Chi sa cos’è la depressione, ama BoJack Horseman (anche la quarta stagione)

La quarta stagione della serie animata, ormai diventata un piccolo culto, affronta in modo ancora più crudo e tragica il tema della malattia mentale. Senza indulgenze, senza vie d’uscita. Ed è questa sua brutale onestà che la rende speciale

BoJack Horseman
16 Settembre Set 2017 0648 16 settembre 2017 16 Settembre 2017 - 06:48

(PARTE SENZA SPOILER)

La quarta stagione di BoJack Horseman – su Netflix dalla scorsa settimana – ha diviso i fan e confuso i neofiti: per alcuni l’ideale proseguimento del viaggio nella psiche di Bojack, per altri una stagione da dimenticare, minata dalla troppa attenzione concessa ai personaggi secondari.

Per chi ancora non è stato tormentato a sufficienza da amici che gli vogliono consigliare il programma, si tratta di una comedy animata con un cavallo antropomorfo che è un ex divo degli anni ’90 e barcolla ubriaco tra club, set e ville, in una Hollywoo(d) abitata da umani e animali umanoidi che interagiscono tra loro con naturalezza, accoppiamenti e “matrimoni misti” compresi.

Riconducibile al filone, oggi popolarissimo, dei cartoni per adulti, BoJack è noto per avere molte caratteristiche che fanno pensare, più che a un cartoon, a una comedy-drama in live action. Per esempio quella strana pausa che intercorre tra quando BoJack dice qualcosa e quando si rende conto di ciò che ha detto davvero, oppure le espressioni facciali: la noia, il vuoto, la tristezza, la felicità ottusa… tutte frutto di una mimica del volto che si vede raramente nelle serie animate.

Si è già intuito: la caratteristica più interessante del programma – quella che per alcuni lo rende meglio di Rick e Morty – è, paradossalmente, il suo assoluto realismo. Ed è grazie a questo realismo crudo che BoJack Horseman è ad oggi il prodotto televisivo che ha raccontato meglio di ogni altro i disturbi mentali.

Che il programma parlasse di depressione è stato chiaro fin dall’inizio, e il creatore Raphael Bob-Waksberg, interrogato da Vice sull’argomento, ha spiegato che più che l’intenzione di raccontare un personaggio depresso, l’idea è stata prendere un personaggio archetipico e un po’ banale – l’antieroe disilluso e cinico ma che in fondo ci è simpatico – e approfondirlo, restituirgli complessità. Soprattutto: prenderlo seriamente.

Hank Moody (Californication) è un cinico, fedifrago, alcolizzato erotomane, che però ha un unico grande amore salvifico e il sogno di una famiglia perfetta. Dr. House (serie omonima) è scontroso, claudicante e tossicodipendente ma ha occhi profondi, la battuta sagace ed è un dannato genio che salva vite umane (e si potrebbero fare altri esempi, a riprova che nelle serie dei primi 2000 l’equazione genio-sregolatezza ci era decisamente sfuggita di mano).

Bojack a volte è simpatico e a volte non lo è. A volte è un amabile stronzo altre volte è uno stronzo e basta. E – spoilet alert – la verità è che le persone depresse lo sono spesso, stronze senza essere amabili. E lui è così depresso che la depressione ci viene raccontata in ogni sua declinazione: l’apatia, i comportamenti autodistruttivi, l’autostima in continua oscillazione, le tante (finte) epifanie, l’abuso di sostanze, l’attaccamento morboso agli altri e la capacità continua – anzi: il piacere – di ferirli costantemente.

E tutto ciò non riguarda solo il protagonista: per quanto meno tratteggiati, anche gli altri personaggi fronteggiano le proprie nevrosi a loro modo. In BoJack ogni azione ha le proprie conseguenze (e alla fine della terza stagione lo si è visto senza mezzi termini).

Se siete addicted di Real Time (dottor Nowzaradan, idolo) concorderete sul fatto che la tv statunitense ha un modo tutto suo di fronteggiare i disordini mentali, che consiste nel prendere la psicanalisi alla lettera, spogliarla di ogni benché minima complessità e trovare un’unica, precisa causa scatenante per ogni problema (Mio marito mi ha lasciata e io > OVVIA CONSEGUENZA < non ho pulito la casa per 15 anni; mio zio ci ha provato con me e QUINDI oggi peso 300 chili). Naturalmente il solo fatto di individuare il trauma comporta l’immediato avvio del processo di guarigione.

Tutto questo al nostro equino non succede. La colpa è dello showbiz, della celebrità, della madre, del padre, dei geni, della società, di BoJack stesso e di una serie di altre concause non ancora esplorate. E, come è ovvio immaginare, anche la risoluzione non è semplice. I vari personaggi cadono e si rialzano, hanno momenti buoni e in altri vedono le proprie prospettive crollare: nulla è duraturo e, soprattutto, nulla è risolutivo.

