Capiremo l’arte grazie all’intelligenza artificiale? Il meglio (e il peggio) della tecnologia per i musei

Voci robotiche che rispondono alle domande davanti ai quadri. Sullo smartphone sono ricreati i palazzi che circondavano i reperti. I consigli in stile Netflix potrebbero consigliare i percorsi da prendere. Ma davanti a un Caravaggio non serve un visore di realtà virtuale

Museo San Francisco

Un’installazione nel San Francisco Museum of Modern Art (SFMOMA)

Josh Edelson / AFP

16 Settembre Set 2017 0707 16 settembre 2017 16 Settembre 2017 - 07:07
Tendenze Online

«Chi sono le figure nel quadro?». «A che stile appartiene l’opera?». «Quale caro ha perso questa signora ritratta?». «A questo signore piace giocare a calcio?». Sono alcune delle domande che pongono, in un video, alcuni visitatori della Pinacoteca di San Paolo, in Brasile. Domande semplici, a volte talmente banali che ci si vergognerebbe a porle a una guida. Le risposte arrivano, pazienti, ma non da un accompagnatore: da una macchina, per la precisione da un sistema di intelligenza artificiale di Ibm Watson basato sull’autoapprendimento. Lo scopo dei gestori del museo, dichiarato nel video qui sotto, è quello di avvicinare ai musei persone che non vi entrano perché ne sono intimorite o che si considerano impreparate per una visita. A un computer, è il ragionamento, si possono fare tutte le domande che si vogliono, senza che questo ti giudichi. La strada delle domande da porre a Ibm Watson è stata seguita anche dalla galleria Mauritshuis dell’Aia, in Olanda.

Ci sono molti altri casi in cui la tecnologia viene usata per aumentare il livello dell’esperienza di visita. Il Victoria&Albert (V&A) Museum di Londra negli scorsi mesi ha sperimentato una tecnologia immersiva alla fine del percorso di visita di una mostra dedicata ai Pink Floyd, “Their Mortal Remains”. In una stanza, grazie a una collaborazione con Sennheiser, è stato trasmesso il video di una delle canzoni dell’album The Wall, “Comfortably Numb”. I visitatori si trovano circondati da video su quattro lati e luci sul soffitto.

In diversi musei entrerà invece la realtà aumentata sviluppata da Google, che permette di ricreare le ambientazioni in cui erano inseriti i reperti esposti nel museo. La piattaforma usata si chiama “Tango” e la prima istituzione coinvolta è stato il Detroit Institute of Arts. Cosa può fare? Mostrare le mummie contenute dentro i sarcofagi o dare l’illusione di attraversare un palazzo assiro-babilonesi, come mostra il video.

Nella Pinacoteca di San Paolo, in Brasile, Ibm Watson ha sviluppato un sistema di intelligenza artificiale. I visitatori possono porre qualsiasi domanda sulle opere. Anche quelle che si vergognerebbero a porre a una guida

Questi esempi si trovano in un articolo del blog dellla prestigiosa business school Insead, con sede a Parigi, a cura degli allievi dell’Mba Giovanni Tassini, Tong Gu e della docente Annet Aris. L’analisi ha il pregio di mostrare come il coinvolgimento degli utenti dei musei non sia che uno degli ambiti in cui la tecnologia possa essere applicata con successo. I musei possono farvi ricorso anzitutto per conoscere meglio i propri visitatori e, di conseguenza, offrire un’esperienza più educativa e profonda, coinvolgendo gli utenti prima, durante e dopo la visita.

Il punto di partenza più semplice, spiegano i ricercatori, è quello di raccogliere dati in biglietteria. Un esempio di come si possa farlo efficacemente viene dall’industria cinematografica cinese, che è stata in grado con società come Wepiao, Maoyan e Tao Piao Piao (gruppo Alibaba) di usare il mobile ticketing per profilare e coinvolgere milioni di spettatori. Una volta entrati, i visitatori dei musei possono essere tracciati, per capire in modo scientifico quali percorsi svolgono, quali aree evitano, quanto tempo impiegano. È quello che ha fatto il Louvre, a Parigi, attraverso una collaborazione con il MIT Senseable City Lab, un noto centro di ricerca del Mit di Boston diretto diretto dall’italiano Carlo Ratti. «La lezione che si ricava è che è necessario non fermarsi al “colpo d’occhio” e studiare in profondità il comporamento dei visitatori», commenta a Linkiesta Giovanni Tassini, co-autore dell’articolo. «Lungi da noi pensare che questo serva a superare il ruolo del curatore degli allestimenti museali - aggiunge -; ma un curatore dovrebbe sapere cosa viene visto e in che modo dentro il museo».

