De Felice (Intesa San Paolo): «La ripresa è robusta e gli italiani ne stanno già beneficiando»

Parla Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo: «Gli stimoli esterni hanno aiutato ma nessuno può regalare il +4,4% della produzione industriale. Migliorano le condizioni delle famiglie, ora la priorità è la decontribuzione per i giovani. Il rischio sistemico bancario? Ormai è zero»

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L’alba su Santa Maria Maggiore, Roma

TIZIANA FABI / AFP

15 Settembre Set 2017 0830 15 settembre 2017 15 Settembre 2017 - 08:30
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Stiamo vivendo una ripresa effimera, dovuta alla crescita congiunturale degli altri Paesi europei e sospinta per il resto solo da incentivi temporanei? Se lo si chiede a Gregorio De Felice, Chief economist di Intesa Sanpaolo, la risposta è netta: no. Dobbiamo preoccuparci per il possibile rafforzamento dell’euro sul dollaro? Ancora una volta la risposta è negativa. Dobbiamo considerare risolti i problemi italiani? Inevitabile un terzo diniego, perché il lavoro di donne e giovani e la situazione del Sud sono insoddisfacenti. Per questo il capo-economista appoggia il governo nell’idea di una decontribuzione lavorativa mirata sui giovani. Ma invita a tenere conto dei segnali che l’edizione 2017 “Indagine sul Risparmio 
e sulle scelte finanziarie degli italiani” stilato come di consueto Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi. Segnali che sono molto positivi, perché indicano un netto miglioramento della percezione che gli italiani hanno della propria condizione economica, e un brusco calo delle condizioni di “dipendenza” delle famiglie da aiuti esterni per la sopravvivenza.

La ripresa a cui stiamo assistendo e che ha avuto una piccola accelerazione negli ultimi trimestri è considerabile una ripresa stabile o effimera?

È una ripresa importante perché si riflette anche sul mercato del lavoro. Una volta terminati o quasi gli incentivi alle assunzioni vediamo che gradualmente anche il mercato del lavoro dà dei segnali positivi di crescita occupazionale. Questo non succederebbe se fosse una ripresa puramente effimera.

È una ripresa che viene grazie a stimoli esterni?

Obiettivamente in questa ripresa hanno giocato a favore anche dei fattori esterni, cioè il cambio dell’euro, che è stato basso fino a maggio di quest’anno, e le condizioni finanziarie particolarmente favorevoli: i tassi di interesse sono molto bassi e quindi c’è stato un limitato assorbimento di spesa per quanto riguarda il deficit pubblico, che ha consentito di avere una politica fiscale leggermente espansiva. Però forse il dato più importante di tutti è che c’è una reazione importante della produzione industriale, che nell’ultimo anno è cresciuta del 4,4 per cento. Questo non c’è nessuno che lo possa regalare. È una reazione effettiva del sistema produttivo a un quadro che alcuni anni fa sembrava veramente molto preoccupante.

Che novità ci dobbiamo aspettare nei prossimi mesi?

Siamo convinti che gli investimenti che già nel secondo trimestre hanno dato indicazioni positive potranno rafforzarsi nel terzo e nel quarto trimestre dell’anno. Per ora gli investimenti non hanno secondo noi ancora espresso il loro massimo potenziale legato agli incentivi stabiliti dal governo sia con la legge di Stabilità 2017 sia con quella di quest‘anno. Globalmente rappresentano una quindicina di miliardi di sostegno al sistema produttivo, tra iperammortamento, superammortamento, patent box, incentivi per la ricerca e sviluppo e la Sabatini Ter. Sono forti incentivi con condizioni di credito favorevoli, soprattutto ora che il rischio sistemico del sistema bancario italiano è stato superato. Se non si investisse in questo momento, con una crescita mondiale che è tra il 3,5 e il 4%, ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

«Il dato più importante di tutti è che c’è una reazione importante della produzione industriale, che nell’ultimo anno è cresciuta del 4,4 per cento. Questo non c’è nessuno che lo possa regalare. È una reazione effettiva del sistema produttivo a un quadro che alcuni anni fa sembrava veramente molto preoccupante»

La ripresa della produzione industriale è legata esclusivamente agli incentivi del piano Industria 4.0?

No, è legata a una ripresa del commercio internazionale. È legata anche agli incentivi, in particolare per le voci incentivate come i macchinari. Ma stanno crescendo bene anche i mezzi di trasporto, che non sono una voce incentivata. Anche alimentare e farmaceutica stanno dando il loro contributo. In passato abbiamo visto tante volte dare stimoli, incentivi, ma quando il cavallo non beve non reagisce e gli effetti non emergono. Invece questa reazione c’è stata e potrà rafforzarsi nel secondo trimestre di quest’anno.

Crescono anche gli altri Paesi europei. Siamo semplicemente l’ultimo vagone al traino degli altri Paesi?

