Lo stupro come arma polemica: la politica non aveva mai fatto così schifo

Da Rimini a Firenze, a Roma: la cronaca torna buona solo per la polemica politica. Così “Uomini Buoni” e “Ultras Identitari” si scoprono vicini alle vittime solo se gli assalitori possono essere indicati come nemici. E da qui alle elezioni sarà sempre peggio

Carabiniere

Italia, 2017: solo quando c’è interesse a condannare l’assalitore la vittima è sacra

Filippo MONTEFORTE / AFP

12 Settembre Set 2017 0830 12 settembre 2017 12 Settembre 2017 - 08:30

Il contrappasso è il meccanismo più spietato di tutti perché obbliga chi ne è colpito a guardare allo specchio la propria mostruosità.

Il 30 agosto, dopo i fatti di Rimini, questo meccanismo infernale si abbatte contro il Team “Uomini Buoni”. Gli autori dello stupro non solo sono immigrati, ma il loro identikit coincide perfettamente con quello delle “risorse”. Sono, insomma, il prodotto della nostra bizzarra logica dell’accoglienza a prescindere, quella che si preoccupa terribilmente di cosa accade “a casa loro” e a tutti vorrebbe offrire riparo, ma poi fa finta di non vedere lo stato di povertà e abbandono in cui queste persone sono costrette a vivere “a casa nostra” e che spesso le spinge verso i numerosi sentieri dell’illegalità.

Per gli “Uomini Buoni” è un duro colpo, tanto che il loro centravanti di sfondamento, Boldrini Laura, sparisce dai radar. Per giorni, nello stadio si sentono solo i tamburi del Team rivale, quegli “Ultras Identitari” incitati ed eccitati dalla forma strepitosa del loro lancia-cori, quel Maurizio Belpietro detto “Nostalgia Canaglia” intento a scandire una perla via l’altra.

Ma proprio quando la partita sembra indirizzata, e per festeggiare qualcuno organizza i caroselli nell’anniversario della marcia su Roma, ecco l’inaspettato pareggio. Il Team “Uomini Buoni” trova inaspettato aiuto in due carabinieri di Firenze, che da veri centravanti di razza italiana mettono a segno un incredibile autogol nella porta della Follia.

Sembra uno scherzo di cattivo gusto, una fake news di Lercio. E invece no. Le indagini chiariranno i contorni della vicenda, ma il solo aver fatto salire due ragazze in evidente stato di ebbrezza sull’auto di servizio ed essersi intrattenuti sulle scale di casa loro a braghe calate fa scattare, giocoforza, l’offensiva degli Uomini Buoni. Per tutti quelli che negli ultimi giorni si erano sgolati a furia di “difendila” e di “fieri di essere italiani” il contrappasso è tremendo.

Il micidiale uno-due avrebbe potuto rappresentare, per l’intera opinione pubblica italiana, il momento buono per guardarsi finalmente allo specchio e cogliere la ridicolaggine mostruosa in cui è precipitata, quella per cui ogni fenomeno viene osservato attraverso un filtro più deformante di quelli usati per le foto Instagram da Barbara D’Urso: il filtro ideologico.

Dato un fatto di cronaca, infatti, nessuno si interessa all’evento in modo oggettivo, per poi formarsi un’opinione; ognuno, al contrario, si sforza di vedere nel fenomeno una conferma della propria posizione pregressa, qualunque essa sia.

Il micidiale uno-due di Rimini e Firenze avrebbe potuto rappresentare, per l’intera opinione pubblica italiana, il momento buono per guardarsi finalmente allo specchio e cogliere la ridicolaggine mostruosa in cui è precipitata, quella per cui ogni fenomeno viene osservato attraverso un filtro più deformante di quelli usati per le foto Instagram da Barbara D’Urso: il filtro ideologico

A pensarci bene, un vero e proprio paradosso: nell’epoca dell’informazione digitale, alla moltiplicazione delle fonti di informazione dovrebbe accompagnarsi una moltiplicazione dei dubbi, uno sviluppo inarrestabile del senso critico.

Per dire: se dopo la strage di piazza Fontana l’unica fonte di informazione è il Tg1 e l’inviato Bruno Vespa dice, riferendosi a Pinelli, che “il mostro è stato arrestato”, io povero telespettatore sono molto inclinato a crederci. Se invece disponessi di un video Youtube dove scorgo una finestra insolitamente aperta a dicembre da cui fa capolino un tizio tenuto a penzoloni, forse sarei incline a formarmi un’idea diversa.

