Aboliamo il Nobel per la Pace: nessuno se lo merita davvero (non solo Aung San Suu Kyi)

Da Madre Teresa di Calcutta a Barack Obama fino ad Arafat, nessuno è adatto a vincerlo. La pace non va premiata, va fatta

Aung San Suu Kyi

ATTA KENARE / AFP

ATTA KENARE / AFP

16 Settembre Set 2017 0644 16 settembre 2017 16 Settembre 2017 - 06:44

La fama è più fugace delle nuvole, la gloria è vana quanto un cestino di patatine fritte, vale la promessa di amore eterno fatta a una fanciulla qualunque, afflitti dal morbo di Calimero. Non ci vuole l’arguzia di Orazio né il consolante pessimismo di Giacomo Leopardi per capire che l’essere umano è volubile, che la massa è instabile, che ci vuole un attimo per passare dagli allori al rogo.

Prendete il caso di Aung San Suu Kyi. Tutti abbiamo applaudito la sua bellezza birmana, aristocratica, il fiore tra i capelli, l’eleganza dei vestiti orientali. Abbiamo esultato, nel 1991, quando le è stato conferito il Premio Nobel per la pace e abbiamo affollato le sale cinematografiche per ammirarla, incarnata nelle forme seducenti di Michelle Yeoh: era il 2011 e l’Europa, attraverso Luc Besson, fece di Aung San Suu Kyi un mito.

La semplice donna divenne una Madonna, la Madonna della pace e della resistenza ai regimi violenti, adorata dai gruppi musicali politicamente corretti, gli U2 e i Rem, ad esempio; sulla sua vita, anzi, sulla Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, degli ottimi teatranti come Marco Martinelli ed Ermanna Montanari hanno allestito, nel 2014, uno spettacolo di successo.

Ma il mondo fa in fretta a cambiare, troppo in fretta. Aung San Suu Kyi, infatti, in un paio di settimane, a causa della questione dei Rohingya, la minoranza islamica che vive in gran parte in Birmania, in condizioni, ci informano, disumane, è transitata dalla gloria all’infamia. Stabilendo un piccolo record. Due Premi Nobel per la pace, infatti, si sono schierati contro di lei, un Premio Nobel per la pace.

Alle critiche di Malala, Premio Nobel per la pace nel 2014, si sono associate quelle dell’attuale Dalai Lama, Tenzi Gyatso (Nobel per la pace nel 1989) che ha detto, “Buddha sicuramente avrebbe aiutato i rohingya”. Detta così, come riportano le agenzie stampa, la dichiarazione fa sorridere: Buddha, ne siamo certi, aiuterebbe tutti gli uomini in stato di sofferenza. Così come Gesù Cristo.

Non è secondario ricordare, piuttosto, che in Birmania la maggior parte della popolazione è buddhista, ma non riconosce alcuno status di capo religioso al Dalai Lama. E non è secondario ricordare che nel resto del globo schiattano sotto il sole diverse “minoranze”, cristiane, buddiste, musulmane. Verrebbe da chiedersi, giornalisticamente parlando, perché fino all’altro ieri a nessuno importasse dei Rohingya mentre oggi ne parlano tutti, tanto che la petizione lanciata su Change.org intitolata “Togliamo il Premio Nobel per la pace a Aung San Suu Kyi” ha già raggiunto i 410mila sostenitori.

A questo punto, io lancerei una petizione per togliere il Premio Nobel per la pace a un mucchio di altra gente. Non si fa in tempo a ottenerlo, il Premio Nobel per la pace, infatti, che qualcuno, grattando la glassa agiografica, scopre che nessuno è adatto a vincere il Premio Nobel per la pace.

A questo punto, io lancerei una petizione per togliere il Premio Nobel per la pace a un mucchio di altra gente. Non si fa in tempo a ottenerlo, il Premio Nobel per la pace, infatti, che qualcuno, grattano la glassa agiografica, scopre che nessuno è adatto a vincere il Premio Nobel per la pace.

Pigliate Madre Teresa di Calcutta, che era Madre Teresa di Calcutta ed è stata fatta pure santa. Premio Nobel per la pace nel 1979, la santa albanese è stata letteralmente fatta a pezzi da Christopher Hitchens in La posizione della missionaria (edito nel 1995, in Italia è edito da Minimum fax), dove ci dice che dietro la patina della benefattrice si nasconde una scaltra opportunista.

Affari – e gli affari paiono tanti – suoi. Di norma, il Premio Nobel per la pace non andrebbe dato ai politici, ai quali non chiediamo di essere dei santi ma dei buoni governanti, ci basterebbe, è meglio che conoscano Niccolò Machiavelli più che passare la pausa pranzo a leggere i Fioretti di San Francesco. Invece, nonostante il buonsenso, il Nobel per la pace casca spesso nelle mani dei politici, un po’ troppo spesso in quelle dei Presidenti americani.

Che senso ha il Nobel per la pace (nel 1906) a Theodore Roosevelt, che manteneva la pace con i fucili spianati, basta che mi fate fare quel che voglio io e state tutti zitti, e quello a Thomas Woodrow Wilson, che fece la Prima guerra mondiale costellando il suo mandato – efficace, per carità – di morti? E quello a Jimmy Carter, noto per la disastrosa politica estera concepita nel senso del vago e dell’indefinito, e quello a Barack Obama, assegnato sulla fiducia, nonostante l’impegno militare in Medio Oriente, Afghanistan e ovunque sembrasse necessario, insanguinando la retorica del “primo americano nero” degli Usa?

Se è assurdo, col senno di poi, il Premio Nobel per la pace (era il 1973) a Henry Kissinger, l’arcidiavolo della politica estera americana, scaltro e camaleontico (dove c’è una cospirazione, un golpe o un casino, c’è la sua ombra), non è stata una buona scelta assegnare il riconoscimento ad Anwar al-Sadat, capo dell’Egitto che amava spadroneggiare sterminando gli oppositori e tacitando la libera stampa.

Se è per questo, Yasser Arafat non è esattamente il pacifico vicino della porta accanto, lo zio che racconta le storie ai nipoti e aiuta le vecchiette ad attraversare la via, mentre Juan Manuel Santos, il presidente colombiano, grottesco paradosso, ha ritirato il Nobel, l’anno scorso, ammettendo di aver vinto le elezioni grazie ai consistenti “omaggi’”della multinazionale brasiliana Odebrecht.

Insomma, la pace è un concetto troppo astratto, in divenire, che poggia sull’architrave del migliore dei futuri possibili, per trovare un uomo degno di incarnarla. Il Nobel per la pace, spesso, è stato usato come un misero strumento per fare politica, troppo spesso ha premiato governanti che hanno ordinato guerre e ordito assassini, perché mors tua pax mea. La pace non va premiata, va fatta. Per questo, l’unica petizione davvero necessaria è quella per abolire il Premio Nobel per la pace.

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