Gentiloni è il (non) leader perfetto, ma il Pd non l’ha ancora capito

Doveva essere un figurante grigio, schivo e fuori moda che non facesse ombra a Matteo Renzi, e invece Paolo Gentiloni è diventato il leader politico più popolare d’Italia. Una parabola che dice molto di come sta cambiando l’Italia. E che fatica a essere compresa proprio dal Partito Democratico

Paolo Gentiloni

John MACDOUGALL / AFP

John MACDOUGALL / AFP

8 Settembre Set 2017 1104 08 settembre 2017 8 Settembre 2017 - 11:04

Paradossi della politica. Anni passati a esaltare le leadership carismatiche, con una biografia in grado di raccontare una visione del mondo, una capacità comunicativa innovativa e continua in grado di plasmare cornice, dibattito e agenda politica, a cercare i Blair, gli Zapatero, i Sarkozy, i Cameron, gli Obama e ora i Macron, le Le Pen, i Corbyn italiani, ed eccoci qua, con Paolo Gentiloni che è di gran lunga, stando alle mappe di Ilvio Diamanti, il politico più popolare d’Italia. Con un giudizio positivo, o comunque sufficiente, per il 49% degli italiani. Dodici punti sopra Di Maio e Salvini, quattordici sopra Renzi, sedici sopra Minniti, venti sopra Berlusconi e Grillo.

Riassunto delle puntate precedenti: parliamo di uno che doveva essere poco più che un figurante, un burattino nelle mani di Matteo Renzi, discendente di stirpe nobile con un passato sessantottino e un passato prossimo da candidato perdente alle primarie per il sindaco di Roma e da ministro degli esteri di riserva, uno con la riga in mezzo uscita di moda una ventina abbondante di anni fa, che scrive un tweet al giorno, giusto perché gli dicono di farlo, che ha “appena” 45mila fan su Facebook, un ventesimo di Renzi, meno di un trentesimo di Salvini.

Eppure. Eppure forse dobbiamo abituarci all’idea che l’Italia è cambiata, di nuovo. Che questo non è il Paese che vuole avere un vincitore dopo le elezioni, un primo ministro con più poteri di Spiderman, un’agenda di riforme in grado di rivoltarlo come un calzino e regolamenti parlamentari che consentano di farlo alla velocità massima possibile. Meglio: l’ha voluto, per un quarto di secolo. Da quando ha detto Sì all’abrogazione delle preferenze multiple nel referendum del 9 giugno 1991, primo colpo inferto alla partitocrazia della Prima Repubblica, a quando ha detto No alla riforma costituzionale di Matteo Renzi, il 4 dicembre del 2016.

L’Italia di oggi è un Paese che vuole leader che non sono leader, bensì mediatori, gente che tutto vuole tranne scontentare qualcuno. Gente prudente, che non vuole cambiare l’Italia, ma risolvere la pena del giorno senza che nessuno si faccia male, e domani si vedrà

Ora non lo vuole più, evidentemente. L’Italia di oggi è un Paese che vuole leader che non sono leader, bensì mediatori, gente che tutto vuole tranne scontentare qualcuno. Gente prudente, che non vuole cambiare l’Italia, ma risolvere la pena del giorno senza che nessuno si faccia male, e domani si vedrà. Gente che parla complicato, che non sa bucare lo schermo né incendiare i cuori, a cui non piace scommettere, che non si inventa un hashtag per ogni riforma, che teme la comunicazione, più che usarla, che non legge i sondaggi prima di andare a dormire, o prima di dire qualunque cosa.

Non c’è niente di postmoderno, in tutto questo. È la quintessenza delle leadership democristiane che hanno retto il Paese per settant’anni. E che governano, con più che discreto successo, pure in Germania e Spagna. Non a caso, gli altri due Paesi europei le cui democrazie sono nate grigie e burocratiche sulle ceneri dei totalitarismi, in opposizione al modello politico anglosassone che abbiamo (invano) cercato di esportare in Italia negli ultimi vent’anni.

E non è un caso, peraltro, che una vecchia volpe come Berlusconi abbia capito benissimo che il vento era tornato a girare, rivendicando la sua vicinanza con Angela Merkel e con la famiglia democristiana europea, proponendo (pare) una leadership grigissima come quella del presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani per le prossime elezioni politiche. Una leadership in linea con lo spirito dei tempi, certo, ma tutta da costruire. Mentre curiosamente il Pd, che Gentiloni ce l’ha in casa e in sella, non pensa minimamente a ricandidarlo per Palazzo Chigi. E, altrettanto curiosamente, scivola inesorabile nei sondaggi mentre il suo Presidente del Consiglio vola. Paradossi della politica. O forse no.

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