Quesiti linguistici

Cosa vuol dire davvero “terrone”? Risponde la Crusca

La storia del nostro Paese è caratterizzata dalle onnipresenti divergenze tra nord e sud, due aree diverse che spesso si sono arrese agli stereotipi senza risparmiarsi epiteti poco felici. Tra questi la fanno da padrone polentoni e terroni

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16 Settembre Set 2017 0711 16 settembre 2017 16 Settembre 2017 - 07:11

Tratto dall’Accademia della Crusca

La storia del nostro Paese è caratterizzata dalle onnipresenti divergenze tra nord e sud, due aree diverse che spesso si sono arrese agli stereotipi senza risparmiarsi epiteti poco felici. Tra questi la fanno da padrone polentoni e terroni, che al Nord suona terùn.

Risulta difficile stabilire in che periodo questi vocaboli sia entrati nell’uso come epiteti dispregiativi. Bruno Migliorini in Parole e Storia (1975) scrive: «le polemiche fra Nord e Sud, risorte come risorgono in famiglia nei tempi difficili, hanno divulgato due epiteti che già i soldati popolarmente adoperavano: quello di terroni e di polentoni. I meridionali chiamano polentoni quelli del Nord, dove è frequente l’uso della polenta, mentre questi ultimi chiamano i meridionali terroni, cioè abitanti delle “terre ballerine”, soggette ai terremoti».

Se sull’origine e il significato di polentone i principali dizionari della lingua italiana (GDLI, GRADIT, GARZANTI, Vocabolario Treccani, Sabatini-Coletti e Grande Dizionario italiano Hoepli) sono concordi con quanto afferma il Migliorini, sull’origine di terrone le posizioni sono diverse e poco chiare.

Perché terroni? Da dove arriva e cosa vuol dire questa parola?

Il vocabolo viene registrato per la prima volta da Bruno Migliorini nell’appendice al Dizionario moderno di Alfredo Panzini nel 1950: “Terrone: così gli italiani del settentrione chiamano gli abitanti delle regioni meridionali (più o meno, da Roma in giù)”.

Secondo le notizie che ci fornisce il GDLI, la voce nasce appunto nei grandi centri urbani dell’Italia settentrionale con valore di ‘contadino’ (come villano, burino e cafone) e usata, in senso spregiativo o scherzoso, per indicare gli abitanti del Meridione in quanto il Sud era una regione del nostro paese caratterizzata da un’agricoltura arretrata. Ma il dizionario, notando che la parola risulta un composto di terra con il suffisso -one (con valore d’agente o di appartenenza), riporta altre possibili etimologie: «come frutto di incrocio fa terre[moto] e [meridi]one; come “mangiatore di terra” parallelamente a polentone, mangia polenta “italiano del nord”; come “persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra”; o, ancora, come “originario di terre soggette a terremoti” (terre matte, terre ballerine)».

Il DELI, oltre a registrare le stesse interpretazioni del Battaglia, segnala la presenza del cognome Terronus a Caffa (città della Crimea che fu colonia genovese dopo il 1266) portato da due notai nel 1344 e ipotizza che voglia dire “della Terra (del lavoro)” e il possibile legame con lo spagnolo terrón 'zolla'.

Possiamo constatare che il cognome risulta ancora oggi diffuso; nel nostro paese con due varianti Terroni (con una principale distribuzione nel nord Italia, in particolare in provincia di Parma) e Terrone (con concentrazione maggiore in Puglia e Campania e altre regioni dell’Italia settentrionale), mentre in Francia è possibile trovare Terrón con varianti come Therond, Teron e Terrony. L’origine storica del cognome, come già ricordato dal GDLI, risale al XIV secolo con attestazioni anche nel XVII secolo. Si può ipotizzare che si sia affermato partendo dall’estensione del significato di terrone (e tutte le sue varianti formali) da semplice ‘contadino’ a ‘proprietario terriero’, come sembra confermare la presenza della famiglia Terron nella nobiltà francese del Seicento che annovera nel suo albero genealogico un certo Charles Albert du Terron, signore di Terron, di Bourbonne e di Torcenay morto nel 1684 all’età di 56 anni dopo aver prestato valoroso servizio alla corona francese.

Questa forte presenza del cognome ci porta a dubitare che l’appellativo terrone possa avere un’etimologia recente, anche se è certo che nell’accezione con cui oggi lo conosciamo ha origine nel XX secolo (per il GRADIT la prima attestazione è del 1950 e si riferisce probabilmente alla registrazione miglioriniana sopra ricordata; 1945 la data dell’Etimologico di Nocentini, che lo spiega come “der. di terra nel senso di ‘legato alla terra, che lavora la terra’, ritenuta condizione di inferiorità sociale e culturale”).

Sul Vocabulario Español e Italiano di Lorenzo Franciosini "fiorentino" del 1638, sotto la voce terrón è possibile leggere: “- è propriamente quel pezzo di terra, che in arando divide il vomero, che noi diciamo zolla o mozzo. Destripa terrones- è un epiteto, o titolo, col qual si chiama un villano, o contadino, e vale, rompi mozzi, o zolle”. Questa testimonianza dell’uso di destripa terrones come epiteto per indicare un contadino potrebbe suggerire l'ipotesi che le varianti dei cognomi, così tanto diffusi in Europa, derivino per ellissi da questa accezione. Curioso risulta riscontrare che la parola terrón, sempre nel vocabolario di Lorenzo Franciosini, usato metaforicamente come ‘cumulo di terra’, veniva utilizzato nella locuzione “Ser un terron de lisonjas”, che vuol dire ‘sei un cumulo di lusinghe’. Quest’uso è confermato da un altro vocabolario, il Tesoro de las dos lenguas francesa y española del 1612 del francese Cesar Oudin che sotto la voce terron riporta: “motte de terre, gazon. Eres un terron des lisonjas, tu es un tas de flatteries”.

L’uso nell’accezione spregiativa risulterebbe testimoniato da una lettera scritta da Gilles De Gastines ad Antonio Magliabechi nel 1693 da Napoli:

Illustrissimo Signore e Padrone colendissimo.

Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l’informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant’anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono lo vogliano per loro.

Amedeo Quondam e Michele Rak, nella loro edizione delle Lettere dal Regno ad Antonio Magliabechi (1979), ci informano che l’autore della lettera era un mercante francese che si occupava del traffico librario tra Napoli, Livorno e Firenze e che tra il 1693-1694 dovette prolungare la sua permanenza a Napoli per risolvere alcune complicazioni nei rapporti con la burocrazia napoletana. Gilles De Gastines non risparmia considerazioni negative sul Regno borbonico scrivendo: “in questo paese non si trova candidezza e la maggior parte della gente non trattano che con doppiezza”. Quasi certamente quando scrive questi teroni non si riferisce ai napoletani in genere, ma, come suggeriscono i due curatori, il riferimento potrebbe essere a personaggi che appartengono a vario titolo ad aggregazioni di potere della città partenopea. E appare in modo chiaro che il riferimento a questi signori ha una connotazione dispregiativa (d’altronde volevano estrometterlo da un negozio). Il GDLI riporta questa unica attestazione a supporto di terrone con il significato di ‘proprietario terriero’ (dedicando un’entrata a questo significato, oltre a quella di terrone con il significato di ‘abitante del sud Italia’) ma, così come affermato appena sopra, a una lettura più attenta l’occorrenza potrebbe avere un significato diverso da quello riportato a lemma.

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