Segnatevelo: nessun candidato premier sarà premier, dopo le elezioni

La Seconda Repubblica è finita: oggi, per scalare Palazzo Chigi serve essere fini mediatori, non leader di popolo. Oppure, meglio ancora, si può controllare dall’esterno. Cari Di Maio, Salvini, Renzi scegliete: volete essere Andreotti o De Mita? Tertium non datur

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ANDREAS SOLARO / AFP

ANDREAS SOLARO / AFP

13 Settembre Set 2017 1032 13 settembre 2017 13 Settembre 2017 - 10:32

«Se gli iscritti vorranno, sarò candidato premier», dice Luigi Di Maio a Massimo Giannini in radio. «Se vinco le primarie ho l’obbligo di riprovarci», gli fa eco Matteo Renzi, dalla festa de l’Unità di Arezzo. «Se sarà la Lega ad indicare Il candidato premier sarò io perché sono assolutamente orgoglioso della mia squadra e delle mie idee», aveva anticipato tutti Matteo Salvini, lo scorso 18 luglio. Tace Silvio Berlusconi, ma giusto perché allo stato attuale, in attesa dell’esito del ricorso alla Corte di Giustizia Europea, è ancora interdetto ai pubblici uffici e non può candidarsi a una carica che non potrebbe ricoprire.

Intendiamoci: dopo ventitré anni di politica personalizzata è una tattica che ci sta, quella di indicare o di far sapere quale sia il candidato Presidente del Consiglio di ciascuna forza politica: semplifica le cose, aiuta gli elettori a scegliere, mette in condizione i giornalisti di organizzare i duelli televisivi.

Peccato che sia tutta fuffa. Che nessuno dei nomi che avete letto, a meno che il suo partito non prenda il 40% che gli garantirebbe il premio di maggioranza - i più vicini ad arrivarci sono il Movimento Cinque Stelle e il Partito Democratico, che vivacchiano da mesi sotto il 30% - sarà premier.

Non lo saranno, ovviamente, se in Parlamento non ci sarà alcuna maggioranza. Se, per intenderci, né Pd e sinistra o Pd e Forza Italia, né Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, né Cinque Stelle, Lega e Fratelli d’Italia riuscissero ad arrivare ad avere 316 deputati e 161 senatori. In quel caso, si tornerebbe a votare nel giro di pochi mesi. O - ipotesi non trascurabile: le campagne elettorali costano un sacco di soldi - ci sarebbe un “liberi tutti” dal quale uscirebbe, probabilmente un governo benedetto dal Quirinale, guidato da un’autorevolissima figura di garanzia. Qualcosa come il governo Ciampi del 1993, per intenderci, in grado di rassicurare i mercati e i partner internazionali e di dare tempo alle forze politiche di scomporsi, ricomporsi, cambiare leader, nomi, simboli. Avviso ai naviganti: Mario Draghi non sarà disponibile almeno fino al 1 novembre 2019. Iniziate a cercarne un altro.

Anche se dalle urne uscisse vincente un’alleanza Pd-Forza Italia-Alleanza Popolare credete davvero che Renzi possa ambire a diventarne premier? Che possa sopravvivere ai veti incrociati del suo partito, di Berlusconi, dello stesso Alfano?

La strada per Palazzo Chigi per Renzi, Di Maio e Salvini sarà tremendamente tortuosa anche nel caso che una qualsivoglia maggioranza salti fuori dalle urne. Pensateci: anche se dalle urne uscisse vincente un’alleanza Pd-Forza Italia-Alleanza Popolare credete davvero che Renzi possa ambire a diventarne premier? Che possa sopravvivere ai veti incrociati del suo partito, di Berlusconi, dello stesso Alfano? O che Salvini possa ambire a guidare una maggioranza di centrodestra euroscettica in cui c’è pure Forza Italia, di cui fa parte il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani? O che lo stesso Tajani - da più parti indicato come il papabile candidato premier di Berlusconi - possa guidare un esecutivo insieme alla Lega e a Fratelli d’Italia? O che Di Maio possa ambire al ruolo di premier in un esecutivo di cui fa parte anche la Lega Nord?

Se ci credete, o peggio ancora ci sperate, buon per voi. Fosse permesso un consiglio ai leader di partito o di movimento, proveremmo piuttosto a prendere esempio da quel che accadeva nella Prima Repubblica, piuttosto, visto che è lì che stiamo tornando. Lì di alleanze e posti di potere si discuteva solo a urne chiuse. E ben ci si guardava dall’entrare nei vertici di maggioranza con il campanellino in mano, che ben che andava si usciva sottosegretari. Piuttosto, come usava fare Ciriaco De Mita - segretario democristiano per sette anni, presidente del consiglio solo per uno - si blindava il potere all’interno della propria corrente o si rafforzava il peso della corrente nel partito, consapevoli del fatto che gli esecutivi sarebbero stati telecomandati dall’esterno. E che nessun premier, per quanto forte e autorevole, sarebbe stato indenne da ricatti, veti e dettature provenienti dall’esterno. Oppure, seconda strada, quella di diventare il crocevia di ogni possibile mediazione. Non è un caso che il più frequente inquilino di Palazzo Chigi fosse un certo Giulio Andreotti, leader di una piccola corrente che non è mai stata maggioranza all'interno del suo partito. Nè lui fu mai segretario della Balena Bianca, per la cronaca.

E se proprio proprio qualcuno di loro non vede l’ora di tornare a Palazzo Chigi, farebbe meglio a smettere i panni del leader per indossare quelli del mediatore - per quanto possa essere difficile per ciascuno dei tre summenzionati aspiranti premier, come intelligentemente sta già facendo Paolo Gentiloni, che si guarda bene dal farsi tirare per la giacchetta da chi vorrebbe usarlo per rottamare Renzi. O a mettersi il cuore in pace. O a cambiare la legge elettorale. Di sicuro, tra qualche mese, che nessuno ci venga a dire che abbiamo l’ennesimo Presidente del Consiglio non eletto dal popolo. Non abbiamo mai avuto la facoltà di sceglierlo, nemmeno quando la costituzione materiale della Seconda Repubblica di fatto lo consentiva. Di sicuro non ce l’abbiamo ora. La Prima Repubblica è tornata, signori. Prima vi abituate alle sue regole, meglio sarà per tutti.

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