L’Italia sta restringendo il proprio gap di crescita nei confronti dell’Eurozona. Certo non possiamo dire che siamo la locomotiva dell’Eurozona perché noi cresciamo all’1,4% e l’Eurozona è oltre il 2%. Però, rispetto ad alcuni anni fa, in cui l’Eurozona cresceva all’1,5% e noi eravamo a zero, questo differenziale si è certamente ridotto. Non possiamo in ogni caso cullarci su questi dati, perché i problemi rimangono. Credo che noi abbiamo tutte le possibilità di avere una crescita in linea con quella tedesca, ossia di arrivare al 2%: abbiamo un sistema manifatturiero in grado di reagire in maniera molto flessibile ai cambiamenti della domanda, perché abbiamo una diversificazione dei prodotti industriali perfino più alta di quella tedesca. Certo non possiamo dire che in questa ripresa sono tutte rose e fiori.

Quali sono le spine?

Ci sono dei punti di ombra importanti: i giovani, la partecipazione al mercato del lavoro delle donne, che benché in rialzo è ancora tra le più basse in Europa, e il tema del Mezzogiorno, che rappresenta una potenzialità non ancora sfruttata per l’economia italiana. Ci sono delle macchie e dei problemi strutturali nell’economia italiana che non possono rallegrarci.

Il vostro rapporto sul risparmio fa il punto sullo stato concreto delle finanze delle famiglie. Che riflessi ci sono di questa ripresa sui bilanci delle famiglie?

Volendo sintetizzare in pochi punti, i capifamiglia che si dichiarano finanziariamente indipendenti passano dall’82,4% dell’anno scorso al 92%. Quelli che invece dichiarano una dipendenza totale dall’esterno, quindi il fatto di non essere per nulla indipendenti, quasi si azzera perché passa dal 9,2 al 2,7 per cento. C’è quindi una maggiore indipendenza finanziaria delle famiglie. Un altro dato, forse ancora più importante, è la percezione che le famiglie hanno del proprio reddito. Tra i capifamiglia che giudicano il proprio reddito sufficiente o più che sufficiente, passiamo dal 47,2% dell’anno scorso al 61%, c’è un salto che non avevamo mai visto. Parallelamente la quota di chi reputa il proprio reddito non sufficiente o del tutto insufficiente scende dal 17,2 al 9,8 per cento.

Sono dati postivi che vanno tutti nella stessa direzione. Ci sono delle indicazioni di policy che si possono trarre da questi dati? Per esempio relativi all’opportunità o meno di rinnovare i bonus degli 80 euro o altri tipi di bonus?

Prendiamo il tema dell’indipendenza economica. Per il totale della popolazione è al 92%, per i giovani dai 18 ai 24 anni al 64,6%. È in miglioramento rispetto allo scorso anno ed è influenzato dal fatto che molti giovani studiano e non sono ancora nel mercato del lavoro. Ma il dato ci ricorda che questa ripresa non sta ancora pienamente abbracciando anche i giovani. Quindi credo vada nella direzione giusta il fatto che il governo stia studiando un incentivo per le assunzioni, che sia sotto i 29, 30 o 32 anni, questo dipenderà dal budget disponibile per Padoan. Bisogna aggredire un tema che è rimasto indietro nelle policy.

«I capifamiglia che si dichiarano finanziariamente indipendenti passano dall’82,4% dell’anno scorso al 92%. Quelli che invece dichiarano una dipendenza totale dall’esterno, quindi il fatto di non essere per nulla indipendenti, quasi si azzera perché passa dal 9,2 al 2,7 per cento»

Mercoledì 13 settembre Jean Claude Juncker ha delineato un quadro molto positivo per l’economia europea, dicendo che l’Europa ha il vento nelle vele. La visione sull’Europa rimane positiva a lungo? Siamo all’inizio di un ciclo espansivo che è destinato a durare?

Non direi che siamo all’inizio perché è il quinto anno consecutivo di ripresa dell’Europa. Quel che è migliorato è l’intensità della ripresa. Ormai siamo sopra il 2%, quindi su tassi di crescita del tutto in linea con quelli americani. Ricordo quando i segretari al Tesoro americani, fossero Timothy Geithner o Jack Lew, venivano in Europa a darci lezioni su cosa avremmo dovuto fare. Ci abbiamo messo un sacco di tempo però oggi forse abbiamo una crescita anche più importante di quella americana, se la correggiamo per l’andamento della popolazione, che in Europa cresce più lentamente che negli Usa. È anche una ripresa più equilibrata.

In che senso?

In Europa non abbiamo gli squilibri americani: la crescita del debito pubblico americano è stata molto più forte della nostra. Non abbiamo il forte saldo commerciale negativo che hanno gli Usa, perché l’Europa nel suo complesso ha un avanzo. Effettivamente Juncker può essere soddisfatto, a nome della Commissione e di tutti. Certo, abbiamo passato grandi mal di pancia e attraversato la crisi delle banche. Ma tutto sommato la riforma della governance europea, che potrebbe proseguire e diventare migliore quella attuale, ha avuto effetti positivi.