Ma sviluppare senso critico vorrebbe dire mettere in discussione se stessi: vorrebbe dire, in altre parole, comportarsi da uomini liberi. E nell’Italia incazzata per la crisi economica, vecchia e stanca per il crollo delle nascite e spaventata dalle transenne anti terrorismo, non c’è cosa che spaventi più della Libertà: è per questo che, come abbiamo rilevato per la satira, la libertà di espressione viene combattuta – quando non addirittura osteggiata – e il dibattito si appiattisce sempre sulle stesse posizioni auto-consolatorie, su quel rassicurante Harry Potterismo per cui, per risolvere i problemi, basta uno slogan e il gioco è fatto. “Ruspa!”, e il crimine ha i giorni contati. “Nessuno è illegale”, e l’integrazione è ai tuoi piedi.

Tutto molto bello in teoria, ma col difetto di non funzionare, mai, sul piano pratico, visto il brutto vizio della realtà a comporsi sempre di 50 mila sfumature di grigio.

Così, invece di guardarsi in faccia, l’opinione pubblica ha preferito ancora una volta guardarsi l’ombelico, arrivando a sostenere posizione grottesche pur di non arretrare, nemmeno di un centimetro, la linea di trincea.

Dopo i fatti di Rimini, ha cominciato a girare una statistica sugli stupri orribilmente suddivisi sulla base della razza del carnefice, stupro nostrano versus stupro straniero per capire quale fosse il peggiore. In un grottesco “Processo allo Stupro” la discussione verteva sui numeri, con il Team “Uomini Buoni” a dire che lo stupro è un’eccellenza italiana, prodotta in maggioranza da padri di famiglia, e il Team “Ultras Identitari” a chiamare in causa cervellotici ragionamenti sulla proporzione di stupratori in rapporto al totale degli italiani e a quello degli immigrati (in mezzo, degradato a strumento e non a fine, il tema della violenza sulle donne, su cui il Paese è culturalmente indietro anni luce e di cui a nessuno importa un fico secco, a meno che non ci sia da raccattare voti o visibilità).

Sviluppare un senso critico vorrebbe dire mettere in discussione se stessi: vorrebbe dire, in altre parole, comportarsi da uomini liberi. E nell’Italia incazzata per la crisi economica, vecchia e stanca per il crollo delle nascite e spaventata dalle transenne anti terrorismo, non c’è cosa che spaventi più della Libertà

Allo stesso modo, dopo il tacchinaggio selvaggio – vedremo quanto selvaggio – dei due latin lovers in divisa, la discussione si è sviluppata su quanto le due ragazze avrebbero potuto essere consenzienti: quanto insomma li abbiano “istigati”, come se parlassimo non di due pubblici ufficiali in servizio, ma di due merli maschi stile Lando Buzzanca.

«Ma le avete viste le Americane a Firenze? Certe zoccole!» è uno dei commenti più edulcorati che si osservavano ieri sulle pagine Facebook di rispettose testate di informazione; un altro parafrasava il Vujadin Boskov de “rigore è quando arbitro fischia”, sentenziando – definitivo - «È stupro solo se c’è lesione»; il grosso della gente, invece, tirava fuori la pistola fumante dell’assicurazione anti-stupro stipulata dalle americane per gridare alla montatura studiata a tavolino. Tutti, a cominciare da molte donne, si scoprivano moralisti integerrimi nel buttare la croce addosso alle due ragazze, rivelando un’etica e un rigore morale completamente inesistenti solo due settimane prima, all’epoca dello stupro di Rimini, quando una delle due vittime del branco era una prostituta.

Il filtro in azione in questo caso è talmente scolastico da risultare comico (proprio come le foto Instagram di Barbara D’Urso): quando c’è interesse a condannare l’assalitore, la vittima è sacra (come dovrebbe essere sempre), e l’Italia tutto ordine e culatello, quella schierata compatta contro i diritti degli omosessuali, trascura il dettaglio che si trattasse di una transessuale; quando invece c’è da tutelare i presunti stupratori, ecco partire gli italianissimi “si, però...” di cui la nostra cultura è imbevuta.

In questo inferno tricolore di contrappassi e di riflessi ignorati, dove tutti scelgono di rimanere rintanati al calduccio del loro girone, prigionieri della propria bolla mentale e digitale, viene in mente con invidia l’originale Inferno Dantesco. Lì, almeno, durante l’espiazione le vittime finivano per pentirsi. Qui, anche in vista delle elezioni di marzo, hanno appena incominciato: e infatti, scesa la sera, mentre Laura Boldrini torna in campo sui social con un video sullo stupro di Firenze, da Roma arriva la notizia dello stupro di Roma ad opera di un immigrato nato in Bangladesh.

Tutto torna in discussione: “Nostalgia Canaglia” chiama il titolista di fiducia, Salvini suona la carica (“ne manderò a casa un bel po’!”) e fa 2 mila condivisioni in due ore.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate.

Il filtro in azione è talmente scolastico da risultare comico: solo quando c’è interesse a condannare l’assalitore la vittima è sacra

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