Il 4-4-2 degli anni Novanta ha ucciso il fantasista

Il calcio fisico e il dogma tattico di vent'anni fa hanno fatto scomparire il mito romantico del giocatore talentuoso. La partita simbolo di quell'epoca è Piacenza Milan 3-2 del '96 con Tabarez che lascia Roberto Baggio in panchina. Cronaca nostalgica su Valderrama.it

O' President, Valderrama
15 Settembre Set 2017 1600 15 settembre 2017 15 Settembre 2017 - 16:00

Le lezioni di lingua straniera hanno una funzione concreta per quelli che all’estero non hanno nessun’ambizione di conversazioni futili e borghesi, le lezioni di lingua straniera si possono limitare all’apprendimento di poche parole, le lezioni di lingua straniera sono sufficienti a “O’ President” per imparare l’unica parola a cui è veramente interessato: birra.

Alla fine degli anni Novanta la parabola calcistica dei giocatori dotati fisicamente stava per giungere all’apice massimo di notorietà. Il calcio stava cambiando, si sentiva ripetere che nuove doti erano richieste a quelli che tutti, da quel momento in poi, cominciavano a chiamare professionisti. Il dinamismo, l’eclettismo e la mobilità venivano celebrati come mai prima nella storia del calcio.

Le immagini di Platini, con la maglia fuori dai pantaloni, con le cosce incollate per miracolo a due ginocchia ossute, facevano bella mostra in qualche Juventus Club della provincia di Catania e sembravano essere ancora più rachitiche se messe a paragone con quelle di Zinedine Zidane vestito con la stessa maglia a strisce bianconere.

Così il mito romantico del giocatore talentuoso, la fondazione archetipa del calciatore bambino che palleggia ai lati di una porta la cui traversa pende pericolosamente a sinistra, sono parte di una letteratura agiografica che serve a costruire solo l’immagine nostalgica di un calcio che, come spesso si sostiene sul mezzi di informazione, “non esiste più”.

Così il mito romantico del giocatore talentuoso, la fondazione archetipa del calciatore bambino che palleggia ai lati di una porta la cui traversa pende pericolosamente a sinistra, sono parte di una letteratura agiografica che serve a costruire solo l’immagine nostalgica di un calcio che, “non esiste più”.

Sono gli anni in cui Maradona ha smesso e non ha smesso di giocare, a fare notizia sono i suoi chilogrammi e qualche montatore scocciato della RAI riprende il footage dei suoi palleggi ogniqualvolta deve dare notizia di uno scandalo, di uno sparo, di un ricovero, di un abuso.

Con l’automatismo associabile alla ripetizione aneddotica della tradizione orale El Pibe de Oro povero e talentuoso diventa una figura retorica piuttosto che un riferimento storico. Il calcio sembrava aver preso una strada diversa e quello che restava del passato poteva essere tranquillamente conservato a modo di ricordo di un tempo in cui le accelerazioni di gioco altro non erano che orrendi lanci lunghi.

Eppure tutto è iniziato con una vera e propria ristrutturazione tattica impostasi a partire dall’inizio anni Novanta. Una rifondazione dogmatica basata su reparti offensivi composti da due uomini d’aria di rigore in cui una seconda punta fa lavoro di raccordo e di movimento (memorabile gli incroci/scambi tra Del Piero e Nedved sulla fascia sinistra) e una prima punta pronta a presidiare topograficamente tutta l’estensione dell’aria di rigore.

Questi sistemi offensivi erano favoriti dal modulo di gioco più in voga di quei tempi, il 4-4-2, prima con centrocampo in linea e poi con centrocampo a rombo, e da un numero infinito di esterni con il compito di guadagnare il fondo campo e rifornire di cross l’attaccante o gli attaccanti d’area.

Nell’organizzazione marziale e astratta del 4-4-2 i passaggi tra le linee erano visti come tentativi sgrammaticati di dialogo e niente provocava più dolori di un lancio lungo o un cross dalla trequarti. Così mentre le prime punte sostenevano il peso dell’attacco, le seconde punte maturavano una capacità di corsa sconosciuta ai loro diretti predecessori, quelle mezzale talentuose che vivevano oramai solo negli RVM della televisione di stato.

Nella partita metonimica del calcio della seconda metà degli anni novanta, in quel Piacenza Milan 3-2 del primo dicembre 1996, Roberto Baggio fa panchina, Tabarez non gli concede nemmeno un minuto,

Nella partita metonimica del calcio della seconda metà degli anni novanta, in quel Piacenza Milan 3-2 del primo dicembre 1996, Roberto Baggio fa panchina, Tabarez non gli concede nemmeno un minuto, i due goal del Milan li fa un certo Christophe Dugarry, che, subentrato a Tomas Locatelli, va ad occupare stabilmente il centro dell’attacco rossonero.

Ma come ogni dissertazione argomentativa anche questa nostra è piena di falle e tranelli e così, a dispetto delle transizioni orizzontali e delle accelerazioni sulle fasce, quasi per contrappasso il goal vittoria del Piacenza lo realizza un certo Pasquale Luiso da Aversa, che raccoglie un improbabile cross dalla trequarti, controlla la palla e segna con una rovesciata che è tutto e il contrario di tutto.

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