Mario Draghi ha anticipato che per tutto il 2018 i tassi della Bce non saliranno. Rimangono sul tavolo l’assottigliamento del Quantitative Easing, che potrebbe avvenire dall’inizio del 2018, e poi l’effetto del probabile rafforzamento dell’euro, se gli Stati Uniti dovessero decelerare e non ci dovessero essere aumenti significativi dei tassi da parte della Fed. Questi ultimi due sono due fattori che ci devono preoccupare?

Credo che il discorso sia piuttosto semplice: nella settimana della scorsa settimana Draghi ci ha detto che se il rapporto euro/dollaro supera il valore di 1,20 rappresenta una minaccia. E che se la Fed non comincia ad alzare i tassi di interesse, lui non ha nessuna fretta di muoversi. Questo perché ha chiaramente indicato che le previsioni sull’inflazione la vedono ancora distante dall’obiettivo della Bce del 2 per cento. Di conseguenza nel 2018 avremo un tapering, con un ritmo degli acqusti di titoli che dagli attuali 60 scenderà, forse all’inizio a 50 miliardi per ridursi nel corso dell’anno. Ma per quanto riguarda i tassi, di un rialzo l’anno prossimo non se ne parla proprio. Noi abbiamo una previsione di rialzo dei tassi di interesse a metà del 2019. Se capiamo bene questa gestione della politica monetaria, forse ci sono ragioni per una correzione del cambio non sostanziale: non prevediamo che il cambio euro/dollaro scenda all’1,10 ma ci si potrebbe allontanare dall’1,20 visto negli scorsi giorni. La comunicazione di Draghi non è stata inizialmente ben capita: se la Fed non alzerà i tassi, questo renderà ancora più lenta la Bce se il cambio rappresentasse una minaccia.

«Ci abbiamo messo un sacco di tempo però oggi forse abbiamo una crescita anche più importante di quella americana, se la correggiamo per l’andamento della popolazione, che in Europa cresce più lentamente che negli Usa. È anche una ripresa più equilibrata»

Tornando all’Italia, uno dei grandi temi che resta sul tavolo e che spiega il gap rispetto agli altri Paesi europei è quello della produttività totale dei fattori. Secondo lei è un tema rimosso o che stiamo affrontando?

Il tema della produttività va affrontato. Per ora lo si sta affrontando dal lato degli investimenti delle imprese, cioè spingendo le imprese a investire di più. Ricordo che l’obsolescenza degli impianti delle imprese italiane è piuttosto marcato. Dal 2007 il livello degli investimenti in Italia è diminuito del 26%, in Germania è salito del 9 per cento. Se facendo più investimenti riusciremo a ottenere un miglioramento di produttività, potremo dare del filo da torcere alle imprese tedesche. L’altro aspetto per migliorare la produttività è quello dell’efficienza della pubblica amministrazione. Quanto più si riesce a fare dei progressi da quel punto di vista, meglio andrà la produttività. Questo vuol dire meno burocrazia, più chiara attribuzione di responsabilità tra i vari organi di Stato, Regioni, Province, una P.a. che sia messa al servizio non solo dei cittadini ma anche delle imprese. Nelle nostre indagini ormai sul livello di tassazione vediamo una sorta di assuefazione. Dove c’è tanta rabbia è per l’inefficienza della pubblica amministrazione.

Chiudiamo con il rischio sistemico bancario, a cui ha già fatto accenno. Non voglio farle parlare della vicenda che ha portato le due banche venete a Banca Intesa. Dal suo punto di vista i rischi sono alle spalle dopo due anni così problematici che abbiamo vissuto?

Penso che il rischio sistemico del sistema bancario italiano sia ormai prossimo a zero. I tre grandi problemi, cioè Monte dei Paschi di Siena e le due banche venete, sono stati risolti. L’andamento degli Npl è in calo, sia per la ripresa dell’economia sia perché le banche li stanno smaltendo o vendendo. È chiaro che non tutto è risolto. Ma le banche italiane si sono ricapitalizzate per circa 50 miliardi dall’inizio della crisi a oggi, senza soldi pubblici, prima dell’intervento su Mps e venete. Quali altri problemi possiamo avere? Ci sono ora tre banche piccole, su cui si interviene con il fondo Atlante. Ma il tema è andato. Il tema futuro sarà quale modello di business dovranno avere le banche per essere redditizie in uno scenario di tassi bassi. C’è chi si è mosso prima e chi si sta muovendo adesso.

«Penso che il rischio sistemico del sistema bancario italiano sia ormai prossimo a zero. I tre grandi problemi, cioè Monte dei Paschi di Siena e le due banche venete, sono stati risolti. L’andamento degli Npl è in calo. Le banche italiane si sono ricapitalizzate per circa 50 miliardi dall’inizio della crisi a oggi. Quali altri problemi possiamo avere?»

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