anni fa al primo Vaffanculo Day. E no, per una volta, non sono retropensieri sulla coerenza di Dibba, che pungolato da Peter Gomez - «Ma se la prossima legislatura dura sei mesi e poi si sciolgono le Camere, voi andate a casa?» - dà una risposta di buon senso - «due legislature sono dieci anni» - per quello che ormai, piaccia o meno, è uno dei più importanti leader politici nazionali.

Il retropensiero, semmai, è legato alla premessa. Che ormai è abbastanza probabile che la prossima legislatura durerà sei mesi, il tempo di sciogliere di nuovo le Camere e tornare al voto. Per i tempi della politica, una specie di sosta all'Autogrill come quella di Berlusconi immortalata dalle foto di Chi, tra una campagna elettorale e l'altra. Il tempo di un caffé, e si riparte. I primi sondaggi settembrini certificano che lo stallo, se possibile, è una tendenza sempre più chiara e netta: il Movimento Cinque Stelle è ormai piantato al 28% dei voti, il Pd continua a perderne ed è sceso a 26%. L’unica forza che si avvicina - si fa per dire - alla soglia del 40% che garantirebbe un premio di maggioranza è l’ipotetico listone di centrodestra che tiene assieme Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia che viaggia attorno al 33%. Ah, dimenticavamo: Sinistra Italiana e Articolo 1 sono entrambi di poco sotto al 3%, come Alternativa Popolare di Alfano. Ergo: a meno che non si mettano assieme, tutti a casa.

In termini di seggi, il risultato è che l’unica maggioranza politica possibile, ad oggi, è quella - improbabile, nonostante gli spauracchi - formata da Lega Nord, Movimento Cinque Stelle e Fratelli d’Italia con 337 seggi Mentre la sua nemesi, la grande coalizione tra Forza Italia, Pd e cespugli assortiti, si ferma a 286 seggi, una trentina in meno di quelli che servirebbero per avere una maggioranza parlamentare.

Il bello (o il brutto, vedete voi) è che non ci sono segnali in grado di cambiare questo stato delle cose. Al netto dell’hype sui social network, il Berlusconi che palpeggia le noci di prosciutto al pepe sembra il simulacro vuoto del leader capace di rimonte fuori dal comune, a colpi di tasse abolite e restituite o di spazzolate sulla sedia dell’arcinemico in diretta televisiva. Dubitiamo che la scelta di Antonio Tajani come candidato premier possa smuovere Forza Italia dalle secche del 13% scarso. Così come dubitiamo che la Lega Nord sia destinata a crescere ancora, col diminuire degli sbarchi e dell’emergenza profughi.

In termini di seggi, il risultato è che l’unica maggioranza politica possibile, ad oggi, è quella - improbabile, nonostante gli spauracchi - formata da Lega Nord, Movimento Cinque Stelle e Fratelli d’Italia con 337 seggi Mentre la sua nemesi, la grande coalizione tra Forza Italia, Pd e cespugli assortiti, si ferma a 286 seggi, una trentina in meno di quelli che servirebbero per avere una maggioranza parlamentare

Pure Renzi sembra piantato sui pedali. Nel suo tour estivo alle Feste de L’Unità ha dimostrato di essere rimasto al 5 dicembre, all’analisi della sconfitta, alla fine traumatica del suo governo, alla celebrazione dei suoi mille giorni a Palazzo Chigi, al malcelato rancore verso Bersani, D’Alema e compagnia, strappando più sbadigli che applausi a una platea che fino a pochi mesi fa andava in estasi per l’eterodossia del suo giovane leader. Idee nuove? Zero. Non a caso il Pd continua a perdere voti, nonostante il miglioramento dei dati economici e la (tiepida) popolarità di cui gode il governo Gentiloni.

Viceversa, il caos romano è la principale zavorra del Movimento Cinque Stelle. Che dopo una legislatura passata a dettare l’agenda politica e mediatica, oggi sembra aver perso ogni tocco magico. Di reddito di cittadinanza non se ne parla quasi più, di uscita dall’euro men che meno. La forza che doveva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno oggi è una nebulosa situazionista, che vive di polemiche che durano lo spazio di un giorno. Una vittoria in Sicilia, una campagna scoppiettante per la scelta del candidato premier - Di Maio contro Di Battista? -, e qualche scandalo assortito potrebbero ridare loro il centro della scena. Dubitiamo, ma tant’è.

Risultato? Si va a votare. Si certifica lo stallo. Si danno sei mesi a Gentiloni e ai suoi per sbrigare l’ordinaria amministrazione - si fa per dire, visto che di mezzo c’è il documento di economia e finanza e la legge di bilancio -, si spera che Mario Draghi non decida di far finire il Quantitative Easing proprio nel 2018 e si torna a votare con la medesima legge elettorale, appena il quadro politico - leggi: regolamento di conti interno al Partito Democratico e definitiva uscita di scena di Berlusconi dal centro destra - lo consente, sperando che al secondo giro qualcosa succeda. Dietro quella curva è terra ignota e non solo per i tre mandati Di Battista. Se passate pure voi dall’Autogrill, comprate birra e popcorn. Ce ne sarà bisogno.

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