Vittorio Feltri ci sta trollando tutti

Le prime pagine di Libero e i tweet del suo direttore hanno come unico scopo quello di provocare, farci indignare e ricondividendoli gli facciamo solo un favore, allarghiamo il suo pubblico, lo facciamo uscire dalla sua bolla, se vogliamo combatterlo dobbiamo solo ignorarlo, come si fa coi bulli

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Dettaglio di una locandina di "Star Wars Episode I - The Phantom Menace"

13 Settembre Set 2017 1036 13 settembre 2017 13 Settembre 2017 - 10:36

Settimana scorsa era toccato a una prima pagina di Libero, che senza alcun senso e fondamento di verità si scagliava contro i migranti accusandoli di portare le malattie. L'altro ieri è toccato a un tweet del suo direttore, Vittorio Feltri, autore di un’aberrante esternazione sugli stupri. Entrambi i contenuti, adeguatamente screenshottati e ripostati sui principali social network da utenti indignati hanno riempito le bacheche decine di migliaia di persone, diffondendosi sull'onda della indignazione ben oltre la loro naturale portata.

Basta riassumere così, in poche righe, quel che è successo negli ultimi giorni — non è una novità, succede da mesi, forse da anni, ora siamo soltanto a uno stadio della malattia avanzato — per capire come funziona il meccanismo in cui ci siamo infilati. È semplice: un giornale come Libero, ma anche come Il Tempo, Il Giornale, La Verità o il Fatto Quotidiano, cerca la provocazione a tutti i costi con l'unico scopo di guadagnare qualche copia e un po' di visibilità.

È una strategia commerciale, come quella delle marche di birra che commentano l'attualità in modo sarcastico e pungente o come quella delle merendine che distruggono famiglie a colpi di asteroidi.

È una strategia puramente commerciale. Esattamente come quella delle marche di birra che trollano o commentano l'attualità in modo sarcastico e pungente, esattamente come quella delle merendine che distruggono famiglie a colpi di asteroidi. È una strategia che si basa sulla consapevolezza che ormai l'indignazione ci è scappata di mano e, sui social, si trasforma in un continuo repost compulsivo, il cui effetto è ingigantire la portata della voce di chi urla più forte.

È come quando nei cartoni animati illuminano un gattino da dietro con una lampada gigante. La sua ombra risulta simile a una tigre e a nessuno piacerebbe vedersela sbucare da dietro l'angolo. Ma quell'ombra è irreale, è smisuratamente più grande del suo proprietario e, intanto che l'ombra ci terrorizza, il proprietario se la ride.

La strategia di Vittorio Feltri e di molti altri come lui funziona in un modo simile. E basterebbe guardare le cifre che descrivono il suo pubblico, sia come direttore di Libero, sia come singolo account di twitter. Secondo quanto riportano i dati ADS sulla diffusione dei giornali nel mese di giugno 2017, il quotidiano guidato da Feltri ha distribuito in edicola circa 80mila copie vendendone appena 26mila. Un gattino.

E su Twitter? Il direttore di Libero risulta avere 300mila follower. Difficile stabilire con esattezza quanti di questi siano fake e quanti siano veri — uno strumento, invero un po' datato, come TwitterAudit segnala che 3 anni fa i fake erano il 50 per cento, ma non sembra molto affidabile — però si può cercare di farsi un'idea a spanne di quale sia il suo audience diretto contando i retweet di quella sua dichiarazione dell'11 settembre sugli stupri. 145. Gattini.

145 su 300mila, se la matematica non è un'opinione, è il nulla cosmico. Tanto per capire le dimensioni, è il 5 per mille. Ovvero la parte di Irpef che doniamo a chi vogliamo — da Wikipedia, a Emergency, alla Chiesa Valdese — e, non a caso, chi ce lo chiede scrive sempre: “non ti costa niente”. Ecco, appunto. Niente. E mentre il 5 per mille dei follower di Vittorio Feltri l'hanno ricondiviso, centinaia di altre persone indignate ne hanno contribuito ad allargare la eco ripostando il testo e la fotografia di quel tweet e allargando il suo pubblico a dismisura.

Vittorio Feltri ci sta trollando tutti. Sta giocando. È un gioco orribile, gretto, brutale e esecrabile. Ma ci sta prendendo tutti per i fondelli.

Vittorio Feltri ci sta trollando tutti. Sta giocando. Ci sta prendendo tutti per i fondelli e sulla nostra indignazione si fa appena qualche risata. Siamo la sua unica ancora di salvezza se non vuole sparire. Perché se vendi 26mila copie sei praticamente sparito. Anche qua, a far due paragoni le copie vendute di Libero sono pari alla popolazione di città come Termini Imerese, Jesolo o Falconara Marittima.

La strategia dei Feltri è quella del bullo che cerca attenzione. E condividere quel che scrive - anche se non lo si condivide nel merito - è dargliela, quella attenzione. Per questo, al di là di ogni valutazione sulla reputazione, condividere le prime pagine razziste o i tweet xenofobi è controproducente, esattamente come lo era diffondere i video dell'Isis, che infatti, appena abbiamo smesso di farli vedere a reti unificate, ha smesso di farli.

È controproducente perché, anche se la condivisione, come sempre accade, è in buona fede, il risultato è esporre il messaggio originale a un pubblico che non avrebbe mai raggiunto. È portare il messaggio di Feltri fuori dalla sua bolla, quella dei 145 retweet. È una strategia perdente: se va bene crea indignazione, ma contemporaneamente crea tifo, divide, e quindi allarga, ancora di più, il pubblico.

È così che stiamo trasformando il dibattito pubblico in una sfida tra indignati e imbrutiti. Una sfida che vede Vittorio Feltri sugli spalti che se la ride e si sfrega le mani. Uno a zero per lui. Per il gattino che ci terrorizza come fosse una tigre.

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