Una delle maggiori potenzialità è quella di seguire l’esempio di Netflix, che consiglia quali serie tv vedere sulla base di quello che abbiamo già visto o aggiunto alle nostre liste. Secodo Tassini lo scopo dovrebbe essere quello di suggerire dei percorsi, da tarare in base al tempo a disposizione per la visita e degli ambiti di interesse. La profondità di conoscenza delle preferenze degli utenti sarebbe tanto maggiore quanto più le informazioni fossero condivise tra diverse istituzioni a livello nazionale o addirittura internazionale. Durante la prima visita, e comunque finché il museo non avesse un database ampio sulle scelte dei visitatori, una strada intermedia potrebbe essere quella di tracciare dei percorsi predefiniti.

Uno degli effetti positivi della creazione di percorsi segmentati potrebbe essere, aggiunge Tassini, quello di evitare che i visitatori non selezionino le sezioni dei musei dedicando un paio di secondi all’osservazione di ogni opera esposta. La raccolta dei dati potrebbe essere utilizzata anche per aggiornare la collezione permanente e presentarla sotto una luce nuova, più attrattiva per un pubblico in precedenza disinteressato. «A volte i curatori decidono di mettere in evidenza un quadro, lo affiancano a un altro proveniente da una collezione esterna e creano un evento attorno a due opere». Questi accorgimenti, suggerisce la ricerca, potrebbero aiutare i musei a emanciparsi dalla dinamica delle mostre “blockbuster”, che sono costose, complesse e con flussi di visitatori erratici.

Una delle maggiori potenzialità è quella di seguire l’esempio di Netflix, che consiglia quali serie tv vedere sulla base di quello che abbiamo già visto o aggiunto alle nostre liste. Secodo Tassini lo scopo dovrebbe essere quello di suggerire dei percorsi, da tarare in base al tempo a disposizione per la visita e degli ambiti di interesse

La tecnologia aiuta anche i musei su un terzo fronte, quello dell’interazione con i visitatori attraverso diversi media digitali. Lo scopo in questo caso è creare opportunità di estendere il coinvolgimento degli utenti prima e dopo la visita. Sui loro siti possono come ha fatto il Rijksmuseum di Amsterdam, pubblicare l’intera collezione di quadri online. Possono naturalmente anche usare i social network per stimolare le visite: Instagram e Youtube sono idonei soprattutto a pubblicare contenuti culturali relativi al museo. Facebook invece serve soprattutto a favorire la promozione degli eventi. Sempre ad Amsterdam, lo Stedelijk Museum ha sperimentato l’“adozione” della propria pagina Instagram da parte di un artista per 24 ore. La Fondazione Luis Vuitton invece ha incluso tra i suoi social network quelli più usati in Cina, come WeChat, Weibo e Douban.

C’è però anche il rischio di sovrabbondare con l’uso di dispositivi tecnologici. A spiegarlo è James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera di Milano, che invita ad andare cauti nell’uso dei visori di realtà virtuale e realtà aumentata nei musei d’arte. «Non sto parlando di musei di antropologia, di scienze naturali o di tecnologia - ha spiegato durante la recente conferenza Museum Digital Transformation, a Firene (si veda il video ripreso qui sotto e segnalato ancora una volta Tassini, Gu e Aris, ndr) -. Sto parlando di un museo dove la qualità di quello che si va a vedere è del livello di Caravaggio o Mantegna. Quando abbiamo oggetti di quel tipo, la nostra priorità dovrebbe essere quella di permettere alle persone di entrare in contatto con tali oggetti. Per entrare in contatto non intendo “divertito". Andiamo oltre il concetto, tanto popolare presso i governi, del museo come luogo di piacere o di turismo. Sono luoghi, come si pensava negli anni Sessanta, in cui viene forgiata l’identità».

In questi musei, continua Bradburne, «un Caravaggio ha un ruolo centrale. Entrare in contatto con quell’opera vuol dire che la propria mente entra nel quadro e tira fuori da quell’oggetto quel che Caravaggio ci ha messo dentro». L’obiettivo dei gestori del museo dovrebbe essere quello che le persone «guardino più a lungo un oggetto, vedendo di più». Come arrivare a questo? «Si vede di più solo se si sa». La priorità, quindi, è il “labelling”, ovvero la cura della didascalie. «A Francoforte - racconta - in una mostra avevamo un coltello rituale di ossidiana del 600 avanti Cristo». Se la frase fosse stata posta in quel modo, non ci sarebbe stato particolare interesse. La scritta apposta fu invece: «È altamente probabile che questo coltello abbia estratto almeno 6mila cuori da persone vive». «Per questo - è la conclusione - sono ossessionato dalle didascalie, che agiscono nello stesso tempo e spazio dell’oggetto. E questo è il motivo per cui non uso la realtà virtuale o la realtà aumentata in un museo di oggetti, perché creano una frattura del tempo e dello spazio. Io posso mettere un video di come è stata realizzata la Primavera di Botticelli accanto al quadro, ma quel video lo posso vedere ovunque», mentre le parole chiave per un museo d’arte dovrebbero essere, secondo Bradburne, «here and now».

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