E se questo può sembrare poco consolatorio, è invece molto d’aiuto per chi soffre di questo tipo di disagi e si sente, una volta tanto, rappresentato in modo onesto. Che poi è la cosa in assoluto più importante e desiderata: sapere di essere capiti. Lo dimostrano i diversi sub-reddit dedicati a chi racconta di aver avuto sollievo proprio guardando la serie, a dimostrazione che gli antieroi non servono solo a condividere argute quotes nichiliste sui social.

Bojack a volte è simpatico e a volte non lo è. A volte è un amabile stronzo altre volte è uno stronzo e basta. E – spoilet alert – la verità è che le persone depresse lo sono spesso, stronze senza essere amabili. E lui è così depresso che la depressione ci viene raccontata in ogni sua declinazione: l’apatia, i comportamenti autodistruttivi, l’autostima in continua oscillazione, le tante (finte) epifanie, l’abuso di sostanze, l’attaccamento morboso agli altri e la capacità continua – anzi: il piacere – di ferirli costantemente

La quarta stagione (POSSIBILI LEGGERI SPOILER)

Nelle prime tre stagioni, BoJack si muove tra i tentativi di ridare lustro alla propria carriera – il libro di memorie, il film di cui è protagonista – e l’ancor più disperato sforzo di sentirsi vivo, con conseguente autolesionismo. Il passato, sepolto appena sotto il tappeto, irrompe a tratti, incarnato di volta in volta nello spettro di Horsin’ around (lo show di cui era protagonista), in Sarah Lynn (ex-collega e poi famosa pop star) o in Beatrice, l’anziana e stronzissima madre. Ed è proprio intorno a lei e alle cose di famiglia che ruotano i nuovi episodi.

Ma andiamo con ordine: è stato rimproverato a questa stagione di essersi concentrata troppo sulle side-stories, indebolendo alcuni personaggi molto amati e lasciando un po’ a secco il filone principale. Se la stagione sia riuscita o meno è (anche) questione di gusti; quello che voglio invece dimostrare è che il discorso sulla salute mentale è stato portato avanti con innegabile efficacia. Essenzialmente per due ragioni.

1. I personaggi femminili
Vero: Mr. Peanutbutter che corre come governatore è divertente, ma forse ci si marcia sopra un po’ troppo. Sarebbe bastato l’episodio underground, in cui un microcosmo violento e primordiale diventa, come da tradizione, metafora perfetta della politica tutta. Con il plus di una mefistofelica Jessica Biel, ormai del tutto esorcizzata dalle untuose influenze del Rev. Camden (Settimo cielo), che entra in scena con discrezione per poi far emergere inquietanti ambizioni di leadership.

Vero: Todd non dà il suo meglio e il suo episodio è un po’ fiacco, anche se la sua ansia di accontentare tutti è uno spunto interessante.

Però: che dire però dei personaggi femminili? Princess Carolyn, da sempre una delle figure più drammatiche, affronta un’altra tappa della sua vita di donna in carriera a cui non è concessa felicità personale; Diane vive una crisi più in sordina rispetto a quella della seconda stagione ma fa intuire una chiave di lettura sulle relazioni che lascia l’amaro in bocca; e poi c’è lei, la diva incontrastata della stagione: Beatrice Sugarman in Horseman: egoista, acida e affetta da Alzheimer.

Con il ritorno di Beatrice entra in scena anche una nuova patologia: la demenza, raccontata in modo asciutto e senza concessioni, con tanto di sguardo vacuo negli occhi azzurro-cataratta. Il viaggio per nulla lineare nella sua mente ci porta a ricostruire la sua storia con una sovrapposizione presente-passato intensissima. Alla conoscenza sempre più approfondita del personaggio non corrisponde però nessuna indulgenza. A differenza di ciò che spesso accade con le backstories, il passato di Bea, per quanto schifoso e passibile di empatia, non la assolve. Possiamo capire il suo punto di vista, ma resta una madre stronza che ha incasinato il figlio. E questo ne fa un grande personaggio.

2. «Sei solo uno stupido pezzo di merda»
Nell’episodio 6 emerge, in tutta la sua megalomania, il narcisismo della persona depressa. Una buona parte della sceneggiatura si esaurisce nel monologo interiore di BoJack, o meglio, nella serie di pensieri che si susseguono nella sua testa per tutta la giornata, tra i tentativi di reagire e comportarsi in modo “normale” («Fai la colazione») e la voragine di autocompatimento che inizia a inghiottirlo appena apre gli occhi.

È un meccanismo comune per chi soffre di depressione: il cervello è consapevole di non funzionare come dovrebbe e si concentra in modo ossessivo su se stesso, ignorando il resto. Il risultato è spesso la constatazione che il mondo starebbe meglio senza di te.

Il fatto di descrivere in modo così pedissequo l’assurda concatenazione di pensieri che scorre nella testa durante un episodio depressivo, produce un effetto comico e allo stesso tempo, nella sua franchezza, si avvicina alla realtà in maniera quasi inquietante. E questo ne fa un grande episodio.

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